|
|
|
|
Il fiore della memoriaIl
giardiniere folle camminò lungo le paratie scintillanti della nave stellare: si
avvicinò all’immenso oblò rotondo e liscio, oltre cui poteva vedere la rossa
nebulosa risplendere serafica, oltre la collana perlacea di schegge di asteroidi
e gli anelli di ghiaccio, intrecciati come diademi attorno ai dorati globi di
fiamma che svettavano nello spazio esterno. Era
uno spettacolo da mozzare il fiato: uno spettacolo che avrebbe tanto voluto
mostrare alla sua famiglia, ai suoi cari e ai suoi amici… Eppure,
avrebbe dato l’intera galassia per rivedere il semplice e solitario pianeta
azzurro: la terra che aveva lasciato alcuni anni prima, diretto in quella
missione di esplorazione della galassia. Avrebbe
dato la vita, fors’anche l’anima, per rivedere il volto di suo padre e sua
madre; il volto di suo fratello e quello sorridente di lei… Lei,
che aveva sempre amato e che aveva giurato di sposare non appena avesse fatto
ritorno sulla terra, da quel viaggio verso l’ignoto: sette anni fa, prima di
schiantarsi su quell’asteroide in mezzo al nulla; prima del guasto ai motori;
prima di scoprire che non avrebbe mai fatto ritorno sulla terra, nella sua casa,
alla sua vita di sempre… Nell’immobilità
silente di giorni vuoti e tutti uguali, nel nulla di quell’atollo
d’universo, aveva trovato un aggancio alla normalità e ai ricordi: un
passatempo per non impazzire. Si
era rinchiuso nella serra, dove aveva raccolto campioni di forme di vita della
terra e di molti altri pianeti visitati lungo il viaggio. Si
era rinchiuso e concentrato in una ricerca folle e disperata: a curare quelle
piante, amarle e parlare con loro, come avrebbe fatto con i suoi cari;
attribuendo loro nomi che gli erano familiari, di volti che anelava rivedere. Di
volti ormai persi per sempre. Un
po’ alla volta aveva smesso di parlare persino coi suoi compagni, col resto
dell’equipaggio: nessuno si curava più di lui; non c’era speranza per il
“giardiniere folle”, come era stato etichettato. In
realtà non c’era speranza per loro, mentre morivano per un virus contratto
chissà dove, a cui lui era risultato immune grazie al contatto con Dio-solo-sa
quale pianta, in chissà-quale parte dello sconfinato universo. Così,
un po’ alla volta, il giardiniere folle era rimasto solo: in una nave deserta,
senza equipaggio, senza persone, eccetto lui. Solo,
con le sue piante, a guardare le stelle morire e rinascere oltre il freddo
mortale della spianata deserta su cui la nave si era schiantata; su cui erano
fortunatamente atterrati, sette, lunghi e dannati, anni prima… Fortunatamente…
Per chi, il giardiniere folle proprio non lo sapeva. Certamente non per lui, che
si sentiva solo, perso, privo di uno scopo. Privo di lei, che per lui
rappresentava tutto. Più
ripensava ai momenti trascorsi sulla terra, ai momenti passati con lei, più i
dettagli scomparivano, come lavati via dalle lacrime morte di un pianto sterile. Ricordava
la sua voce, ieri così acuta e oggi così rauca… e domani? Come sarebbe stata
la sua voce? Quale sarebbe stata: quella vera o un ricordo corrotto dal silenzio
immobile delle galassie? Ricordava
le sue mani, ma non le unghie sottili con cui spesso gli graffiava il petto o la
schiena, in brevi attimi interminabili di estasi: in cui era volato più in alto
di quanto mai avesse fatto in qualsiasi altro modo, in tutta la sua vita. Ricordava
le sue labbra, ma non il loro sapore: non i riccioli sottili che tingevano il
suo sorriso, né il modo in cui il cioccolato soleva macchiarle le gote, mentre
erano rinchiusi nella loro baita di montagna, con il freddo chiuso fuori,
lontano da loro. Un freddo che non era nemmeno paragonabile a quello che ora
lambiva le porte della sua nuova e solitaria casa, congelando di centinaia di
gradi sottozero le paratie esterne della nave crollata. Almeno
il riscaldamento continuava ad andare: i sistemi primari della nave erano vivi e
continuavano a rigenerare l’energia all’infinito. Per tenerlo vivo, per
sempre, come un prigioniero vittima di un giudice cieco e sordo, insensibile al
suo destino. Per intrappolarlo lì, lontano dal suo amore, fino a che la morte
non l’avesse liberato; fino a che la morte non lo avesse riportato da lei. Intanto,
poteva curare le sue piante: ottenere verdura e frutta fresca; mentre un
trapano, puntato verso l’esterno, ricavava acqua perfetta e pura dal ghiaccio
millenario dello spazio, che lo abbracciava da ogni parte. Poteva
dedicarsi ai suoi arbusti e ai suoi fiori: tentare nuovi incroci e nuovi ibridi. Poteva
continuare a pensare a lei e struggersi perché non avrebbe mai più rivisto
quel viso che per lui era così unico, più di qualunque altra cosa in tutto
l’universo. Quel
viso di cui faticava sempre più a ricordare i dettagli: come gli splendidi,
celesti, immacolati, occhi di lei. Quegli occhi che luccicavano più del sole,
più del ghiaccio, più del fuoco: occhi vivi e puri, che lo amavano, nelle
sottili occhiaie che si delineavano nel sorriso delicato che gli concedeva. Quegli
occhi in cui poteva vedersi riflesso nei pensieri di lei: in cui non era più
lui, non era più una persona qualunque, ma un uomo speciale, importante, unico
come lo era lei per lui. Quegli
occhi che faticava a ricordare sempre più, giorno dopo giorno: per questo si
era messo al lavoro, con l’unico strumento che il fato tiranno aveva voluto
lasciargli. Le sue piante, le sue verdeggianti amiche. I suoi fiori: come quella
rarità che aveva trovato su una meteora, quasi all’inizio del viaggio… quel
fiore così strano, magico e curioso, che aveva un polline blu, del colore degli
occhi di lei. Dopo
anni di lavoro ci stava riuscendo: era riuscito ad incrociare quel fiore con le
giuste piante. A dargli una corolla di petali bianchi e rotondi, affinché quel
fiore diventasse simile a un occhio: all’occhio splendido e celeste di lei,
che ormai non riusciva più a ricordare. Così,
se proprio doveva restare in mezzo al nulla, a morire da solo, avrebbe avuto
almeno un ricordo di lei, per gli anni a venire, quando la sua stanca mente
avrebbe cominciato a perdere le sue facoltà. Perché,
ogni anno, avrebbe capito che la primavera era giunta, vedendo quel fiore
sbocciare nuovamente, avvolgendolo in un mare di colori puri. Avrebbe
ripensato a lei, che correva sui verdi prati della terra e si bagnava i piedi
candidi nell’acqua sottile del lago, voltandosi a sorridergli e a guardarlo:
con quegli occhi celesti, di cui avrebbe avuto una foresta intera, intorno a sé. Argo
lo avrebbe guardato dalla serra: mille occhi, mille piccoli e fragili istanti;
frammenti di ricordi, perché potesse tornare a sognare… Lassù, perso e solo, con il fiore della memoria. |
|