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Death of an ancient god

The binding corps of Cupido

 

Un tempo, sulla terra, erano adorati ed idolatrati esseri dotati dei più straordinari poteri. Non sappiamo se essi siano realmente esistiti o se fossero le proiezioni dell’inconscio collettivo teorizzato da Jung. Forse esiste un luogo, oltre il nostro universo, in cui realmente dimorano esseri preternaturali; un sistema non inerziale, nel quale la luce sia mero accidente, incapace di imporsi su esseri ad essa superiori. Se tale luogo esistesse, esso sarebbe, dunque, svincolato dai concetti di umana creazione di spazio e tempo: sarebbe esistenza assoluta ed illimitata. Eppure, usando le nostre fragili ed imperfette definizioni, potremmo sostenere che ivi, da ere infinite ed eterne, esistano divinità superiori a qualsiasi altro essere. Forse esistono innumerevoli dei che, dall’alba dei tempi, combattono, fra loro, una lotta per ottenere la supremazia ed il dominio sull’universo intero. Forse esiste un dio assoluto, capace di regnare su tutti gli altri; un dio caotico e distruttore, che voglia imporsi crudelmente su tutto ciò che a lui sia inferiore e dominarlo. Oppure, un dio concretizzante l’amore allo stato puro, capace di perdonare ogni altro essere; sofferente, in modo empatico, per tutto il dolore che si stilli, come rugiada, attraverso gli sconfinati universi; un dio che faccia il possibile per arginare tale oceanico stillicidio e portare l’armonia. Forse potrebbero esistere tutte queste cose all’interno di un pantheon in continuo conflitto: una lotta insanabile che porti a rari momenti di equilibrio – o quantomeno di posizioni certe – in cui una o più di tali entità possano essere identificate come i temporanei vincitori.

Tuttavia, simili problemi sembrerebbero insondabili ed irrisolvibili per i miseri mortali: ciò non toglie che la credenza negli antichi dei è stata spazzata via con il nascere e l’imporsi dei grandi culti monoteistici; le numerose divinità sono state identificate in un unico essere superiore, laddove le qualità distintive di simili fenomenologie del divino fossero percepite come appropriate all’ideologia dominante nella teologia impostasi sulla società. Invece, tutti gli esseri, i cui ruoli fossero inadatti a mantenere il controllo e proteggere la sopravvivenza del regime dittatoriale fideistico, furono identificati con esseri demoniaci od infernali, in quanto tali da esorcizzare ed eliminare. Si può pensare che l’inconscio collettivo sia stato riversato nelle infinite arti umane al punto che il tubo catodico ed il silicio informatico abbiano definitivamente imprigionato gli antichi dei, in un limbo dal quale soltanto un ritorno alla più sfrenata fantasia, da parte della maggioranza degli umani, potrebbe liberarli. Scopo irreale, dato che, quella stessa moltitudine, da cui dipenderebbe la liberazione di tali archetipi dell’inconscio, è diventata schiava, essa stessa, dei propri strumenti di controllo: lobotomizzata e drogata da un bombardamento continuo e costante di messaggi vuoti di contenuto; di significanti privi di significato. Eppure, al di là dell’imporsi delle misere volontà umane sul destino della storia, esseri così potenti ed immortali, posti al di fuori delle leggi fisiche e logiche del nostro mondo, non potrebbero in alcun modo essere scalfiti da un qualsiasi atto umano; nemmeno di volontà. Svincolati da regole di spazio e tempo, potrebbero, in ogni momento, apparire per dominarci: forse, persino in questo stesso momento camminano tra noi, decidendo delle nostre misere esistenze.

Un giorno, mi trovavo a camminare nei boschi degli Appennini emiliano-romagnoli: ivi, presso una parete rocciosa, incappai in una stele, in terracotta, risalente all’incirca al VII-VI secolo a.C., ed appartenuta al popolo degli Etruschi, ivi stanziato. Io non conosco la lingua etrusca e non so, quindi, come feci a comprendere il contenuto di quella stele: pareva che un sibilo incessante trapanasse il mio cervello, mentre un ronzio silente echeggiava nella testa, come se il mio corpo percepisse il suono dell’universo stesso, quasi proveniente dai limiti delle galassie e da mondi sconosciuti ed irraggiungibili. In quel muto frastuono, i miei pensieri, come le corde di una cetra, si ponevano sulla medesima onda di quella frequenza, accordandosi e diventando armoniosi; trasmutando, al punto che ogni parola della stele, a me sconosciuta, era seguita dal suo senso più vero nella mia percezione mentale. Così, ora, sono in grado di ripetere la storia che vi trovai: sia la mia memoria fonte bastevole e certa per voi che qui leggete, perché la stele si sbriciolò, come polvere, non appena finii di comprenderne il contenuto.

 

Un giorno, un giovane di nome Macstarna stava passeggiando per i boschi: i ciliegi erano in fiore ed il vento scuoteva, poderoso, le loro fronde, lasciando piovere ovunque candidi petali, al punto che pareva nevicare in piena primavera. Il dolce profumo stordiva il naso sensibile di Macstarna: la testa gli girava, vorticando all’unisono con i rami scossi dal vento e con l’aria circostante. Perso in un vortice di sensazioni, mentre petali bianchi erano sopra di lui e sotto i suoi piedi, come un manto delicato, e, ancora, intorno a lui, in ogni dove – al punto che pareva perdersi la percezione dello spazio – Macstarna si sentì svenire colto da vertigini. Il giovane barcollò stordito, mentre dei merli volavano, svelti, oltre la collina e, subito, capì, da quei segni divinatori, che qualcosa di grandioso stava per accadere. Macstarna sentì la presenza di un essere superiore accanto a sé, ma, soprattutto, udì delle voci provenire da una radura vicina. Ancora stordito, con la vista annebbiata ed ondeggiante, si diresse, rapido, correndo, verso quel luogo: ivi gli si parò innanzi uno spettacolo raccapricciante.

A terra vi era il corpo di un giovinetto: non era facile comprendere l’età di quel fanciullo, che, per alcuni lineamenti, pareva un infante. Egli era steso sul prato, circondato da tre uomini robusti, e completamente legato con corde massicce. Tuttavia, il dato realmente sorprendente fu che il fanciullo era dotato di candide ali lungo la schiena, schiacciate e strappate, in più punti, a causa delle funi che lo soggiogavano. Ovunque erano sparse piume chiazzate di emoglobina, sparpagliatesi dalle abrasioni e dagli scorticamenti delle ali tumide di sebo perlaceo. Il corpo era martoriato da ferite in ogni sua parte: gli uomini avevano dilaniato il corpo dell’essere con spade e lance, sviscerando le budella del neonato, le quali si spargevano sul prato sottostante, imporporato dal sangue copioso ed umido.

“In nome di Velta, cosa state facendo? Possano Northia, dea del fato, e l’onnipotente Tinia avere pietà di voi! Fermate il vostro ignominioso gesto!” gridò esterrefatto Macstarna.

Gli uomini si voltarono, con aria interrogatoria, verso l’ultimo arrivato, di cui si erano accorti soltanto in quel medesimo attimo. Lo squadrarono, poi, dopo essersi scambiati alcuni sguardi concordanti, scoppiarono a ridere, in modo chiassoso e volgare.

Uno di loro, un ometto basso e grasso, quasi calvo e dalla fronte rossa come un peperone, disse con voce prepotente, sputacchiando dal mento sudato ed irsuto:

“Ascolta, giovane, non immischiarti in faccende che non ti riguardano: non stiamo compiendo nulla di irreparabile. Osserva, infatti, quel corpo: esso non è un umano; non sappiamo che razza di essere sia o se sia una qualche divinità; però sappiamo che detestiamo numi e fati, i quali hanno sempre lasciato nelle disgrazie e nelle sofferenze le nostre vite. Ora ci stiamo prendendo una sana vendetta: infliggiamo sadiche torture al corpo di uno di quegli esseri che, più volte, hanno inferto torture a noi e ai nostri spiriti. Inoltre, mentre i nostri spiriti affranti non potranno mai essere risanati di tutto quel dolore, il corpo di questo mostro si rigenera spontaneamente: al punto che non ci riesce di infliggergli alcuna grave lesione, se non pungolando incessantemente le ferite già causate.”

Macstarna osservò inebetito: davvero il corpo dell’essere si rimarginava successivamente ad ogni colpo, tanto che, mentre i tre avevano parlato a lui, distogliendo le loro attenzioni dalle macabre operazioni, la parte inferiore del corpo del fanciullo – fino ad un attimo prima sviscerata e quasi staccata dal bacino – era tornata ad essere compatta e florida.

L’ometto rubicondo si asciugò la fronte con il polso e aggiunse:

“Temevamo fosse il divino Tagete, il fanciullo con l’aspetto da vecchio: eppure abbiamo compreso non trattarsi di lui, perché appare impubere totalmente. Pare un essere a noi sconosciuto e, pertanto, abbiamo deciso di vendicarci su di lui, sfruttando il fatto che egli sia rimasto impigliato in una fune. Dovevi sentire come gridava, con una voce da effeminato che quasi pareva inumana.”

Macstarna osservò il corpo ai suoi piedi poi ribatté:

“Io ebbi la fortuna di visitare la Grecia, accompagnando un mio zio mercante. In quel paese ho scoperto l’esistenza di divinità simili alle nostre: ed anche di alcune a noi sconosciute. Quei popoli adorano una dea molto simile alla nostra Turan: essi la chiamano Afrodite e le attribuiscono un figlio di nome Eros, divinità dell’amore. Tale nume è un fanciullo alato, che porta una faretra, sulle spalle, dotata di frecce capaci di far innamorare la gente: come egli scocca due frecce corrispettive a due vittime designate, costoro non potranno che innamorasi l’un l’altro. Ma se egli scoccasse la freccia verso la persona sbagliata, non potrebbe che derivarne grande sofferenza per chi amasse senza essere amato: costui – sventurato – di certo proverebbe nel petto un lancinante dolore – quasi che la sua cassa toracica fosse squassata e le sue costole spezzate – il quale ben potrebbe dimostrare la presenza di un dardo invisibile, piantato in profondità nel cuore stanco. Ebbene, osservate tale essere e guardate la faretra, l’arco e le frecce sparpagliate qui attorno: da tali dettagli deduco potrebbe trattarsi proprio di tale divinità!”

I quattro uomini fissarono ammutoliti quella strana forma di vita che rantolava a terra, quasi meditando – ciascuno per sé – la possibilità che essa fosse un onnipotente dio: la divinità più importante per gli umani; colei che, in modo imprescindibile, decide dei destini degli umani, determinandone l’esito nelle loro sfere più intime.

L’essere, dal canto suo, ora aveva riguadagnato parte della propria tempra: osservava Macstarna con sorriso plastico, simile ad una bambola di gomma, con gli occhietti scuri ed affossati sotto palpebre rigonfie; le pupille languide di lacrime. Sembrava quasi ringraziare il giovane per aver fermato la propria tortura e pregarlo affinché essa potesse cessare perpetuamente.

Macstarna, a sua volta, fissava quello sguardo in modo sconvolto: incerto sul significato da attribuirgli.

“Certo ha proprio un’aria da deficiente, questo ammasso di lardo in miniatura!” sbottò uno dei tre carnefici improvvisati. Di fatto, il fanciullo pareva avere un volto simile a quello che, oggi, dall’alto delle nostre conoscenze mediche e scientifiche, noi definiamo tipico degli handicappati o degli affetti dalla sindrome di Down.

Macstarna si sentiva impietosito da quello spettacolo, perché l’infante, per quanto divino, stimolava i suoi sensi paterni e gentili, mostrandosi in tutta la sua fragilità e necessitante d’aiuto.

Ciò nonostante, Macstarna covava odio, rancore e vendetta per quel dio, che più volte gli aveva arrecato sofferenze indicibili, inumane e degradanti; così egli disse:

“Sentitemi tutti: io sono davvero convinto che il vostro comportamento sia inaccettabile, verso un simile bambino indifeso; al tempo stesso, devo riconoscere che costui è l’essere immortale e superiore che, più volte, ha cagionato al mondo intero disgrazie infinite. Io ho amato molte donne nella mia vita: una di esse ha preferito un altro uomo a me, assai peggiore ma molto più ricco. Un’altra ha ammesso di amarmi, ma quando ormai io ero già sposato. Mia moglie mi tradì per un uomo infimo. Ma non solo: molti miei amici hanno sofferto a causa di donne che hanno spezzato loro il cuore, incuranti dei loro nobili sentimenti, preferendo piaceri carnali o terrene avidità ai più nobili ed eterni propositi. Deve, poi, sottolinearsi come guerre, stragi, violenze, litigi e qualsiasi altra causa di sofferenze dell’umanità siano causate da abusi o incomprensioni del sentimento dell’amore. Questo io credo: il dio che governa l’amore potrebbe rendere questa terra un mondo perfetto, utopico, in cui tutti si vogliano bene reciprocamente e si aiutino l’un l’altro. Eppure, se questo non avviene, ciò credo sia da imputarsi ad una imperizia di tale divinità nell’attendere alle proprie mansioni. Per tutte queste ragioni, credo che sia, altrettanto, necessitata una punizione verso tale essere e non posso, quindi, oppormi a voi senza sentirmi, a mio modo ed in una certa misura, colpevole. E la mia colpa, in concorso con quella di tale dio, diventerebbe la massima imputazione contro l’umanità concretizzabile! Per ciò, vi dico: stringiamo un accordo di mediazione. Io ho sempre ripromesso a me stesso che avrei punito questo dio, qualora l’avessi avuto a portata di mano: quindi, voi, lasciatelo a me, affinché io possa affrontarlo in regolare duello. Se vincerò, egli morrà sotto i colpi della mia spada e noi otterremo la nostra vendetta. Invece, qualora io perdessi, promettetemi che lo lascerete andare senza torcergli oltre nemmeno una piuma. Vedremo se sarà più veloce la mia spada o la freccia di Eros!”.

Questo disse Macstarna e gli uomini rimasero, per alcuni istanti, intenti ad osservare la volontà dei suoi occhi: poiché il suo sguardo era serio e convinto, indomito ed irrevocabile, essi acconsentirono al patto. I tre uomini aiutarono, infine, Cupido a rialzarsi, slegandolo e porgendogli la faretra e l’arco. Il fanciullo osservò la scena, zitto ed attento: quindi si volse verso Macstarna, osservandolo con intensità. Il giovane, a sua volta, lo osservò pensieroso, sempre incapace di comprendere cosa realmente pensasse l’essere. Nuovamente il fanciullo sbocciò in un ennesimo sorriso, mostrando la bocca quasi sdentata e gonfiando le carnose guance, mentre gli occhi scuri si affossavano nelle orbite ciccione.

“È inutile che mi guardi così: hai poco da ringraziarmi, mongoloide, visto che farò quanto mi sarà possibile per ucciderti.” Disse Macstarna con aria truce e burbera, mal dissimulata, perché era chiaro, agli uomini prima che al dio, l’essere egli una persona sensibile e dolce, che mai si sarebbe rivolta in modo simile ad un fanciullo, specie se svantaggiato, perché nutriva forte affetto verso ogni essere vivente, soprattutto verso i fragili bambini. Eppure il suo cuore era distrutto: da tempo anelava la morte, perché, senza l’amore della sua amata, la sua vita non aveva nemmeno più senso. Quindi, sconvolto e disperato, era a tal punto volto al sacrificio ed al dolore, che avrebbe realmente combattuto con tutta la sua forza quell’essere, nutrendo un odio smisurato dentro di sé, quale mai, altrimenti, avrebbe potuto albergare in lui.

“Per favore, lasciateci soli ora: se vincerò vi verrò a chiamare; altrimenti, concedetemi di non essere visto nel momento della mia disfatta e dipartita.” Ciò disse Macstarna e gli uomini se ne andarono, battendogli le spalle in segno di coraggio ed ammirazione. Quindi il giovane ed il fanciullo rimasero soli nella radura, mentre il cielo incupito era diventato grigio come il marmo, venato da striature candide di petali trasportati dal vento.

“Non appena udremo un tuono – quello sarà il nostro segno della battaglia – inizieremo il nostro scontro.” Detto ciò, Macstarna estrasse la sua lucida spada e, roteatala, in segno di destrezza, lungo il fianco, con fulminei colpi del polso, perfettamente simmetrici alla propria linea eretta, la pose a media altezza innanzi a sé, puntata vero il rivale. Il fanciullo, dal canto suo, era diventato serio ed aveva puntato una freccia verso il giovane: la corda dell’arco era tesa e pronta allo scocco.

I due restarono così alcuni momenti, in posa statuaria l’uno dinnanzi all’altro. Poi, una lieve goccia di pioggia toccò la punta del naso di Macstarna ed un rombo, profondo, tuonò nell’aere. Il fanciullo scostò le braccia e la freccia partì, rapida, verso Macstarna, il quale corse in avanti, evitandola e gettandosi su un lato. Quindi, rapidissimo, Cupido estrasse un’altra freccia dalla faretra e scoccò un altro dardo verso l’uomo. Questi cercò di schivarlo, ma, essendosi avvicinato al dio, riuscì in malo modo a piegarsi e la freccia gli si conficcò nella spalla sinistra. Macstarna emise un ansimo di dolore, che subito trasformò in un grido rabbioso, assieme al quale calò un ampio fendente, in verticale, verso il fanciullo divino, il quale, con una rapida e lieve apertura d’ali, si spostò tre passi all’indietro, schivando il colpo; poi, sempre più veloce, estrasse un’altra freccia e posatala fra le dita – l’occhio socchiuso per prendere la mira – la scagliò verso Macstarna. Il guerriero non poté quasi vedere la freccia, che gli passò accanto, lacerandogli la giugulare, mentre egli si accasciava sul fianco, portandosi una mano al collo ferito e sanguinante. Quindi, Macstarna proiettò in avanti la spada, cercando di affondarla nel ventre del fanciullo che, per la seconda volta, si librò in volo evitando il colpo. Ora il volto dell’infante era nuovamente sorridente: perso in quella sua aria innocente e ritardata che quasi pareva, ironicamente, sbeffeggiare il giovane prossimo alla sconfitta.

“Che tu sia dannato, razza di idiota! Togliti quel sorriso beota dalla faccia, o te lo caverò io, facendoti ingoiare la spada!” Questo gridò, esasperato, Macstarna, dilaniato dal dolore delle ferite: perché le frecce di Cupido sanno fare innamorare, ma, se sono usate come arma mortale, esse rendono ardente la ferita ed indeboliscono il corpo intero, creando lancinanti sofferenze, quali solo l’amore potrebbe far provare ad un uomo. Poi, il giovane si avvicinò, barcollando, all’infante, il quale continuava a sorridere, soddisfatto e spaesato, come se non si rendesse conto di dove realmente si trovasse o di essere in mezzo ad un duello, con la vita di un mortale a propria disposizione: quella situazione gli pareva quasi uno svago leggero; un gioco piacevole.

“Ho detto di toglierti quel sorriso beota!” Gridò nuovamente Macstarna e, questa volta, con tutta la forza rimastagli, scagliò un colpo verso la bocca dell’infante, lacerandogli labbra e gengive e facendo crollare, sanguinanti, i pochi denti. Il fanciullo non aveva scansato il colpo, quasi non credesse realmente che il giovane potesse o volesse sferrarlo. La distrazione gli costò cara, perché Macstarna approfittò immediatamente dell’attimo favorevole per sferrare un ampio fendente, col quale tranciò un orecchio e la lingua del fanciullo; quindi, seguì un rapido affondo, che penetrò nuovamente la bocca del dio, trapassandogli interamente la nuca. Sangue, misto a lembi di carne, crollò a terra.

“Adesso immagino chiuderai la bocca, stupido essere…” disse Macstarna, nel cui volto brillava un ghigno malefico e sadico.

Il fanciullo portò le mani alla bocca e la tappò con lievi mugolii; essa si ricompose, quasi che aghi di cartilagine compatta, spuntati come tentacoli dalla pelle, ricucissero i lembi strappati.

Poi, egli guardò il forte guerriero ferito e, con ciglia corrucciate ed occhi lucidi, lo apostrofò, parlando per la prima volta:

“Sciocco uomo, perché credi che io sorridessi costantemente? Perché credi non aprissi mai i miei occhi completamente, ma il mio sguardo restasse come asservito a perenni palpebre socchiuse? Ora, scoprirai il reale potere di Cupido, od Eros che dir si voglia: esso non si basa su artefatti materiali, ma è insito nel mio stesso corpo divino. Le lacrime, uomo: le lacrime di Cupido ed il suo pianto possono distruggere qualsiasi mortale.”

Come tali parole furono pronunciate dalla squillante e bianca voce dell’infante, egli prese a piangere copiosamente e sonoramente, emettendo un suono tale da penetrare il cervello e sembrare far tremare persino il corpo dall’interno. Pareva il canto di una sirena: un suono immenso ed assordante; stridente e lancinante. Inoltre, le gocce delle lacrime del fanciullo presero a schizzare come proiettili – simili nell’aspetto a piccole perle sferiche e scintillanti – verso l’uomo, trapassandogli la pelle e bruciando come acido. Macstarna iniziò a sentirsi spaccare dall’interno, quasi che i muscoli si stessero staccando e sollevando dalle ossa, il sangue stesse facendo scoppiare i vasi in cui scorreva, e lo scheletro si stesse sbriciolando come roccia durante un terremoto. Il cuore prese a battere in modo compulsivo, fino al parossismo: allora, Cupido simulò il gesto di scoccare una freccia dal suo arco e, di fatto, qualcosa, invisibile, dovette trapassare il cuore di Macstarna, perché esso esplose, in un istante, dall’interno, squassando persino i polmoni ed il diaframma e quasi fuoriuscendo dallo sterno.

Il giovane si trovò, perciò, steso a terra, morente: osservò il volto dell’infante, tornato alla sua smorfia divertita e sorridente. Con gli occhi umidi di lacrime e tossendo sangue, Macstarna concentrò le sue ultime forze in un affannato e flebile respiro:

“Ti prego, dio dell’amore, prima che io muoia, rivelami il perché di tutto il dolore che esiste sulla terra: il perché voi dei – ma tu, soprattutto, che detieni il dono maggiore – non facciate nulla per porre rimedio ad esso.”

Il fanciullo osservò l’uomo con sguardo caritatevole, quindi rispose:

“C’è chi crede nell’esistenza di un amore senza fine che, come un motore primo ed immobile, faccia esistere tutte le altre creature. C’è chi crede in un dio del caos che, come un’aquila oscura, si erga sopra il destino degli umani, divorando la consapevolezza di tali creature e che pur lasci un passaggio verso la libertà, per disobbedire al richiamo della morte e della consunzione. C’è, ancora, chi crede nell’esistenza di una pluralità di divinità più o meno congruenti, caratterialmente, con i difetti e le debolezze degli umani. Poi, c’è chi crede in un amore del sacrificio: perché l’amore vero è dare senza chiedere; è soffrire senza ribellarsi al proprio patibolo. Ogni qualvolta un uomo soffra ed incolpi l’amore, egli dovrebbe incolpare se stesso, per aver preteso ciò che non gli era lecito. Eppure io ti dico, uomo, che la verità ultima non è in alcuna di tali visioni. Ora ti rivelerò il segreto che svela tutta la conoscenza dell’universo: il reale contenuto dell’amore.”

Ciò detto, Cupido si chinò e sussurrò poche parole all’orecchio di Macstarna: gli occhi del giovane si dilatarono sconvolti e lacrime corsero rapide. Uno sguardo, triste ed al tempo stesso soddisfatto, gli piegò le labbra. Morente il giovane commentò:

“Ora mi è finalmente tutto chiaro… pensare che era così semplice ed al tempo stesso così straordinario! Quanti errori, quante vite considerate sbagliate a causa di distorte illusioni! Ora posso morire sereno.”

Dal canto suo, l’essere chiamato Cupido si alzò, tronfio e vincente, sopra la radura. Il suo aspetto, ora, era imponente e spaventoso: quasi trasfigurato in un essere terribile e cupo, molto simile all’edipico ed incestuoso demone di nera tenebra, che Milton descrisse come Peste, figlio di Morte, nel suo “Paradiso Perduto”; un demone portatore di disgrazia e dolori tra gli umani, distillatore di morte. Un demone che – vuole il caso – era armato, anch’esso, di un arco e di letali frecce.

Macstarna piegò il capo e spirò: il suo cuore era completamente spappolato.

 

Mai fu provato più gran dolore del morire a causa dell’amore.

        

Qui sopra: Testa femminile. Dall'Area archeologica e Antiquarium di Pyrgi
Santa Marinella (RM)
Conservata presso il Museo di Villa Giulia

Tratta da: http://www.beniculturali.it/novita/iniziative/etruschi/immagini/grandi/pyrgi.jpg

 

 

 

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