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E
ERU – ILÚVATAR
Eru,
“L’Uno” o “Colui che è solo”, chiamato anche Ilúvatar (“Il Padre
di Tutto”), è il dio supremo nella mitologia tolkienana: colui che ha creato
ogni altra cosa. Per ulteriori informazioni sulla creazione, si veda la voce Ainulindalë,
in questo stesso dizionario.
EXCALIBUR
Mitica
spada di Re Artù, anche chiamata “Caliburn” o “Caliburno” o “Caledwlch”,
forgiata sull’isola di Avalon. Erroneamente considerata la spada che Artù
estrasse da un’incudine, posta sopra una roccia, e che, mediante tale rituale,
lo avrebbe fatto incoronare e riconoscere quale monarca, è, invece, una spada
che egli acquisì successivamente. Thomas Malory, infatti, nel suo “Storia
di Re Artù e dei suoi cavalieri”, racconta di come Artù fu quasi
sconfitto, durante un viaggio in compagnia di Merlino, da un forte cavaliere
presso una fonte: il cavaliere era un certo Pellinor, che, in seguito sarebbe
entrato al servizio di Artù come cavaliere della Tavola Rotonda. Dopo essersi
curato presso un eremita, Artù si accorse di essere rimasto senza una spada.
Preoccupato per l’improvviso disarmo, fu rincuorato da Merlino, che gli disse:
«Non
importa, non lontano da qui ce n’è una che vi apparterrà, e io so come
farvela avere.» Si recarono,
pertanto, presso un Lago “vasto e
ameno”, dal quale emergeva un braccio rivestito di sciamito bianco e
sorreggente una magnifica spada. In quel luogo, ad Artù si avvicinò Lile, la
Dama del Lago, reale proprietaria della spada sorretta dal braccio. Artù chiese
la spada alla Dama, la quale rispose: «Se
mi concederete un dono allorquando ve lo chiederò, sarà vostra.» Dunque Artù,
salito su una barchetta, raggiunse il braccio rivestito di sciamito bianco,
afferrò la spada, nel suo fodero, e la fece propria, mentre il braccio si
inabissava. In seguito, il cavaliere Balin, detto il Selvaggio, nonché
Cavaliere delle due spade, estrasse un’altra magica spada, poi appartenuta
anche al prode Galahad, da un fodero da cui nessuno riusciva ad estrarla,
liberandone una gentildonna – messaggera di Dama Lile – che la portava al
fianco con suo grande disagio. Questa seconda spada apparteneva, anch’essa,
alla Dama del Lago, la quale si recò presso Artù chiedendo quel dono pattuito
alla consegna di Excalibur: in particolare, chiedeva la testa di Balin,
assassino del di lei fratello, o la testa della messaggera, assassina del di lei
padre; o, ancora meglio, la testa di entrambi. Artù non voleva concedere simili
doni, che gli avrebbero arrecato disonore, e chiese di poter rendere qualunque
altro servigio in alternativa. Mentre ancora temporeggiava con Dama Lile,
sopraggiunse Balin, che recise il capo della donna, accusandola di aver compiuto
falsità ed incantesimi che – tra i tanti misfatti – avevano condotto la
madre del cavaliere al rogo. Artù, disonorato dalla condotta di Balin, lo
scacciò dal regno e provvide a seppellire Dama Lile con tutti gli onori:
tuttavia, ne seppellì il corpo decapitato, poiché la testa fu inviata da Balin
ai propri amici in Northumberland, per dimostrare la compiuta vendetta in
memoria della madre.
In
punto di morte, Artù domandò a Sir Bedivere di gettare Excalibur in mare:
Bedivere acconsentì e si allontanò con la spada. Per strada si mise ad
osservare “la nobile arma e le pietre preziose che ricoprivano il pomo e
l’elsa” e pensò che il gettarla via ne avrebbe fatto derivare solo perdite
e danno. Pertanto, la nascose sotto un albero e tornò dal re, che gli chiese
cosa avesse visto nel gettarla via. Bedivere rispose: «nient’altro che onde e
venti.» Artù capì che Bedivere mentiva e, dopo averlo redarguito, gli domandò
nuovamente di gettare la spada in mare. Tuttavia, nuovamente Bedivere nascose la
spada e tornò da Artù dicendo di aver visto null’altro che “flutti e
ondate nere”. Artù nuovamente si adirò e lo ingiuriò dandogli del fedifrago
e traditore e gli ordinò di gettare la spada: infatti, il re era preoccupato
dall’avvicinarsi della morte e minacciò di uccidere Bedivere, se non avesse
adempiuto all’ordine. Finalmente Bedivere, spaventato dalle minacce, andò a
recuperare la spada, là dove l’aveva nascosta, e si recò in riva al mare:
“avvolse la cintura intorno all’elsa e la scagliò più lontano che poté.
Allora vide un braccio e una mano sorgere dall’acqua, afferrarla stretta,
brandirla tre volte e poi inabissarsi con l’arma.” Quando tornò da Artù,
per la terza volta, gli disse cosa realmente avesse visto e questi, soddisfatto,
si fece aiutare a raggiungere l’imbarcazione che lo avrebbe portato
sull’isola di Avalon. In questa storia è possibile riconoscere un parallelo
simbolico con le tre negazioni mosse da Pietro a Gesù, nella narrazione della
Passione.
Excalibur,
il cui nome (sostiene sempre Malory, per quanto l’etimo sia incerto)
significherebbe “Taglia Acciaio”, sarebbe stata, secondo la leggenda,
pressoché invincibile. Eppure, il vero punto di forza di quest’arma era il
rispettivo fodero: infatti, chiunque lo cingesse al fianco, per quanto venisse
ferito, non avrebbe sanguinato e sarebbe stato, quindi, invincibile. Spada e
fodero uniti, infatti, costituirebbero, per le loro prodigiose caratteristiche,
sia un invincibile attacco che un’ottima difesa. Goffredo di Monmouth, nel suo
“Historia regum britanniae”,
l’opera più celebre sull’Artù storico, menziona la spada Excalibur accanto
ad altri due strumenti marziali incredibili, sempre posseduti dal monarca: la
lancia Ron e lo scudo Prydwen. La lancia è descritta come «lunga e larga,
adatta a fare strage di nemici.» Su detto scudo, invece, sarebbe stata
rappresentata l’immagine della Vergine Maria: in tal modo Artù aveva sempre
presente nella mente la figura della Madre di Cristo.
Per
quanto riguarda l’altra spada di Artù, quella, generalmente confusa con
Excalibur, estratta da un’incudine sopra una roccia, si può brevemente
osservare come sia un probabile riferimento ad istituti giuridici di origine
sassone. Era, infatti, usanza diffusa presso i popoli germanici (che, vale la
pena ricordare, nei primi cinque secoli d.C. furono spesso alleati o rivali dei
britanni, andando a costituire con essi quel popolo anglo-sassone cui, appunto,
si deve parzialmente riferire il ciclo Arturiano) che il figlio di un nobile
andasse a combattere, come soldato, nell’esercito di un altro nobile, presso
cui, in tale modo, compiva il proprio addestramento senza alcun favoritismo.
Successivamente, quando il ragazzo raggiungeva l’età adulta, poteva tornare
presso la famiglia d’origine e prendere, finalmente, posto in essa, magari
sostituendo il padre al comando. A tale istituto si aggiunga il cerimoniale
delle spade (descritto persino nel “Gesta dei re e degli eroi danesi”
da Saxo Grammaticus), consistente nel dissotterramento della celebre ed avita
spada paterna: è una prova cui il pretendente al trono era tenuto a cimentarsi
per dimostrare la propria legittimità, simboleggiante il raggiungimento
dell’età adulta e della forza necessaria a combattere con la spada, sia in
difesa della stirpe sia per comandare il popolo. Nelle antiche saghe le armi
sono generalmente sepolte nei tumuli: l’estrazione della spada paterna da
un’incudine o roccia, in cui era stata conficcata in precedenza, ne è
probabilmente una variante. È narrato, a proposito, di come Artù fu educato da
mago Merlino ed allevato non dal padre, Uther Pendagron, bensì da un altro
nobile, Sir Ector (o Hector), e dalla di lui moglie, insieme al figlio di
quest’ultimo, fratello di latte per Artù. Il ragazzo in questione aveva nome
Kay (o Kaio o Cai o Cei), ed altri non è che il celebre Sir Kay, il Siniscalco,
altro cavaliere della tavola Rotonda. Morto Uther Pendragon e rimasto senza
monarca il regno d’Inghilterra, su consiglio di Merlino, tutti i nobili e
gentiluomini d’armi del regno furono convocati, sotto pena di scomunica,
dall’Arcivescovo di Canterbury a Londra nel giorno di Natale. Infatti, come
Gesù, quella notte, era nato per essere Re del mondo, così il Padre avrebbe
concesso il miracolo di far sorgere, quella stessa notte, il Re d’Inghilterra:
colui che avrebbe estratto la celebre spada incastonata nell’incudine. Queste
sono le parole con cui è descritto il luogo da Malory: “Nel camposanto dietro
l’altare maggiore fu vista una grande roccia quadrangolare, simile a un blocco
di marmo, che sorreggeva nel mezzo una sorta d’incudine d’acciaio alta un
piede in cui era infitta una bella spada. Intorno all’arma una scritta in
lettere d’oro diceva – colui che
estrarrà questa spada dalla roccia e dall’incudine è il legittimo re di
tutta l’inghilterra.” Ebbene, si narra che Artù, ancora giovane,
accompagnasse al torneo di Capodanno il patrigno Ector e il fratellastro Kay:
quest’ultimo da poco investito cavaliere, nel giorno di Ognissanti. Essendo
rimasto senza spada, Kay chiese ad Artù di tornare a prenderla all’alloggio
paterno. Giunto in loco, Artù lo trovò serrato e deserto. Per non lasciare
senza spada il fratellastro, si recò ad estrarre “con uno strappo deciso, ma
senza sforzo” la spada al camposanto, lasciato incustodito dai guardiani,
recatisi con tutti gli altri alle giostre. Sir Kay capì subito di quale spada
si trattasse e provò ad investirsi monarca innanzi al padre Ector: ma subito
rivelò essere stato Artù ad estrarre la spada. La spada fu reinserita
nell’incudine: sia Ector che Kay tentarono più volte d’estrarla, e nella
stessa impresa si cimentarono moltissimi baroni, nobili e cavalieri, più volte,
a distanza di giorni o settimane, tanto nel giorno dell’Epifania, quanto a
Candelora, a Pasqua e a Pentecoste; l’unico, tuttavia, che riuscì sempre e
solo ad estrarre la spada senza fatica, tutte le volte che vi provò, fu Artù,
incoronato, pertanto, re d’Inghilterra, per acclamazione del popolo, nel
giorno di Pentecoste.
Così,
con l’addestramento fuori dalla propria famiglia e l’estrazione della spada
per diventare monarca, il mito di Artù si ricollega proprio ai simboli ed agli
istituti giuridici della realtà di quell’epoca. Uno di quegl’infiniti
scambi tra mito e realtà così diffusi e così cari al ciclo Arturiano.
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