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Ogni
luogo possiede un patrimonio più o meno noto di storie incredibili,
leggende o misteri: Bologna non fa eccezione a tale regola.
In
generale, si può osservare come l’Emilia Romagna sia, da lungo tempo,
una regione ricca di segreti: celebre è il caso della Rocca di Montebello,
vicino a Rimini, meglio nota come il Castello di Azzurrina.
In
quel luogo, infatti, si dice che sia morta, secoli fa, una bambina, il cui
fantasma abiterebbe ancora la fortezza, al punto da essere stata sentita
piangere: addirittura, il suo lamento sarebbe stato registrato con
esperimenti di psicofonia.
Probabilmente,
alla diffusione di racconti come questi si deve anche la nascita del
mistero inerente Villa Clara.
La Villa
si trova un po’ fuori
Bologna, al n. 449 di Via Zanardi, a poca distanza dalla località Trebbo
di Reno. Di fatto si trova in aperta campagna, immersa in campi dove non
si spinge nemmeno l’illuminazione stradale e dove, talvolta, si alzano
fitti banchi di nebbia. Il visitatore che si spingesse in quel luogo si
troverebbe innanzi una casa fatiscente, circondata da un giardino incolto
e ipertrofico; scritte sui muri e un cancello più volte rattoppato e
sigillato da robusti catenacci. In realtà,
la Villa
ha mura perimetrali solo nella
parte anteriore ed il portone è praticamente sfondato: quindi chiunque
potrebbe penetrarvi, chiaramente compiendo un reato. Infatti, tale Villa
è proprietà di qualche privato o, più probabilmente, del Comune.
Attorno
alla Villa sono sorte, negli anni, strane dicerie, che l’hanno resa
oggetto di una vera e propria urban
legend. Una leggenda metropolitana non è qualcosa di diverso da una
normale leggenda. Infatti, se per anni oggetto delle storie misteriose
sono state superstizioni bucoliche e pagane, oggi, in un periodo di
globalizzazione che volge lo sguardo ad un mondo sempre più tecnologico,
anche le leggende si sono urbanizzate, andando a colpire aspetti assai
comuni della vita o realtà molto meno favolistiche o ancestrali. Una
comunissima casa di città; un cimitero; le fogne e i cunicoli della
periferia, per non parlare di eventuali sottopassaggi o metropolitane:
tutti i luoghi, una volta ammantati nell’oscurità di una notte sempre
più criminalizzata e violenta, sono scenari perfetti per ambientazioni
adatte ai migliori film horror.
In
merito a Villa Clara la storia ricalca il clichè
classico della ghost story:
protagonista è diventata una fantomatica bambina, di nome Clara (sic!).
La Villa, si narra, sarebbe stata abitata dalla blasonata famiglia
Alessandri. Clara sarebbe stata figliastra del padrone della Villa, un
nobile, che l’avrebbe poi murata viva all’interno della stessa
costruzione, per punirla di una tresca incorsa tra costei ed un sottoposto
del casato. Non trovando pace per la tragica condanna, la giovane Clara si
sarebbe trasformata in uno spirito che tutt’ora infesterebbe
la Villa,
la quale prenderebbe il nome
verosimilmente dalla fanciulla stessa.
È
di totale evidenza come la storia sia alquanto scontata e, peraltro, non
priva di contraddizioni. Seguendo tale formulazione, ci si troverebbe
innanzi ad una adolescente, con pruriti amorosi: peccato che il fantasma
sarebbe comunemente identificato con una bambina, di qualche anno più
piccola.
Altre
versioni non si soffermano sul movente del delitto, limitandosi a parlare
di questa bambina murata viva, per qualche perversa ragione… Inutile
sottolineare le similitudini con la leggenda di Azzurrina, che considero,
per tali ragioni, il principale archetipo di tale racconto.
Ovviamente,
la Villa
è diventata il teatro di
avventure e prove di coraggio per molti adolescenti, che vi si recavano
per confutare la storia: sperando d’incontrare il fantasma di Clara.

Figura
1
: Qui sopra, un’immagine della Villa, come appariva una cinquantina
d’anni fa, ancora in condizioni discrete.
Sono
fiorite, in tal modo, miriadi di narrazioni in tutto identiche alle più
banali storie del terrore: si inizia da semplici sensitivi che hanno
percepito oscure presenze, a veri e propri eletti cui si sarebbe
manifestato il fantasma in persona (rectius: in ectoplasma). Sarebbero accaduti fenomeni inspiegabili,
in quella casa: accompagnati, non raramente, da strane voci…
L’apice
del grottesco è stato raggiunto dalle immagini realizzate dagli
esploratori improvvisati, quasi sempre veri e propri inetti della
fotografia, che in un delirio di psicosi sono riusciti a “vedere” le
entità più assurde là dove non vi era nulla o – al più – vi erano
incrostazioni, muffe, riflessi, etc.…
Incuriosito
da questa leggenda, ho deciso di fare una ricerca io stesso, arrivando a
ricostruire quella che è la vera storia della Villa, originariamente nota
come “Casino del Trebbo” e, poi, come “Villa Malvasia”.
Preziose
informazioni sull’origine storica della villa sono rinvenibili nel
volume “Castelli e ville bolognesi” (BESEGHI;
Bologna, 1957):
«IL
CASINO DEL TREBBO DEL CANONICO MALVASIA
«Al
Trebbo è il casino Malvasìa, meglio, per una indicazione più esatta,
esso è alla fine della lunghissima via delle Lame che si protende oltre
l’abitato cittadino fino a penetrare nella vecchia località del Trebbo.
Trebbo significa incrocio di strade, ma qui le strade sono tante e allora
il nome si è esteso a una ben nota località suburbana.
«Al
n. 581, dunque, di via delle Lame è uno dei più singolari casini di
campagna che le famiglie bolognesi si costruissero fuori dalle mura
cittadine e in prossimità a esse. Singolare perchè in esso
l’associazione del padrone di casa con l’artista è strettissima e
quando il canonico Carlo Cesare Malvasìa, pittore, storiografo d’arte e
scrittore, diceva “il mio casino al Trebbo”, affermava un possesso non
soltanto materiale ma di padre verso la creatura. Il canonico e conte
Carlo Cesare Malvasìa visse dal 1611 al 1693 e nella sua lunga vita densa
di studi, di opere e di osservazione, ebbe modo di conoscere e penetrare
il mondo artistico della sua città in modo profondo e ampissimo. I suoi
scritti sulla pittura e i pittori bolognesi e, soprattutto, la sua
Felsina pittrice sono fondamentali
per lo studio dell’arte bolognese. »
Figura
2
: Qui sopra, il camino della sala al piano superiore.
«Al
Trebbo il Malvasìa esercitò le sue Conoscenze di architettura e quelle
di pittura — era stato allievo di Cavedoni un epigone dei Carracci —
disegnando lui stesso il suo casino al Trebbo e lavorando ad alcuni ornati
interni. Il bravo canonico nel concepire quel palazzetto lo delineò
d’una eleganza semplice, gustosa, con la porta d’ingresso inquadrata
fra lesene accoppiate. Le decorazioni riguardano unicamente il piano
terreno, ove, cioè, il Malvasia ospitava frequentemente gli amici,
studiosi e artisti, e gli accademici Gelati, che nel seicento furono
famosi a Bologna. Si faceva musica, poesìa, si discuteva d’arte
particolarmente dopo ricchi pranzi. Erano conviti d’intellettualità, di
quella intellettualità seicentesca pletorica e acuta. In quel casino
molta parte della vita del XVII secolo è passata: era uno degli ambienti
più interessanti di Bologna.
«Il
luogo era attraente, molto riservato perchè chiuso, e lo è ancora, da
mura merlate, con sale decorate dal Dentone, dal Valesio, dal Togni, da
Franceschino Caracci e da Angelo Michele Colonna.
«Ora
il casino Malvasia al Trebbo, è occupato non da una famiglia che possa
curarlo, ma da tante, in conseguenza ancora della guerra. Eppure fra
questa gente è vivo lo stupore per le pitture che ornano le pareti e i
soffitti, e guardano come a una meraviglia e cercano di conservarle nel
miglior modo possibile. Ahimé, se il buon canonico Malvasìa rivedesse il
suo amatissimo casino del Trebbo, avrebbe ragione di aggiungere una
considerazione amara a quelle liete che occupavano la sua vita e la sua
intelligenza.»

Figura
3
: Qui sopra, particolare di un fregio dei pannelli che adornano la sala.
Questo
è quanto più approfonditamente descritto, relativamente alla Villa, nel
volume “Ville del Bolognese” (di G.
CUPPINI - A.M. MATTEUCCI; Zanichelli, Bologna, II Ed.):
«Villa
Malvasia
«Comune
di Bologna, Via F. Zanardi 449, proprietà: Alessandri.
«L’Ungarelli
e il Beseghi la vogliono costruita dal canonico Carlo Cesare Malvasia
(1616-93), noto storiografo della pittura bolognese, ma, se è vero che
egli possedette la villa, è altrettanto certo che non a lui si deve
ascriverne la costruzione e la decorazione, perché, come ricorda lo
stesso Malvasia e come ripete l’Oretti, vi dipinsero artisti che
operavano quando il Malvasia non era ancora nato od era in giovanissima età.
Ecco le parole del Malvasia: “Nel nostro palagetto al Trebbo [Girolamo
Curti detto il Dentone] dipinse il bel soffitto della saletta che per
certa sua bizzaria e prova volle dipingere a tempra s’un tavolato di
asse di abeto egregiamente commesse e che in ogni modo col tempo han fatto
qualche motivo, e in forma di T la doppia loggia in volto a fresco in
ciaschedun de’ sfondati, ne’ quali vagamente l’andò dividendo e per
ogni balaustrata facendovi colorire varie figure al Brizio, a Tognino ed a
Franceachino Carracci, al Valesio e simili allora giovani, non d’altro
pagandoli che della sua dolce conversazione ed allegria ad una lieta mensa
le feste; godendo essi altresì in tal guisa esercitarsi e svegliarsi;
pratica che riuscirebbe a dì d’oggi molto difficile, pretendendo i
giovani alle prime pennellate esser già fatti maestri.”
«Non
si conoscono le vicende della villa durante il Settecento e l’Ottocento;
ai primi del nostro secolo appartenne al Cav. Ferdinando Bonora, che vi
arrecò numerosi miglioramenti, e alla cui morte, avvenuta nel 1917, fu
ereditata dalla figlia sig.ra Zaida Bonora in Francia. In seguito venduta,
la villa passò in mano a vari speculatori che misero a repentaglio la sua
conservazione, adibendo la loggia d’ingresso a rimessa di carri da
trasporto che venivano fatti entrate per una rampa posticcia; nel 1928 fu
acquistata dalla sig.ra Clara Mazzetti ved. Barzaghi che arredò le sale
del piano terreno. Oggi la villa è abbandonata e presenta grande necessità
di restauri.»
Figura
4
: Qui sopra, altro particolare dei fregi della sala.
Gli
autori del libro continuano (ibidem)
fornendo una dettagliata ed interessante descrizione dell’elaborazione
artistica della Villa:
«La
decorazione dei vari ambienti del Casino Malvasia di Trebbo, è,
ovviamente, più volte ricordata dall’autore della «Felsina Pittrice».
Difficile però, anche in questo caso, la divisione delle parti fra gli
artisti citati. Spettano senz’altro al Dentone le architetture dipinte
nel soffitto ligneo della grande sala. Di notevole qualità sono i paesi
dipinti nel fregio di detto vano, forse da ricondursi a Menghin del
Brizio, dato che il Malvasia ricorda l’abilità dal pittore nel batter
di frasca. Di fattura assai andante le figure, ora in parte ritoccate, che
accompagnano i semplici partiti architettonici della loggia e controloggia.
A nostro avviso la mano del Colonna, la cui presenza nella villa è certa,
dato che qui si ammalò per l’eccessiva umidità (Malvasia), è forse
rintracciabile nelle figure a monocromo del fregio della grande sala,
nonché nelle comparse del soffitto ligneo. Più difficile individuare la
presenza del Valesio e di Antonio e Franceschino Carracci, pure ricordati
dal Malvasia.
«Lo
stato di conservazione degli affreschi in alcuni punti è assai
compromesso da pesanti restauri.
«Il
Malvasia ricorda che l’opera, iniziata prima della decorazione nella
Paleotta, venne portata a termine dopo la conclusione dei lavori in quella
villa. Dato che in questo secondo momento il Colonna si ammalò, possiamo
datare le decorazioni intorno al 1624, anno in cui il giovane pittore
torna a Crevenna per guarire dal male contratto.»
Sulla
scorta delle informazioni rinvenute è possibile, sinteticamente,
riassumere e risolvere la questione.
La Villa
comunemente nota col nome di
“Clara” ed oggetto di storie di fantasmi, era originariamente nota
come “Casino del Trebbo”, proprio perché sorta in prossimità
dell’omonima frazione bolognese, peraltro in un punto all’epoca
corrispondente al civico n. 581 di Via delle Lame, successivamente
diventato il n. 449 di Via Zanardi.
La
sua più antica datazione può tranquillamente essere indicata intorno al
1624; successivamente fu arricchita dal suo storico proprietario, Carlo
Cesare Malvasia, cui si deve il nome storico – “Villa Malvasia” –
e che la fece decorare da insigni pittori bolognesi, fra cui spiccano
Colonna e Carracci.
Successivamente
la Villa
ha subito numerosi passaggi di
proprietà, subendo anche vicissitudini che ne hanno compromesso la
conservazione, con particolare riferimento alle opere d’arte in essa
racchiuse.
Nel
1928 fu acquistata da una certa sig.ra Clara Mazzetti ved. Barzaghi, alla
quale probabilmente si deve il nuovo nome attribuito alla Villa,
diventata, appunto, “Villa Clara”.
Ritengo,
peraltro, difficile che una vedova, in età e condizioni tali da poter
acquistare un immobile così ricco, potesse essere una ragazzina o una
bambina.
Da
ultimo gli autori indicano la proprietà Alessandri: la quale, pertanto,
ritengo sia l’attuale proprietà dell’immobile, sempre che, nel
frattempo, non siano intercorsi successivi passaggi od il bene non sia
stato acquistato o ereditato dallo stesso Stato.
Ritengo,
conseguentemente, ancor più improbabile che una bambina di nome Clara sia
stata uccisa in tempi così recenti in quel luogo: quantomeno ciò
negherebbe comunque la leggenda, che si riferisce ad eventi antichi e
riferibili a nobili casati.
È
assai più logico che, sulla scorta del solo nome da ultimo attribuito
alla Villa (“Clara”) e sulla stessa indicato, nonché riferendosi al
cognome della più recente proprietà, sia stata artatamente costruita
un’affascinante ed inquietante leggenda, ricalcata sulle più note e
diffuse storie di fantasmi, in
primis su quella della conterranea Rocca di Montebello e la sua
piccola Azzurrina.
Inoltre,
la casa sarebbe stata, in anni recenti, palcoscenico di messe nere e di
occulte cerimonie: nelle quali la leggenda ha trovato terreno fertile in
cui installarsi e crescere.
Nulla
di soprannaturale, però, può essere rintracciato in questa storia,
rivelatasi pressoché interamente un falso: il vero orrore è che sia
stato completamente abbandonato a se stesso, privo di cure o custodia, un
simile tesoro di dipinti e antichità.
[CASO
RISOLTO]
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