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Il ticchettio.

 

Il ticchettio dell’orologio si faceva sempre più forte, echeggiando nel buio delle stanze vuote e dei corridoi desolati, lungo le scalinate della casa disabitata: l’aveva voluta comprare così il Signor Roghi. Da anni, infatti, in lui si era insinuata una strana paura: quella di vivere e morire. Sembra strano, ma era così.

Lino Roghi era nato in una modesta casa di città: il padre era un onesto macellaio e la madre era la segretaria di un noto notaio. Aveva passato una vita tranquilla. Molto tranquilla. Tutto era andato sempre nel migliore dei modi: era stato un ottimo studente fin dai tempi delle elementari; un eccellente sportivo, abile corridore dei cento metri piani.

Finito il liceo, aveva deciso di iscriversi alla facoltà di farmacia, dove le cose erano sempre andate per il meglio. Al secondo anno d’università conobbe Laura: lei era splendida, dolcissima; tutto ciò che Lino aveva sempre desiderato, quanto mai nulla prima, tanto da non dormirci la notte, nel pensiero estasiante di lei. Tanto da sposarla, un’assolata mattina di giugno, nella pace di una chiesetta di campagna: che gioia quando era nato il loro primo figlio, il piccolo Mauro. Vivevano tutti felicemente nel loro appartamento, al quinto piano di una palazzina, nel centro di Bologna.

Una vita perfetta… fino al giorno in cui tutta quella cornice perfetta d’esistenza gli fu strappata da una fuga di gas nella cucina di casa. Tutti i suoi averi, sua moglie e suo figlio erano bruciati in un attimo. Quando Roghi arrivò sul luogo, della casa era rimasto solo un pezzo di muro esterno abbrustolito, sotto i raggi di un sole beffardamente radioso.

Fu allora che cominciò il terrore del signor Roghi: fu allora che nacque la sua paura, perché, in un attimo, si rese conto di cosa volesse dire vivere, ovvero sia ipotecarsi anni d’esistenza per un futuro capace, in un attimo, di bruciare, scomparire, estinguersi, lasciando ad attendere la morte, che inesorabilmente arriva, quando meno è attesa. Subdola: nascosta in ogni cosa; nascosta nel cuore di casa, dove ci si sente più protetti e sicuri.

Shock” dissero i dottori. Fu chiaro soltanto che nessuno, pompiere, poliziotto o infermiere che fosse, poteva avvicinarsi a Lino Roghi in quel momento e calmarlo: mentre lui, con la pelle simile ad avorio – tanto era sbiancata e a tal punto apparivano, come un riflesso, i nervi e i capillari tesi sopra ai muscoli tremanti – balbettava appena poche sillabe, con le lacrime calde che gli solcavano profonde occhiaie cupe di terrore sotto gli occhi rigonfi; freddo come la morte.

Ci vollero quattro mesi, chiuso in una stanza del manicomio, perché ricominciasse a parlare, a mangiare ed a vivere: una vita che non era più la stessa. Una vita che era diventata l’attesa stessa della morte: nella paura della morte; nella paura di vivere.

Nel frattempo si era aperto un fascicolo nella questura di Bologna: perché quella fuga di gas, che tanto dolore aveva portato, non sembrava affatto uno sventurato accadimento di funerea contingenza, quanto un premeditato delitto, di una mente disgustosa.

Nessuna traccia, purtroppo, indicava l’assassino: perché, del resto, era omicidio premeditato quello che era stato commesso e nessun dettaglio poteva rivelare il macabro artefice di quell’atroce destino.

Finalmente Lino poteva parlare: poteva rispondere alle domande della polizia ed indicare un sospetto o fornire moventi; ma quasi nulla fu sottratto alle labbra di quell’uomo distrutto nella mente. Un uomo che continuava a fissare il muro: ché quella fredda e nuda parete gli ricordava tanto una tomba, l’unico posto in cui sapeva di essere al sicuro. Al sicuro dalla morte. Al sicuro dalla vita.

Infatti, benché i medici continuassero ad affermare che il paziente stava bene, ché meglio di così non avrebbe mai potuto riprendersi dallo shock, era chiaro a tutti che la sua fobia andava aumentando sempre più: egli odiava gli spazi aperti, ma, al tempo stesso, odiava anche gli spazi chiusi ricolmi d’oggetti. Ogni cosa gli ricordava il significato di vivere e soltanto stanze vuote, simili a tombe, a loculi o a cripte, lo rendevano tranquillo. Soltanto in quei luoghi si sentiva al sicuro: restava seduto, o meglio sdraiato, sul pavimento, fissando il soffitto, con lo sguardo perso e un placido sorriso sulle labbra, indicativo della soddisfazione che quella sola tipologia di posto poteva donargli: il solo sollievo che la sua anima potesse trovare.

Eppure, le sue paure aumentavano sempre più: Roghi cominciò ad odiare la luce del giorno, ché vedere il trascorrere delle giornate gli ricordava d’essere vivo. Egli giunse persino ad odiare il suono degli orologi, della pioggia e di qualsiasi cosa indicasse l’esistenza del mondo intorno a lui ed il passare del tempo. Col trascorrere delle settimane, egli iniziò ad odiare la sua stessa ombra ed anche la propria immagine riflessa: ché anch’essa cambiava e gli indicava il passare del tempo. Persino le sue unghie gli rammentavano d’essere vivo, crescendo di millimetro in millimetro ogni giorno, al punto che Lino Roghi prese a mangiarsele: e con quale voracità!

Nel frattempo, tutto ciò che gli inquirenti erano riusciti a scoprire sull’evento era l’identità di un solo sospetto: era stato lo stesso signor Roghi a rivelarla, una mattina, durante quell’ennesimo interrogatorio, in cui dichiarò di avere un fratello gemello, della cui esistenza la polizia fece effettivo accertamento. Un fratello invidioso della sua riuscita: un’invidia diventata maniacale e cresciuta negli anni, in un continuo parossismo, fino all’estrema frustrazione, il giorno in cui Lino aveva conosciuto la moglie; perché quella donna, davvero splendida, era amata anche dal fratello, il quale aveva giurato a Lino vendetta, la mattina del suo matrimonio, prima di scomparire, senza lasciare traccia. Traccia effettivamente non rinvenibile: la polizia, che aveva accertato l’effettiva esistenza del gemello, non aveva, infatti, trovato alcun segno indicativo del destino di questa persona. Il gemello del signor Roghi era completamente scomparso, e, ciò nonostante, egli era diventato l’indiziato numero uno dell’omicidio della cognata e del nipote.

Intanto Lino aveva ottenuto il permesso di lasciare l’ospedale psichiatrico: ma le sue condizioni restavano le stesse di prima. Così, si era ritirato a vivere in una villa solitaria, in campagna: una villa completamente vuota, insonorizzata, priva di finestre o lucerne e spoglia di qualsiasi mobile od oggetto. Una sorta di monumento tombale in cui ritirarsi, al sicuro dalle proprie paure di morte. Al sicuro dalle proprie paure di vita.

Soltanto una pace serafica lo circondava: una pace che era l’unico sollievo del suo cuore mentre, supino sul pavimento, osservava il buio intorno a sé, soddisfatto di essere protetto, come in una tomba.

Pertanto, potete immaginare tutto lo stupore del signor Roghi, quella notte, sentendo, allo scoccare della mezzanotte, dodici rintocchi echeggiare nell’antro lacunoso della sua villa: i suoi occhi si erano spalancati e, nel buio, sudando freddo, il suo corpo era sbiancato nuovamente, cangiando in pallido avorio; tornato allo stato di quella funesta mattina in cui la sua famiglia era morta. Mentre Roghi cercava di alzarsi dal terreno, senza che i suoi muscoli, tesi e tremanti lo ascoltassero, le sue orecchie erano totalmente rapite dall’udire i ritmati ed intensi rintocchi di un orologio: da dove veniva quella pendola, che sembrava, tutto ad un tratto, essere apparsa in casa sua? Casa… parola ormai dimenticata. Parola negletta; ricordo d’orrori lontani.

Finalmente il signor Roghi era riuscito ad alzarsi; sentiva le braccia pulsare di un sangue robusto e corposo, che, a tratti, con guizzi di calore, riportava segni febbrili di vita nel suo gelido corpo irrigidito dal terrore, lasciando scariche d’elettricità nel suo sudore ghiacciato.

Lino Roghi aveva iniziato a scendere le scale a tentoni, lungo il muro, verso il pian terreno: man mano che scendeva, il ticchettio era sempre più forte, accompagnato ora anche dal battito sommesso del suo cuore, compunto di paura.

Tic – tac. Tic – tac.

Un altro passo.

Tic – tac. Tic – tac.

Mentre sentiva il picchiettare della pioggia sulle tegole del tetto, come se i rinforzi posti sopra di esso, per renderlo insonorizzato, fossero stati divelti.

Tic – tac. Tic – tac.

Da dietro il muro sentiva raschiare e latrare, come se ci fosse stato un cane pronto a sbranarlo.

Tic – tac. Tic – tac.

Era giunto ormai nel salone.

Nell’oscurità immota riusciva a distinguere – con i suoi occhi da gatto, abituati al buio – i contorni della stanza: la percepiva vuota.

Intanto, continuavano sommessi i rintocchi dell’orologio ed il cuore a Lino batteva fortissimo, quasi rimbalzasse dal profondo del suo stomaco, nauseato, fin nella gola, dove un groppo si era ormai incessantemente annidato.

Roghi sentiva la pioggia crescere, col suo ticchettio sempre più forte sul tetto, e si accorse che, da dietro l’ampio portone di casa, accuratamente chiuso, filtrava una luce fioca: segno che ogni suo accorgimento era stato eliminato da qualcuno che voleva riportarlo alla vita. Che voleva riportarlo alla morte.

Passarono minuti, poi ore: Roghi era sempre in piedi, ormai esausto, nello spirito e nel corpo, immobile, di fronte alla porta, da cui filtrava sempre più luce. Gradualmente il terrore cresceva in lui e, con esso, era tornato il ricordo dei suoi cari, di ciò che aveva perso. Mentre lacrime copiose gli scendevano dagl’occhi… mentre le sue labbra, tremanti nel salato delle lacrime, avevano ripreso a balbettare e un mugolio incessante, come il pianto di un bambino, gli usciva dalla gola inaridita, tutto ad un tratto, la pioggia cessò: e, insieme ad essa, cessò anche il suo ticchettio, nonché quello della pendola.

Fu allora, in quel silenzio profondo, in cui un barlume di speranza e di pace stava riaccendendosi nell’animo, ora quieto, del signor Roghi, che, improvvisamente, con frastuono rimbombante, si spalancò il portone della villa: lì, nella notte immobile e luminosa – sotto la luce della luna tracciante arazzi di riflessi ed ombre tra i rami e gli arbusti del giardino incolto – mentre un vento gelido e forte sollevava polvere e foglie, lì, immerso in un lacustre profumo di terra bagnata, il signor Roghi morì, fulminato da un infarto al povero cuore, da ore incessantemente martoriato di dolore e terrore, e, ad un tratto, incapace di reggere oltre gli eventi. Lì, il suo animo era stato stroncato, mentre gli appariva, innanzi, l’immagine di un uomo identico a lui, che lo fissava con occhi glaciali ed un sogghigno soddisfatto sul volto. Tale immagine, istantaneamente, aveva risvegliato, nella sua mente, tutto il suo terrore, contemporaneamente liberandolo da esso: il terrore della morte; il terrore della vita.  

 

 

 

 

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