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Pooka

 

La città, ancora, è immersa in un sonno profumato di umidità. La rugiada scioglie le forme certe del paesaggio in una miriade di luccichii soffusi. La strada, silenziosa, dorme, dritta come un cavallo, nelle sue granitiche gambe di cemento e metallo. Nell’invisibile foschia, attraverso tendaggi di nebbia dolciastra, un gatto grigio, dagli occhi color smeraldo, attraversa la strada. Passa sotto la luce di un lampione che, nell’aria uggiosa, appare come frammentata nelle schegge di uno specchio; come le luci del Café de nuit di Van Gogh. Il gatto ha fame; cerca soltanto una morbida ciotola di latte e sa dove trovarla, oltre il cancello di quella casa appena a metà della via: così, sinuoso, si infila fra le sbarre contorte in sogni d’acciaio ed entra nel cortile. Balza schivando le caleidoscopiche pozzanghere piene di vecchie foglie gialle e punta sicuro oltre l’angolo della casa. Si china sulla ciotola e, ecco, fresco il latte cremoso riempire col suo vellutato aroma le sue narici ed agile scivolare giù per la sua gola, nel suo caldo stomaco. Il latte che qualcuno, senza chiedere nulla in cambio, ha preparato per lui. Poi il gatto si ferma, prende posizione come un soldato di guardia, fisso e impavido come una mummia egizia, ed aspetta, attento, l’arrivo del giorno.

Arriva la lucente mattina, coi suoi caldi colori ammantati di aria celeste e nuvole azzurre. Foglie rosate ed incoronate di verdi allori creano uno stillicidio di suoni umidi nella via. Una splendida ragazza bionda esce dalla porta di casa sua e si ferma, vedendo il gatto in attesa che ancora si lecca le vibrisse imbiancate.

La fanciulla si china ed accarezza l’animale sulla nuca, mentre esso socchiude gli occhi e china in avanti la testa: la lingua mezza fuori, il pelo dritto e le fusa sussurrate.

“Piaciuto il latte piccolino?”

La ragazza si alza e se ne va, mentre il gatto, con la testa ancora in posizione per le coccole, la osserva scomparire in groppa al suo roboante motorino.

Il gatto sa tutto: sa che la fanciulla è solitaria e che non riesce a trovare ragazzi in grado di apprezzare la sua innocenza, la sua dolcezza e la sua semplicità; sa che, per questo, ella tende a chiudersi in un mondo privato e domestico, in cui l’unica presenza di estraneità è data dalle sue femminili amicizie. Unica parentesi maschile, in quella vita, sono il padre e quella marea di uomini d’affari che vanno all’ufficio al secondo piano della casa: colleghi del padre in fredde giacche intristite di nicotina, attenti solo alla voce del loro telefonino ed ai freddi occhi nascosti dietro impersonali lenti scure. Il gatto sa anche che la ragazza è indipendente, ma che nella sua indipendenza è mal celato un difficile rapporto con i suoi genitori, sempre troppo presi da se stessi per pensare a lei.

Nel palazzo di fronte a quello della fanciulla, al terzo piano, abita un ragazzo: il gatto lo vede svegliarsi spesso che ormai è mezzogiorno; lo vede alzare la tapparella della sua stanza arruffato in scomposti capelli da sognatore, ingrigito da una barba appena annunciata. Vede, però, anche i suoi occhi apparentemente glaciali: vede la luce di un universo dentro di essi e sa tutto anche di questo ragazzo.

Sa che è anch’egli solo. La sua infanzia è stata segnata dalle crudeltà di altri ragazzini che lo hanno posto a margine dei propri rapporti sociali. La sua vita è segnata da maliziose donne troppo impegnate a guardare il suo aspetto comune per rendersi conto della sua inimitabile ricchezza interiore; troppo prese ad apparire come dee per curarsi di non ferirlo, fino a morti salate di lacrime, nei suoi più profondi sentimenti. Egli è sempre solo, senza mai una donna e con solo qualche fedele amico a riscaldargli il cuore, perso nella sua stanza che sembra quasi la porta verso altri mondi, ricca come è di oggetti strani e meravigliosi, immagini fatate e libri ricchi di idee profonde, profumi ed odori.

Il gatto sa anche cosa deve fare: aspettare il pomeriggio – quando la ragazza è in casa con le amiche ed il ragazzo è nella sua stanza, a sognare ascoltando musica dolce, danzando sul filo dei propri pensieri – e, quindi, mettersi in azione.

La strada è avvolta nell’oro del tramonto. Le palme, colpite dal sole, sembrano rose di ametista. I tetti rossi scoppiettano di arabeschi di cinguettii. Il ragazzo è alla finestra della sua stanza: è una cosa sola col mondo intorno a lui; con il vento che danza tra i rami degli alberi; con la luce che tinge la sera. Lui sta volando, con un modo tutto suo, assieme alle rondini che volteggiano nel profumo di settembre. Poi, ad un tratto, il giovane torna in se stesso: percepisce due occhi che lo fissano e, finalmente, vede, nel cortile della casa di fronte alla sua, dietro il grigio cancello, due profondi occhi verdi, in un gatto grigio come la cenere, che lo fissano con una certezza divina. Quindi il ragazzo chiude le braccia – che erano aperte come ali – e si posa alla veranda: le braccia conserte e le labbra socchiuse. Fissa il gatto. Gli occhi celesti e quelli smeraldini si incontrano, si mescolano in un vortice che ha in sé l’esplosione di colori dei prati montani; la potenza delle ninfee di Monet; il chiarore dei profumi di Parigi; la spumosità delle onde del mare. Poi, il ragazzo ha l’intuizione che solo la sua fervida mente di colto sognatore potrebbe arguire; allora continuando a fissare il gatto, comincia a chiamarlo, sussurrando:

“Pooka.”

Il gatto lo fissa.

“Vieni qua, Pooka.”

Il gatto si avvia verso il cancellino.

“Dai Pooka, vieni qua.”

Nel sussurro, il gatto infila la testa tra le sbarre avvitate su se stesse.

“Coraggio Pooka.”

Ed il gatto ha ormai infilato l’intero corpo tra le sinuose sbarre grigie.

“Pooka.”

Ed il gatto attraversa la strada.

“Avanti, vieni qua.”

Il gatto, infine, è in piedi davanti alle piante, ai piedi del palazzo del ragazzo, fermo nella sua granitica posa da soldato: lo sguardo fisso; la testa sollevata a guardare il giovane.

Il gatto resta lì, come in attesa: sembra sereno e tranquillo; gira un po’ la testa socchiudendo gli occhi, pur sempre restando nella sua posa.

La ragazza bionda, nel frattempo, si è accorta che il gatto è scomparso: come chiamata da una voce invisibile si alza da terra, dove era seduta, ai piedi di un basso tavolino a giocare a carte con le amiche, vicino ad un divano color castagne indiane inghirlandato da una verde tovaglietta col pizzo bianco. Esce dalla casa e gira l’angolo del palazzo ed intravede, oltre il cancellino, il gatto: pertanto esce dal proprio cortile ed attraversa la strada, afferrando repentina il felino, portandoselo fra le braccia al grembo, come un neonato. Inizia ad accarezzarlo, parlandogli affettuosamente:

“Ma dove era finito il mio bambino?”.

Si accorge, allora, che i profondi occhioni verdi del gatto guardano altrove. Alza, quindi, lo sguardo e, soltanto in quel momento, si accorge del ragazzo alla finestra: resta per un attimo frastornata; in parte dalla luce dorata che risplende ovunque nella via, facendo sembrare quella strada un minuscolo atomo – una minuscola goccia – di un’onda in un mare tropicale, durante il tramonto; in parte meravigliata, nel vedere, esattamente sopra la propria testa, alla finestra, due occhi che in tutto, o quasi, le ricordano quelli del gatto appena visti. Cambia solo il colore, altrettanto bello e profondo. Persino il modo di guardarla è lo stesso: sono occhi dolci; protettivi, che sanno come difenderla; occhi che non la feriranno mai, che sanno come amarla. Occhi che hanno visto l’inferno, ma trattengono queste immagini come a dire: “Nulla di spaventoso potrà turbarti”. Sente un torpore nel cuore. Un fremito al plesso solare.

Il ragazzo fa un cenno con la mano, in segno di saluto. Lei gli risponde con un altro cenno: un invito a scendere e seguirla.

Il ragazzo scompare dalla finestra ed un claudicante ronzio elettrico segna l’apertura del cancellino ai piedi del palazzo di lui. Infine, una porta sbatte ed agili passi scendono le scale.

Il gatto è ancora in braccio alla ragazza, col mento lisciato da lei e gli occhi rivolti verso il tramonto nel cielo.

Beato, resta a prendersi le coccole: conscio di aver compiuto il proprio dovere.

Il gatto sa anche questo.  

 

N.B. L'immagine qui sopra è tratta dal sito: http://www.gattoamico.it/index.html

 

 

 

 

 

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