Death
of an ancient god
The
binding corps of Cupido
Un
tempo, sulla terra, erano adorati ed idolatrati esseri dotati dei più
straordinari poteri. Non sappiamo se essi siano realmente esistiti o se fossero
le proiezioni dell’inconscio collettivo teorizzato da Jung. Forse esiste un
luogo, oltre il nostro universo, in cui realmente dimorano esseri
preternaturali; un sistema non inerziale, nel quale la luce sia mero accidente,
incapace di imporsi su esseri ad essa superiori. Se tale luogo esistesse, esso
sarebbe, dunque, svincolato dai concetti di umana creazione di spazio e tempo:
sarebbe esistenza assoluta ed illimitata. Eppure, usando le nostre fragili ed
imperfette definizioni, potremmo sostenere che ivi, da ere infinite ed eterne,
esistano divinità superiori a qualsiasi altro essere. Forse esistono
innumerevoli dei che, dall’alba dei tempi, combattono, fra loro, una lotta per
ottenere la supremazia ed il dominio sull’universo intero. Forse esiste un dio
assoluto, capace di regnare su tutti gli altri; un dio caotico e distruttore,
che voglia imporsi crudelmente su tutto ciò che a lui sia inferiore e
dominarlo. Oppure, un dio concretizzante l’amore allo stato puro, capace di
perdonare ogni altro essere; sofferente, in modo empatico, per tutto il dolore
che si stilli, come rugiada, attraverso gli sconfinati universi; un dio che
faccia il possibile per arginare tale oceanico stillicidio e portare
l’armonia. Forse potrebbero esistere tutte queste cose all’interno di un
pantheon in continuo conflitto: una lotta insanabile che porti a rari momenti di
equilibrio – o quantomeno di posizioni certe – in cui una o più di tali
entità possano essere identificate come i temporanei vincitori.
Tuttavia,
simili problemi sembrerebbero insondabili ed irrisolvibili per i miseri mortali:
ciò non toglie che la credenza negli antichi dei è stata spazzata via con il
nascere e l’imporsi dei grandi culti monoteistici; le numerose divinità sono
state identificate in un unico essere superiore, laddove le qualità distintive
di simili fenomenologie del divino fossero percepite come appropriate
all’ideologia dominante nella teologia impostasi sulla società. Invece, tutti
gli esseri, i cui ruoli fossero inadatti a mantenere il controllo e proteggere
la sopravvivenza del regime dittatoriale fideistico, furono identificati con
esseri demoniaci od infernali, in quanto tali da esorcizzare ed eliminare. Si può
pensare che l’inconscio collettivo sia stato riversato nelle infinite arti
umane al punto che il tubo catodico ed il silicio informatico abbiano
definitivamente imprigionato gli antichi dei, in un limbo dal quale soltanto un
ritorno alla più sfrenata fantasia, da parte della maggioranza degli umani,
potrebbe liberarli. Scopo irreale, dato che, quella stessa moltitudine, da cui
dipenderebbe la liberazione di tali archetipi dell’inconscio, è diventata
schiava, essa stessa, dei propri strumenti di controllo: lobotomizzata e drogata
da un bombardamento continuo e costante di messaggi vuoti di contenuto; di
significanti privi di significato. Eppure, al di là dell’imporsi delle misere
volontà umane sul destino della storia, esseri così potenti ed immortali,
posti al di fuori delle leggi fisiche e logiche del nostro mondo, non potrebbero
in alcun modo essere scalfiti da un qualsiasi atto umano; nemmeno di volontà.
Svincolati da regole di spazio e tempo, potrebbero, in ogni momento, apparire
per dominarci: forse, persino in questo stesso momento camminano tra noi,
decidendo delle nostre misere esistenze.
Un
giorno, mi trovavo a camminare nei boschi degli Appennini emiliano-romagnoli:
ivi, presso una parete rocciosa, incappai in una stele, in terracotta, risalente
all’incirca al VII-VI secolo a.C., ed appartenuta al popolo degli Etruschi,
ivi stanziato. Io non conosco la lingua etrusca e non so, quindi, come feci a
comprendere il contenuto di quella stele: pareva che un sibilo incessante
trapanasse il mio cervello, mentre un ronzio silente echeggiava nella testa,
come se il mio corpo percepisse il suono dell’universo stesso, quasi
proveniente dai limiti delle galassie e da mondi sconosciuti ed irraggiungibili.
In quel muto frastuono, i miei pensieri, come le corde di una cetra, si ponevano
sulla medesima onda di quella frequenza, accordandosi e diventando armoniosi;
trasmutando, al punto che ogni parola della stele, a me sconosciuta, era seguita
dal suo senso più vero nella mia percezione mentale. Così, ora, sono in grado
di ripetere la storia che vi trovai: sia la mia memoria fonte bastevole e certa
per voi che qui leggete, perché la stele si sbriciolò, come polvere, non
appena finii di comprenderne il contenuto.
Un
giorno, un giovane di nome Macstarna stava passeggiando per i boschi: i ciliegi
erano in fiore ed il vento scuoteva, poderoso, le loro fronde, lasciando piovere
ovunque candidi petali, al punto che pareva nevicare in piena primavera. Il
dolce profumo stordiva il naso sensibile di Macstarna: la testa gli girava,
vorticando all’unisono con i rami scossi dal vento e con l’aria circostante.
Perso in un vortice di sensazioni, mentre petali bianchi erano sopra di lui e
sotto i suoi piedi, come un manto delicato, e, ancora, intorno a lui, in ogni
dove – al punto che pareva perdersi la percezione dello spazio – Macstarna
si sentì svenire colto da vertigini. Il giovane barcollò stordito, mentre dei
merli volavano, svelti, oltre la collina e, subito, capì, da quei segni
divinatori, che qualcosa di grandioso stava per accadere. Macstarna sentì la
presenza di un essere superiore accanto a sé, ma, soprattutto, udì delle voci
provenire da una radura vicina. Ancora stordito, con la vista annebbiata ed
ondeggiante, si diresse, rapido, correndo, verso quel luogo: ivi gli si parò
innanzi uno spettacolo raccapricciante.
A
terra vi era il corpo di un giovinetto: non era facile comprendere l’età di
quel fanciullo, che, per alcuni lineamenti, pareva un infante. Egli era steso
sul prato, circondato da tre uomini robusti, e completamente legato con corde
massicce. Tuttavia, il dato realmente sorprendente fu che il fanciullo era
dotato di candide ali lungo la schiena, schiacciate e strappate, in più punti,
a causa delle funi che lo soggiogavano. Ovunque erano sparse piume chiazzate di
emoglobina, sparpagliatesi dalle abrasioni e dagli scorticamenti delle ali
tumide di sebo perlaceo. Il corpo era martoriato da ferite in ogni sua parte:
gli uomini avevano dilaniato il corpo dell’essere con spade e lance,
sviscerando le budella del neonato, le quali si spargevano sul prato
sottostante, imporporato dal sangue copioso ed umido.
“In
nome di Velta, cosa state facendo? Possano Northia, dea del fato, e
l’onnipotente Tinia avere pietà di voi! Fermate il vostro ignominioso
gesto!” gridò esterrefatto Macstarna.
Gli
uomini si voltarono, con aria interrogatoria, verso l’ultimo arrivato, di cui
si erano accorti soltanto in quel medesimo attimo. Lo squadrarono, poi, dopo
essersi scambiati alcuni sguardi concordanti, scoppiarono a ridere, in modo
chiassoso e volgare.
Uno
di loro, un ometto basso e grasso, quasi calvo e dalla fronte rossa come un
peperone, disse con voce prepotente, sputacchiando dal mento sudato ed irsuto:
“Ascolta,
giovane, non immischiarti in faccende che non ti riguardano: non stiamo
compiendo nulla di irreparabile. Osserva, infatti, quel corpo: esso non è un
umano; non sappiamo che razza di essere sia o se sia una qualche divinità; però
sappiamo che detestiamo numi e fati, i quali hanno sempre lasciato nelle
disgrazie e nelle sofferenze le nostre vite. Ora ci stiamo prendendo una sana
vendetta: infliggiamo sadiche torture al corpo di uno di quegli esseri che, più
volte, hanno inferto torture a noi e ai nostri spiriti. Inoltre, mentre i nostri
spiriti affranti non potranno mai essere risanati di tutto quel dolore, il corpo
di questo mostro si rigenera spontaneamente: al punto che non ci riesce di
infliggergli alcuna grave lesione, se non pungolando incessantemente le ferite
già causate.”
Macstarna
osservò inebetito: davvero il corpo dell’essere si rimarginava
successivamente ad ogni colpo, tanto che, mentre i tre avevano parlato a lui,
distogliendo le loro attenzioni dalle macabre operazioni, la parte inferiore del
corpo del fanciullo – fino ad un attimo prima sviscerata e quasi staccata dal
bacino – era tornata ad essere compatta e florida.
L’ometto
rubicondo si asciugò la fronte con il polso e aggiunse:
“Temevamo
fosse il divino Tagete, il fanciullo con l’aspetto da vecchio: eppure abbiamo
compreso non trattarsi di lui, perché appare impubere totalmente. Pare un
essere a noi sconosciuto e, pertanto, abbiamo deciso di vendicarci su di lui,
sfruttando il fatto che egli sia rimasto impigliato in una fune. Dovevi sentire
come gridava, con una voce da effeminato che quasi pareva inumana.”
Macstarna
osservò il corpo ai suoi piedi poi ribatté:
“Io
ebbi la fortuna di visitare la Grecia, accompagnando un mio zio mercante. In
quel paese ho scoperto l’esistenza di divinità simili alle nostre: ed anche
di alcune a noi sconosciute. Quei popoli adorano una dea molto simile alla
nostra Turan: essi la chiamano Afrodite e le attribuiscono un figlio di nome
Eros, divinità dell’amore. Tale nume è un fanciullo alato, che porta una
faretra, sulle spalle, dotata di frecce capaci di far innamorare la gente: come
egli scocca due frecce corrispettive a due vittime designate, costoro non
potranno che innamorasi l’un l’altro. Ma se egli scoccasse la freccia verso
la persona sbagliata, non potrebbe che derivarne grande sofferenza per chi
amasse senza essere amato: costui – sventurato – di certo proverebbe nel
petto un lancinante dolore – quasi che la sua cassa toracica fosse squassata e
le sue costole spezzate – il quale ben potrebbe dimostrare la presenza di un
dardo invisibile, piantato in profondità nel cuore stanco. Ebbene, osservate
tale essere e guardate la faretra, l’arco e le frecce sparpagliate qui
attorno: da tali dettagli deduco potrebbe trattarsi proprio di tale divinità!”
I
quattro uomini fissarono ammutoliti quella strana forma di vita che rantolava a
terra, quasi meditando – ciascuno per sé – la possibilità che essa fosse
un onnipotente dio: la divinità più importante per gli umani; colei che, in
modo imprescindibile, decide dei destini degli umani, determinandone l’esito
nelle loro sfere più intime.
L’essere,
dal canto suo, ora aveva riguadagnato parte della propria tempra: osservava
Macstarna con sorriso plastico, simile ad una bambola di gomma, con gli
occhietti scuri ed affossati sotto palpebre rigonfie; le pupille languide di
lacrime. Sembrava quasi ringraziare il giovane per aver fermato la propria
tortura e pregarlo affinché essa potesse cessare perpetuamente.
Macstarna,
a sua volta, fissava quello sguardo in modo sconvolto: incerto sul significato
da attribuirgli.
“Certo
ha proprio un’aria da deficiente, questo ammasso di lardo in miniatura!”
sbottò uno dei tre carnefici improvvisati. Di fatto, il fanciullo pareva avere
un volto simile a quello che, oggi, dall’alto delle nostre conoscenze mediche
e scientifiche, noi definiamo tipico degli handicappati o degli affetti dalla
sindrome di Down.
Macstarna
si sentiva impietosito da quello spettacolo, perché l’infante, per quanto
divino, stimolava i suoi sensi paterni e gentili, mostrandosi in tutta la sua
fragilità e necessitante d’aiuto.
Ciò
nonostante, Macstarna covava odio, rancore e vendetta per quel dio, che più
volte gli aveva arrecato sofferenze indicibili, inumane e degradanti; così egli
disse:
“Sentitemi
tutti: io sono davvero convinto che il vostro comportamento sia inaccettabile,
verso un simile bambino indifeso; al tempo stesso, devo riconoscere che costui
è l’essere immortale e superiore che, più volte, ha cagionato al mondo
intero disgrazie infinite. Io ho amato molte donne nella mia vita: una di esse
ha preferito un altro uomo a me, assai peggiore ma molto più ricco. Un’altra
ha ammesso di amarmi, ma quando ormai io ero già sposato. Mia moglie mi tradì
per un uomo infimo. Ma non solo: molti miei amici hanno sofferto a causa di
donne che hanno spezzato loro il cuore, incuranti dei loro nobili sentimenti,
preferendo piaceri carnali o terrene avidità ai più nobili ed eterni
propositi. Deve, poi, sottolinearsi come guerre, stragi, violenze, litigi e
qualsiasi altra causa di sofferenze dell’umanità siano causate da abusi o
incomprensioni del sentimento dell’amore. Questo io credo: il dio che governa
l’amore potrebbe rendere questa terra un mondo perfetto, utopico, in cui tutti
si vogliano bene reciprocamente e si aiutino l’un l’altro. Eppure, se questo
non avviene, ciò credo sia da imputarsi ad una imperizia di tale divinità
nell’attendere alle proprie mansioni. Per tutte queste ragioni, credo che sia,
altrettanto, necessitata una punizione verso tale essere e non posso, quindi,
oppormi a voi senza sentirmi, a mio modo ed in una certa misura, colpevole. E la
mia colpa, in concorso con quella di tale dio, diventerebbe la massima
imputazione contro l’umanità concretizzabile! Per ciò, vi dico: stringiamo
un accordo di mediazione. Io ho sempre ripromesso a me stesso che avrei punito
questo dio, qualora l’avessi avuto a portata di mano: quindi, voi, lasciatelo
a me, affinché io possa affrontarlo in regolare duello. Se vincerò, egli morrà
sotto i colpi della mia spada e noi otterremo la nostra vendetta. Invece,
qualora io perdessi, promettetemi che lo lascerete andare senza torcergli oltre
nemmeno una piuma. Vedremo se sarà più veloce la mia spada o la freccia di
Eros!”.
Questo
disse Macstarna e gli uomini rimasero, per alcuni istanti, intenti ad osservare
la volontà dei suoi occhi: poiché il suo sguardo era serio e convinto,
indomito ed irrevocabile, essi acconsentirono al patto. I tre uomini aiutarono,
infine, Cupido a rialzarsi, slegandolo e porgendogli la faretra e l’arco. Il
fanciullo osservò la scena, zitto ed attento: quindi si volse verso Macstarna,
osservandolo con intensità. Il giovane, a sua volta, lo osservò pensieroso,
sempre incapace di comprendere cosa realmente pensasse l’essere. Nuovamente il
fanciullo sbocciò in un ennesimo sorriso, mostrando la bocca quasi sdentata e
gonfiando le carnose guance, mentre gli occhi scuri si affossavano nelle orbite
ciccione.
“È
inutile che mi guardi così: hai poco da ringraziarmi, mongoloide, visto che farò
quanto mi sarà possibile per ucciderti.” Disse Macstarna con aria truce e
burbera, mal dissimulata, perché era chiaro, agli uomini prima che al dio,
l’essere egli una persona sensibile e dolce, che mai si sarebbe rivolta in
modo simile ad un fanciullo, specie se svantaggiato, perché nutriva forte
affetto verso ogni essere vivente, soprattutto verso i fragili bambini. Eppure
il suo cuore era distrutto: da tempo anelava la morte, perché, senza l’amore
della sua amata, la sua vita non aveva nemmeno più senso. Quindi, sconvolto e
disperato, era a tal punto volto al sacrificio ed al dolore, che avrebbe
realmente combattuto con tutta la sua forza quell’essere, nutrendo un odio
smisurato dentro di sé, quale mai, altrimenti, avrebbe potuto albergare in lui.
“Per
favore, lasciateci soli ora: se vincerò vi verrò a chiamare; altrimenti,
concedetemi di non essere visto nel momento della mia disfatta e dipartita.”
Ciò disse Macstarna e gli uomini se ne andarono, battendogli le spalle in segno
di coraggio ed ammirazione. Quindi il giovane ed il fanciullo rimasero soli
nella radura, mentre il cielo incupito era diventato grigio come il marmo,
venato da striature candide di petali trasportati dal vento.
“Non
appena udremo un tuono – quello sarà il nostro segno della battaglia –
inizieremo il nostro scontro.” Detto ciò, Macstarna estrasse la sua lucida
spada e, roteatala, in segno di destrezza, lungo il fianco, con fulminei colpi
del polso, perfettamente simmetrici alla propria linea eretta, la pose a media
altezza innanzi a sé, puntata vero il rivale. Il fanciullo, dal canto suo, era
diventato serio ed aveva puntato una freccia verso il giovane: la corda
dell’arco era tesa e pronta allo scocco.
I
due restarono così alcuni momenti, in posa statuaria l’uno dinnanzi
all’altro. Poi, una lieve goccia di pioggia toccò la punta del naso di
Macstarna ed un rombo, profondo, tuonò nell’aere. Il fanciullo scostò le
braccia e la freccia partì, rapida, verso Macstarna, il quale corse in avanti,
evitandola e gettandosi su un lato. Quindi, rapidissimo, Cupido estrasse
un’altra freccia dalla faretra e scoccò un altro dardo verso l’uomo. Questi
cercò di schivarlo, ma, essendosi avvicinato al dio, riuscì in malo modo a
piegarsi e la freccia gli si conficcò nella spalla sinistra. Macstarna emise un
ansimo di dolore, che subito trasformò in un grido rabbioso, assieme al quale
calò un ampio fendente, in verticale, verso il fanciullo divino, il quale, con
una rapida e lieve apertura d’ali, si spostò tre passi all’indietro,
schivando il colpo; poi, sempre più veloce, estrasse un’altra freccia e
posatala fra le dita – l’occhio socchiuso per prendere la mira – la scagliò
verso Macstarna. Il guerriero non poté quasi vedere la freccia, che gli passò
accanto, lacerandogli la giugulare, mentre egli si accasciava sul fianco,
portandosi una mano al collo ferito e sanguinante. Quindi, Macstarna proiettò
in avanti la spada, cercando di affondarla nel ventre del fanciullo che, per la
seconda volta, si librò in volo evitando il colpo. Ora il volto dell’infante
era nuovamente sorridente: perso in quella sua aria innocente e ritardata che
quasi pareva, ironicamente, sbeffeggiare il giovane prossimo alla sconfitta.
“Che
tu sia dannato, razza di idiota! Togliti quel sorriso beota dalla faccia, o te
lo caverò io, facendoti ingoiare la spada!” Questo gridò, esasperato,
Macstarna, dilaniato dal dolore delle ferite: perché le frecce di Cupido sanno
fare innamorare, ma, se sono usate come arma mortale, esse rendono ardente la
ferita ed indeboliscono il corpo intero, creando lancinanti sofferenze, quali
solo l’amore potrebbe far provare ad un uomo. Poi, il giovane si avvicinò,
barcollando, all’infante, il quale continuava a sorridere, soddisfatto e
spaesato, come se non si rendesse conto di dove realmente si trovasse o di
essere in mezzo ad un duello, con la vita di un mortale a propria disposizione:
quella situazione gli pareva quasi uno svago leggero; un gioco piacevole.
“Ho
detto di toglierti quel sorriso beota!” Gridò nuovamente Macstarna e, questa
volta, con tutta la forza rimastagli, scagliò un colpo verso la bocca
dell’infante, lacerandogli labbra e gengive e facendo crollare, sanguinanti, i
pochi denti. Il fanciullo non aveva scansato il colpo, quasi non credesse
realmente che il giovane potesse o volesse sferrarlo. La distrazione gli costò
cara, perché Macstarna approfittò immediatamente dell’attimo favorevole per
sferrare un ampio fendente, col quale tranciò un orecchio e la lingua del
fanciullo; quindi, seguì un rapido affondo, che penetrò nuovamente la bocca
del dio, trapassandogli interamente la nuca. Sangue, misto a lembi di carne,
crollò a terra.
“Adesso
immagino chiuderai la bocca, stupido essere…” disse Macstarna, nel cui volto
brillava un ghigno malefico e sadico.
Il
fanciullo portò le mani alla bocca e la tappò con lievi mugolii; essa si
ricompose, quasi che aghi di cartilagine compatta, spuntati come tentacoli dalla
pelle, ricucissero i lembi strappati.
Poi,
egli guardò il forte guerriero ferito e, con ciglia corrucciate ed occhi
lucidi, lo apostrofò, parlando per la prima volta:
“Sciocco
uomo, perché credi che io sorridessi costantemente? Perché credi non aprissi
mai i miei occhi completamente, ma il mio sguardo restasse come asservito a
perenni palpebre socchiuse? Ora, scoprirai il reale potere di Cupido, od Eros
che dir si voglia: esso non si basa su artefatti materiali, ma è insito nel mio
stesso corpo divino. Le lacrime, uomo: le lacrime di Cupido ed il suo pianto
possono distruggere qualsiasi mortale.”
Come
tali parole furono pronunciate dalla squillante e bianca voce dell’infante,
egli prese a piangere copiosamente e sonoramente, emettendo un suono tale da
penetrare il cervello e sembrare far tremare persino il corpo dall’interno.
Pareva il canto di una sirena: un suono immenso ed assordante; stridente e
lancinante. Inoltre, le gocce delle lacrime del fanciullo presero a schizzare
come proiettili – simili nell’aspetto a piccole perle sferiche e
scintillanti – verso l’uomo, trapassandogli la pelle e bruciando come acido.
Macstarna iniziò a sentirsi spaccare dall’interno, quasi che i muscoli si
stessero staccando e sollevando dalle ossa, il sangue stesse facendo scoppiare i
vasi in cui scorreva, e lo scheletro si stesse sbriciolando come roccia durante
un terremoto. Il cuore prese a battere in modo compulsivo, fino al parossismo:
allora, Cupido simulò il gesto di scoccare una freccia dal suo arco e, di
fatto, qualcosa, invisibile, dovette trapassare il cuore di Macstarna, perché
esso esplose, in un istante, dall’interno, squassando persino i polmoni ed il
diaframma e quasi fuoriuscendo dallo sterno.
Il
giovane si trovò, perciò, steso a terra, morente: osservò il volto
dell’infante, tornato alla sua smorfia divertita e sorridente. Con gli occhi
umidi di lacrime e tossendo sangue, Macstarna concentrò le sue ultime forze in
un affannato e flebile respiro:
“Ti
prego, dio dell’amore, prima che io muoia, rivelami il perché di tutto il
dolore che esiste sulla terra: il perché voi dei – ma tu, soprattutto, che
detieni il dono maggiore – non facciate nulla per porre rimedio ad esso.”
Il
fanciullo osservò l’uomo con sguardo caritatevole, quindi rispose:
“C’è
chi crede nell’esistenza di un amore senza fine che, come un motore primo ed
immobile, faccia esistere tutte le altre creature. C’è chi crede in un dio
del caos che, come un’aquila oscura, si erga sopra il destino degli umani,
divorando la consapevolezza di tali creature e che pur lasci un passaggio
verso la libertà, per disobbedire al richiamo della morte e della
consunzione. C’è, ancora, chi crede nell’esistenza di una pluralità di
divinità più o meno congruenti, caratterialmente, con i difetti e le debolezze
degli umani. Poi, c’è chi crede in un amore del sacrificio: perché l’amore
vero è dare senza chiedere; è soffrire senza ribellarsi al proprio patibolo.
Ogni qualvolta un uomo soffra ed incolpi l’amore, egli dovrebbe incolpare se
stesso, per aver preteso ciò che non gli era lecito. Eppure io ti dico, uomo,
che la verità ultima non è in alcuna di tali visioni. Ora ti rivelerò il
segreto che svela tutta la conoscenza dell’universo: il reale contenuto
dell’amore.”
Ciò
detto, Cupido si chinò e sussurrò poche parole all’orecchio di Macstarna:
gli occhi del giovane si dilatarono sconvolti e lacrime corsero rapide. Uno
sguardo, triste ed al tempo stesso soddisfatto, gli piegò le labbra. Morente il
giovane commentò:
“Ora
mi è finalmente tutto chiaro… pensare che era così semplice ed al tempo
stesso così straordinario! Quanti errori, quante vite considerate sbagliate a
causa di distorte illusioni! Ora posso morire sereno.”
Dal
canto suo, l’essere chiamato Cupido si alzò, tronfio e vincente, sopra la
radura. Il suo aspetto, ora, era imponente e spaventoso: quasi trasfigurato in
un essere terribile e cupo, molto simile all’edipico ed incestuoso demone di
nera tenebra, che Milton descrisse come Peste, figlio di Morte, nel suo “Paradiso
Perduto”; un demone portatore di disgrazia e dolori tra gli umani,
distillatore di morte. Un demone che – vuole il caso – era armato,
anch’esso, di un arco e di letali frecce.
Macstarna
piegò il capo e spirò: il suo cuore era completamente spappolato.
Mai
fu provato più gran dolore del morire a causa dell’amore.

Qui sopra:
Testa femminile. Dall'Area archeologica e Antiquarium di Pyrgi
Santa Marinella (RM)
Conservata presso il Museo di Villa Giulia
Tratta
da: http://www.beniculturali.it/novita/iniziative/etruschi/immagini/grandi/pyrgi.jpg
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