Home ] Su ]

 

Home
Su

 

 

M

 

MACHI

La machi é una specie di stregona e guaritrice sud-america, che cade in trance assumendo determinate erbe. In effetti, pare sia realmente in grado di guarire e si dice (c'è chi afferma sia vero) che costei riesca a sognare coloro che la interpelleranno. Pertanto, quando l’interpellante giunge presso di lei, la machi ha già reperito le erbe necessarie per la guarigione del visitatore.

Per raggiungere lo stato di trance la machi sale su una sorta di scala, solitamente composta di sette gradini, detta rehue, o rewe, a seconda dell’alfabeto utilizzato (la disputa é intensa, essendo il mapudungun una lingua originariamente solo orale).                  

Qui a fianco è visibile una riproduzione di un rewe: é un intaglio scolpito in un tronco di albero; il vero rewe è invece una vera e propria scala, separata dal tronco d’origine e dotata di solitamente sette gradini. È probabile che tale riproduzione fosse in preparazione di un rewe completo.

 

MJÖLLNIR

La micidiale arma utilizzata dal dio nordico Thórr, nume del cielo, del tuono e del fulmine; in pratica è un pesante martello, in grado di tornare automaticamente nella mano del dio Thórr dopo essere stato da lui scagliato. La parola, che dovrebbe significare proprio “colpo di fulmine”, si trova spesso scritta anche con la I: Miöllnir. L’arma è stata forgiata dal nano Sindri, attorno al quale, tuttavia, svolazzava la divinità trickster Loki, nel tentativo di disturbare l’artefice durante la propria opera: per tale ragione, il martello di Thórr fu realizzato con un’impugnatura particolarmente corta. Un colpo dell’arma poteva uccidere all’istante, ma poteva anche resuscitare i morti. Inoltre, secondo alcune tradizione, il martello era usato dal dio per benedire gli sposalizi, compiuti nel giorno al nume consacrato (il “Thórr day” da cui il Thursday inglese, il nostro Giovedì, che, casualmente, deve il proprio nome al dio romano Giove, anch’egli divinità del fulmine).

Nel Codex Regius è narrato il furto del martello di Thórr. «I fatti si svolgono così: il dio Thórr un mattino si svegliò in Asgard e scoprì che gli mancava il martello. Furibondo incominciò a correre di qua e di là per cercarlo, agitando violentemente la barba rossa e i capelli, in preda a una folle ira. Chiamò con un urlo Loki e gli diede la stupefacente e allarmante notizia, trascinandolo fuori dal palazzo della dea dell’amore e della bellezza, Freyia. Thórr chiese a Freyia di prestargli il suo manto di penne perché qualcuno potesse indossarlo e scendere così nella Terra dei Giganti a cercare il martello rubato – perché era evidente che potevano averlo preso soltanto i giganti. Freyia di buon grado diede il manto di penne a Loki, che lo indossò e volò immediatamente verso la Terra dei Giganti. A distanza vide Thrymr, il re dei giganti, che sedeva su un colle intrecciando guinzagli d’oro per i suoi cani e strigliando la criniera dei suoi cavalli: senza smettere chiese a Loki come stavano gli dei e gli elfi – sapendo perfettamente in quale enorme pasticcio si trovavano per la perdita della sola arma che sapeva proteggerli dai giganti. Loki rispose francamente clic gli dei e gli elfi se la passavano piuttosto male e domandò senza tanti preamboli se Thrymr aveva nascosto il martello di Thórr. Questi fu egualmente franco e rispose che aveva nascosto il martello di Thórr sotto otto rösts di terra e che nessuno avrebbe potuto riprenderlo finché Freyia non fosse diventata la sua sposa. Loki allora ritornò in Asgard più velocemente che poté e prima ancora che scendesse a terra Thórr impaziente gli era sotto e chiedeva notizie: Loki allora riferì dove stava nascosto il martello e quali condizioni erano necessarie per riaverlo. Thórr trascinò Loki ancora una volta davanti a Freyia e di punto in bianco le diede ordine di vestire un velo nuziale e di andare con lui nella Terra dei Giganti. Era venuta la volta che (sic!) toccava a Freyia di montare su tutte le furie: le si gonfiò il petto per la rabbia a tal punto che si schiantò la famosa collana Brìsingamen, e la dea rifiutò assolutamente di andare a nozze con un gigante. Gli dei si radunarono a consiglio e discussero sul da farsi; Heimdallr, il più bianco tra gli dei, propose un piano, cioè che Thórr fosse vestito da sposa, coperto del velo nuziale, con ampie sottovesti che gli coprivano le gambe, con le chiavi della donna di casa appese a una catena in vita, spille appuntate sul petto e, soprattutto, per dare l’impressione di essere veramente Freyia, doveva portare la collana dei Brisings. Thórr era riluttante a vestirsi da donna, perché pensava che gli altri dei gli dessero dell’effeminato, ma Loki impiegò le sue capacità di persuasione e propose di accompagnarlo vestito da damigella. E, del resto, o Thórr accettava la proposta, o altrimenti si sarebbero visti piombare addosso in Asgard la massa enorme dei giganti. Thórr finalmente acconsentì e gli dei e le dee si misero all’opera per vestire la «sposa». Furono condotte e attaccate al carro le capre e con rombo di tuoni e abbagli di lampi Thórr e Loki presero le mosse verso la Terra dei Giganti. Intanto venne la sera e fu imbandito il banchetto. La «sposa» mangiò un bue intero, otto salmoni, tutte le raffinatezze dedicate alle «signore» e accompagnò il tutto a tre botti di idromele. Persino Thrymr era stupito e notava di non aver mai visto una fanciulla con un simile appetito né una tal sete; e l’astuta «damigella» Loki spiegò che «Freyia» da una settimana non riusciva a toccare cibo né bevanda per l’emozione delle vicine nozze. Thrymr sollevò un angolino del velo della sposa per rubarle un bacio, ma si ritrasse allibito alla vista di quegli occhi fulminanti. L’ancella Loki disse che Freyia aveva gli occhi stanchi e allucinati perché non aveva dormito per una intera settimana prima di venire nella Terra dei Giganti. La sorella di Thrymr le chiese come dono di nozze gli anelli di oro rosso che portava alle dita. Finalmente Thrymr diede ordine di celebrare le nozze nel modo tradizionale, cioè ponendo il martello di Thórr sul ginocchio della sposa mentre lo sposo e la sposa pronunciavano entrambi il solenne giuramento alla dea Vár. Non appena Thórr si sentì il suo Mjölnir tra le mani, un fremito lo scosse e col primo colpo atterrò il re dei giganti, col secondo l’avida sorella che ebbe in sorte la morte invece degli anelli. E così Thórr riebbe il suo martello.» (trad. da B. Branston, Gli dei del Nord, Milano 1962, pp. 268-71).

 

MUNINN

È il nome di uno dei due corvi del dio nordico Ódhinn (Odino), e il suo significato è “Memoria”. Si veda la voce “Huginn & Muninn”.

 

 

BENVENUTI IN WWW.FRANCESCOBRANDOLI.EU. SITO UFFICIALE DI FRANCESCO BRANDOLI, SCRITTORE ALLE PRIME ARMI DI FANTASY, FANTASCIENZA, HORROR ETC...  WEB MASTER: FRANCESCO BRANDOLI