L’incognita.
Aprii
gli occhi e mi ritrovai sdraiato sul pavimento di una stanza alquanto piccola,
in un angusto locale. Ero stato supino a terra per chissà quanto tempo. Dovevo
essere scivolato – pensai – ed aver sbattuto la testa. Avevo perso i sensi,
ed ora che mi stavo riprendendo, un dubbio, un’incognita, si faceva strada
dentro di me. Dove ero? Che cosa stavo facendo? Ero confuso.
Intorno
a me la stanza era abbastanza buia. Filtrava soltanto una flebile luce dalla
finestra, attraverso la persiana leggermente, ma non completamente, abbassata:
era, certamente, quella della luna, un po’ corroborata da un lampione della
strada. Era notte, dunque. Guardai l’orologio: le lancette fosforescenti
segnavano poco più delle due. Mi guardai intorno nella penombra: un poco alla
volta i miei occhi si stavano adattando a quella semioscurità e cominciai a
distinguere più agevolmente il paesaggio che mi circondava. Cercai di alzarmi,
ma il terreno era davvero scivoloso sotto di me. Doveva essere ricoperto di un
qualche liquido denso e vischioso, di cui, nella penombra, mi era difficile
comprendere la natura. Inoltre, indossavo, curiosamente, dei guanti di pelle
lucida e nera, che affievolivano la mia sensibilità tattile.
Lentamente
mi issai sulle gambe e mi diressi verso il muro alle mie spalle; lì, di fianco
alla porta d’entrata, trovai un piccolo interruttore: lo abbassai e, da una
lampadina ingiallita, pendente ad un cavo dal soffitto, finalmente, venne una
luce sufficiente a guardarmi intorno con cognizione. Allora iniziarono tutto il
mio orrore ed il mio raccapriccio. Mi accorsi, infatti, che, di fronte a me, si
spandeva un vero e proprio rivo di sangue, il quale, dal pavimento ai miei
piedi, si dirigeva verso la porta del piccolo bagno, alla mia sinistra. Sulla
destra, fra l’angolo della parete e la porta del piccolo cucinotto, c’era un
letto, scoperto e privo di lenzuola, tutto macchiato di sangue: persino il muro,
ad esso adiacente, incrostato e chiazzato verso il soffitto da infiltrazioni
d’acqua, era affrescato da schizzi di sangue.
Mi
misi per un attimo il fazzoletto davanti alla bocca: nella stanza c’era un
fetore insopportabile. Andai, pertanto, verso la finestra e socchiusi i vetri:
rapida, la fresca aria della notte entrò nella stanza, frizzante, sul mio
volto, e salubre.
Quando
mi voltai nuovamente verso il punto nel quale mi ero ritrovato disteso,
cominciai a raffigurarmi, con crescente precisione, cosa fosse successo: dovevo
essere scivolato sul sangue sparso sul pavimento e, cadendo all’indietro,
dovevo aver sbattuto il cranio contro lo spigolo della porta del cucinotto,
semiaperta dietro di me. Esso doveva essere poi slittato indietro, e, trovato il
muro di quell’angolo della stanza ad aspettarlo, causa il contraccolpo, essere
ritornato violentemente verso di me, ed avermi spinto in avanti, facendomi
cadere verso l’angolo del letto dove mi ero ritrovato supino a terra.
Cosa,
dunque, ci facevo lì? Era il caso di chiamare la polizia?
Sentii
la circolazione sanguigna rifluire nella mia natica indolenzita: qualcosa nella
tasca posteriore dei miei jeans doveva aver premuto contro di me mentre ero
stato sdraiato inconscio. Mi frugai addosso e mi accorsi di avere un taccuino in
tasca, dalla lucida copertina in cerata bordò, ed un mozzicone di matita
grigia.
Sfogliai
il taccuino: erano annotate descrizioni d’efferati delitti. Iniziai a
comprendere la mia situazione: altro che chiamare la polizia! La mia mente, meno
annebbiata, capiva finalmente quale fosse il mio ruolo: ero lì per investigare
su un omicidio. Dovevo trovare indizi e ricostruire il tragico evento.
Mi
feci forza ed aprii il taccuino, al punto in cui vi erano pagine bianche,
iniziando ad annotare i dettagli della situazione.
Di
certo il crimine era stato compiuto sul letto: la vittima doveva essere stata
colpita con un’arma molto appuntita e larga, infatti gli schizzi erano volati
fin quasi al soffitto, lungo tutta la parete d’angolo del locale.
La
vittima non doveva essere morta subito, perché c’erano segni di lotta e, nel
sangue rappreso, erano riconoscibili impronte di dita di mani e piedi. Erano
impronte sottili e piccole e, dunque, pensai dovesse trattarsi di una donna.
Il
colpo mortale doveva essere stato inferto, all’incirca, nel punto centrale
della stanza, dove iniziava l’orrido fiume di sangue (il punto in cui mi ero
ritrovato io), che, da lì, si dirigeva verso il bagno alla sinistra della
stanza. Pensai fosse giunto il momento di vedere il corpo, il quale doveva
essere stato trascinato verso il bagno, perché nel sangue erano presenti i
solchi di un fardello pesante: quasi fosse stato passato uno straccio su tutto
quel fiumiciattolo.
Arrivai
in bagno e trovai un interruttore sulla mia destra, vicino allo stipite della
porta: di nuovo l’orrore mi investì in pieno, perché di fronte a me si
trovava uno degli spettacoli più angoscianti e ferali che essere umano potesse
vedere. Nella vasca da bagno, ricolma d’acqua scarlatta ed anch’essa tinta
di schizzi, si trovava il corpo lacero di una donna giovane, con lunghi e lisci
capelli castani. Il corpo era in parte avvolto nel lenzuolo del letto. Tutte le
mie intuizioni erano, pertanto, confermate. La donna doveva aver tentato la fuga
verso la porta dell’abitazione, lottando con l’assassino, ma, intralciata
dal lenzuolo, era stata facilmente soverchiata dall’aggressore, il quale,
strattonandola, le aveva dato il colpo di grazia. Quindi il suo corpo si doveva
essere accasciato per terra, al centro della stanza, dove io mi ero trovato.
Il
killer, poi, doveva a sua volta aver sfruttato – nuovamente a suo
favore – il lenzuolo, trovato attorno al corpo della vittima, per trascinare
il corpo di lei verso il bagno, in cui l’aveva abbandonato, dentro la vasca
piena d’acqua, forse per avere maggior libertà di movimento nell’altra
stanza, nella quale doveva aver iniziato un lavoro di “pulizia” del luogo
del delitto, per verificare di non lasciare tracce.
Guardai
nuovamente e con maggiore attenzione il corpo della donna, tirandone
delicatamente il volto fuori dall’acqua: l’orrore! L’orrore! Un volto
gonfio e pallido, spettrale e contratto, in cui gli occhi e la bocca erano
spalancati in un’espressione agghiacciante. Le orbite erano livide ed
incavate; gli occhi vitrei e spenti; le labbra screpolate e livide anch’esse.
I denti erano macchiati di rigurgiti di sangue che le colavano fin lungo il
mento, dove si apriva, profondo, uno squarcio fin quasi al petto.
Restai
quasi paralizzato dallo sgomento per un istante e lasciai ricadere il volto
nell’acqua, dove, con un tonfo, sprofondò in avanti dentro la vasca,
sollevando schizzi di acqua e sangue tutt’intorno.
Successivamente
tornarono il silenzio e la calma: la testa ondeggiava, coi capelli finalmente a
galla come ninfee in uno stagno.
Ripresi
il controllo di me stesso e ritornai al mio compito e continuai ad annotare le
mie elucubrazioni sul taccuino: mentre tenevo chino lo sguardo sul foglio, con
sorpresa, vidi, giacente a terra, in una piega di un lembo del lenzuolo,
l’arma del delitto; era un grosso coltello da cucina, con la lama larga e
macchiata di sangue.
Il killer aveva accoltellato la donna alla giugulare con l’arma da me
ritrovata, arrivandole dalle spalle – colpendola quindi da dietro; ciò spiega
l’imprecisione del colpo, che aveva causato lo squarcio da me appena visto
alla gola della donna – e poi l’aveva, come immaginato, trascinata col
lenzuolo, nel cui risvolto il coltello doveva essere rimasto impigliato.
Pensai che il killer fosse stato impreciso nel lasciare lì quella prova
fondamentale e che, forse, era stato disturbato nel suo lavoro di riassetto:
magari, chissà, proprio dal mio arrivo.
Andai
verso il cucinotto e guardai nei cassetti: il coltello non era, molto
probabilmente, di quella cucina ed il killer doveva averlo portato con se,
premeditando l’efferato delitto. Con mia fortuna trovai una busta di nylon
trasparente, di quelle che si usano per conservare cibi e verdura nel freezer:
era pulita e, quindi, la usai per deporre delicatamente il coltello al suo
interno, in modo da rendere possibile il farlo analizzare in laboratorio, alla
ricerca di indizi od impronte digitali.
Tornai
alle mie elucubrazioni sul caso: lo squarcio sul collo era trascinato verso la
spalla sinistra e, se il killer aveva colpito alle spalle, ciò significava che
fosse mancino.
Mentre
annotavo quest’ultimo dettaglio, mi venne da ridere – sono conscio di quanto
ciò appaia macabro – notando che anche io, che stavo scrivendo con la
sinistra, sono mancino.
Tornai
al centro della stanza, ed osservai nuovamente il rivo di sangue: questa volta
con maggiore attenzione. Nel punto in cui ero scivolato, c’erano numerose
impronte mischiate fra loro, e riuscire a decifrare tutti gli indizi era davvero
arduo in quel caos. Con mio stupore, mi accorsi che si distinguevano solamente
due tipi di impronte: quelle scalze della vittima, e quelle, certamente
dell’assassino, lasciate dalle suole di un paio di scarpe da ginnastica.
Nuovamente mi venne da ridere nel macabro: perché il killer aveva chiaramente
un paio di scarpe da ginnastica (Adidas) esattamente identiche alle mie.
Non solo: anche la taglia del piede era identica!
L’aria
nel piccolo locale era, ormai, risanata: ogni traccia di fetore era per lo più
scomparsa. Dalla finestra entrava un venticello sempre più pungente. La notte
stava per finire e la mattina stava per giungere con la sua brina.
In
quel luogo, ridendo come un pazzo, con un ghigno stampato sul mio volto e gli
occhi spalancati e stralunati, ricordai finalmente tutto. I dubbi, che per tutta
la durata della notte mi avevano accompagnato, si dissiparono istantaneamente.
Io ero lì per un motivo ben preciso: io sono l’assassino!

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