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SKREP

Spada, descritta nel “Gesta dei re e degli eroi danesi” da Saxo Grammaticus, “dalla punta tanto straordinariamente acuminata che con l’urto di un colpo solo penetrava al cuore degli oggetti che le si frapponevano, e così era in grado di spaccare in due qualsiasi ostacolo: non c’era nulla di così duro da resistere al suo taglio affilato”.

Appartenne a Vermundo, che, non confidando nelle capacità del figlio Uffone, l’aveva fatta sotterrare in una fossa profonda perché non fosse usata da altri dopo di lui. Successivamente, però, colpito dal coraggio e dalla potenza del figlio Uffone, Vermundo si recò a dissotterrarla per consegnarla al proprio discendente, deciso ad affrontare il figlio del re dei Sassoni per riscattare i Danesi (suo popolo). Uffone, “vedendola fragile e consunta dall’eccessiva antichità, non fidandosi a usarla come arma da offesa in combattimento, chiese se non fosse il caso di saggiare anche questa [spada] come aveva fatto con tutte le altre, perché – diceva – era meglio metterne alla prova l’efficienza prima di usarla in battaglia. Ma Vermundo gli rispose che, se con i suoi fendenti avesse mandato in pezzi anche quell’ultima spada, non ce ne sarebbe stata più nessuna adatta alla sua forza; era quindi consigliabile astenersi da quest’ultimo controllo e l’esito doveva necessariamente rimanere nel dubbio”.

Allo scontro Uffone si sfidò, da solo, contro il principe sassone accompagnato, invece, da un forte cavaliere, campione del suo popolo. “Uffone, provocato dal doppio assalto dei due giovani avversari, non fidandosi della sua spada, con lo scudo evitava i colpi di entrambi; intanto, tra sé e sé, escogitava lo stratagemma di stare ben attento a scoprire da quale dei due dovesse stare più in guardia, per poi colpirlo con un solo fendente ben assestato. […] Uffone andava provocando il figlio del re di Sassonia, perché combattesse con più foga contro di lui. […] Il campione, ferito nell’orgoglio, gli prestò orecchio e gli si fece sotto, così lui, con un solo colpo di spada, lo passò da parte a parte. Vermundo, rincuorato dal colpo, disse che riconosceva il suono della spada del figlio e chiese agli altri quale punto del corpo dell’avversario avesse ferito tanto gravemente; e siccome i cortigiani gli riferivano che, non già una ne aveva trapassata, ma il corpo tutt’intero, egli si allontanò dal precipizio e tornò al centro del ponte, perché, se prima avrebbe preferito morire, adesso voleva vivere. Allora Uffone, per eliminare anche l’avversario superstite come aveva fatto col primo, con parole sprezzanti incita il figlio del re a compiere la sua vendetta, per placare lo spirito del guerriero ucciso mentre lo difendeva; costringendolo, con le sue invettive, ad avvicinarglisi, sceglie con gran cura il punto in cui far cadere il colpo e, poiché teme che la lama, troppo fragile, non sia già più in grado di sopportare l’urto della sua forza, gira la spada sull’altro taglio e, con un fendente, trapassa anche quell’altro da parte a parte”.

 

SLEIPNIR

Sleipnir è un mitico cavallo, dotato di otto zampe, che sarebbe appartenuto, secondo le leggende nordiche, al dio Odino e sarebbe addirittura stato capace di librarsi in volo.

Questa è la storia delle origini di Sleipnir come ci è stata narrata da Snorri Sturlusun nella sua “Edda” – componimento sulle origini del mondo e sulle divinità nella antica mitologia scandinava – scritta intorno al 1220. Il leggendario re Gylfi – penetrato sotto le false spoglie di un fantomatico Gangleri all’interno dell’Ásgardhr, la città degli dei – viene condotto innanzi ad una triade di divinità assise in tre troni l’una sopra l’altra. Tali dei sono descritti come “capi” rispetto alle altre divinità di Ásgardhr e sono certamente alcuni fra i più saggi. Gylfi decide così di porre alcune domande a tali esseri, onde ottenere conoscenze superiori a quelle di qualsiasi altro uomo ed avere la somma rivelazione sull’origine e la fine di tutte le cose.

Tra le innumerevoli domande che Gylfi pose agli dei, una riguardava Ódhinn – il supremo tra gli dei Asi, custode della saggezza ed invincibile nella battaglia – e le origini del suo destriero Sleipnir. Viene così narrata la storia di un fabbro, il quale propose agli Asi di erigere un muro per proteggere Midhgardhr e Valhöll (rispettivamente la Terra degli uomini e il Paradiso degli eroi) dai Giganti del ghiaccio, chiedendo come compenso la mano di Freyia (una bellissima dea), il sole e la luna. La gravosa richiesta fu circostanziata da tutta una serie di clausole e clausole contrarie, finché gli dei acconsentirono: purché egli edificasse in soli diciotto mesi il vallo, senza l’aiuto di nessun’altra creatura all’infuori del suo cavallo Svadhilfœri (letteralmente “Viaggio sfortunato”). Accadde che il cavallo si rivelò una bestia fenomenale capace di trasportare notte e giorno una quantità enorme di massi, al punto che con l’approssimarsi del primo giorno d’estate – data stipulata per il termine dei lavori – l’opera era ormai completa, per quanto la maggior parte del lavoro fosse stata svolta dall’animale e non dal fabbro. Gli Asi iniziarono quindi a temere per la sorte degli astri celesti e della splendida dea Freyia: imposero quindi a Loki – il dio che aveva influito sulla stipula di quel contratto in maniera decisiva, dando pessimi consigli – di trovare un modo per evitare il disastro. Il dio Loki si tramutò dunque in una puledra e nottetempo apparve innanzi al cavallo Svadhilfœri, inducendolo a seguirlo: i due destrieri galopparono velocissimi per tutta notte seguiti dal fabbro che – ovviamente – non poteva tenere il passo delle bestie. Successe, quindi, che il fabbro non riuscì a completare i lavori: intuendo – irato – le macchinazioni degli Asi, egli, che era un Gigante, decise di mostrare tutta la sua furia, ma fu abbattuto dal dio Thórr con un colpo del suo potente martello Miöllnir, che sfracellò il cranio del Gigante in mille pezzettini, spedendolo a Niflhel, l’inferno sotterraneo.

Il dio Loki, dal canto suo, era rimasto gravido, poiché aveva copulato col cavallo Svadhilfœri la notte in cui aveva adescato la bestia. Dal dio tramutato in puledra nacque, dunque, un cavallo dotato di otto zampe, velocissimo e fortissimo, che fu chiamato Sleipnir e fu donato come cavalcatura al supremo Ódhinn.

 

SVADHILFŒRI

Svadhilfœri (letteralmente “Viaggio sfortunato”), è l’ascendente del cavallo di Odino Sleipnir (vedi).

 

 

 

 

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