La storia di Ephraim
Nella Bibbia sono contenute innumerevoli storie, risalenti a moltissime
epoche diverse. Molte sono, poi, le storie e le leggende che vengono tramandate
al di fuori della raccolta biblica: vangeli apocrifi, cabala ebraica, racconti
mistici… Nonostante tutto ciò, può, talvolta, capitare che alcune storie
tendano ad essere dimenticate o non siano proprio tramandate. Generalmente non
si potrebbe porre rimedio alcuno a simili lacune, se non investigando dimensioni
immaginifiche ed ideative, oniriche e metafisiche. Talvolta succede, tuttavia,
che siano gli angeli stessi, i messaggeri dell’Altissimo, a recapitare queste
storie ai posteri. Le lacune vengono, in tal modo, riempite dai racconti dettati
dall’alto dei cieli. Il giorno 8 aprile 2004, mi accorsi, mentre guardavo il
cielo fuori della mia stanza ed osservavo i freschi ed umidi colori degli alberi
in germoglio, che una storia non è stata tramandata. Una storia che non so se
sia mai esistita e, ciò nonostante, devo, ora e qui, narrare.
Ephraim era un giovane ragazzo della tribù di Giuda, che viveva
nel sud della Palestina. Era un giovanotto molto dolce e sensibile, il quale non
perdeva mai occasione per aiutare il prossimo e porre in essere gli insegnamenti
della Torah. Probabilmente era un santo in terra, eppure – temendo di
peccare di superbia – non osava nemmeno prendere in considerazione una simile
possibilità. La fede di Ephraim era fortemente radicata nel suo animo; eppure,
ivi si celava, fra arterie neglette, una continua insoddisfazione verso il mondo
e l’universo. Ephraim amava fortemente una donna, la quale non ricambiava
questi suoi sentimenti; vedeva costantemente soffrire le persone vicine a lui
per fatiche e malattie. Nonostante tutto ciò, egli continuava a pregare il
Signore e confidava che, prima o poi, avrebbe capito il senso della vita. Un
giorno, egli aveva portato al pascolo le pecore del suo gregge paterno e si era
disteso al sole lungo la pendice di un’esile collinetta, arruffata fra ulivi
gonfi di olive mature e lucide. Stava osservando l’incessante migrare delle
nuvole candide nel cielo brillante, riflettendo sul mondo e la vita, quando udì
la voce di un uomo alle sue spalle. Un anziano, ammantato da una lunga tunica
con cappuccio, stava camminando nella sua direzione, cantando con voce a tratti
roca. Ephraim rimase stupito nel vedere quella persona mai incontrata prima:
poteva vantarsi di conoscere tutti gli abitanti del proprio villaggio e dei
paesi vicini, anche a causa della sua spiccata loquacità e cordialità, eppure
non aveva mai visto quell’uomo. Incuriosito, il giovane si alzò e andò verso
il vecchio, pronunciando un sonoro “Barukh ha Shem”.
L’uomo guardò il giovane con aria sorpresa e rispose con un “Barukh
ha Shem” a sua volta. Infine, si pose a sedere su una roccia grande e
piatta, appoggiò le mani al bastone – ben puntellato fra i suoi piedi – ed
il mento su di esse, sistemandosi, in tal modo, in un equilibrio pressoché
statuario. Fissò, per un po’, il ragazzo, restando ammutolito e pensieroso;
quindi, mosse le labbra al tipico modo dei vecchi, quando paiono delle mucche
ruminanti, quasi che stesse rimescolando in bocca le parole prima di proferirle.
Infine, con fronte aggrottata e cipiglio accigliato, domandò al giovane:
“Per cosa stiamo ringraziando il Signore oggi, esattamente?”
Il giovane Ephraim si stupì per quella domanda, apparentemente assurda
o banale, e rispose in modo neutrale:
“Il Signore va costantemente ringraziato, perché grande è la sua
provvidenza nel mondo!”
“Certamente ogni istante il Signore compie grandi cose… ma possiamo,
forse, ogni momento, ringraziarlo per ciascuna singola Sua azione? Dunque, se lo
ringraziamo, dobbiamo farlo con coscienza di ciò che, in quell’istante, ci
pare così speciale e grandioso da meritare di spezzare il nostro silenzio e
gridare al mondo la nostra gioia; non trovi?” Questo ribatté l’uomo,
continuando ad osservare Ephraim con aria inquisitoria.
Il povero giovane, dal canto suo, era davvero basito, non aspettandosi
affatto una simile discussione. Cambiando tono repentinamente, disse al vecchio:
“Non saprei Rabbi; non volevo ringraziare il Signore per qualcosa in
particolare: il mio era solo un tentativo per interloquire con uno sconosciuto,
quale voi siete. Del resto, continuo a pensare che ci siano fin troppi motivi
per ringraziare il Signore… uno qualsiasi andrà benissimo sempre.”
L’uomo sospirò con le narici, annusando l’aria carica di profumi e,
quindi, aggiunse:
“Giacché hai voglia di parlare con me, giovanotto, perché non
proviamo a trovare un motivo specifico per cui ringraziare il Signore in questo
istante preciso?”
Ephraim annuì con il capo, dicendo:
“Qual è la vostra idea, Rabbi?”
“Cerchiamo di riassumere la condizione attuale delle cose su questa
terra; intanto, sicuramente, ci renderemo conto che, contemporaneamente al
nostro parlare, le cose stesse stanno cambiando per volere dell’Altissimo.
Una, fra esse, dovrà sembrarci, per forza, degna di nota su tutte le altre. Ad
esempio: le nuvole, lassù, stanno viaggiando ed il vento scosta le cime
frondose degli alberi. Non reputo simili eventi, per quanto immensamente belli,
degni di essere apprezzati sopra ad ogni altra cosa…”
Questo disse l’anziano ed Ephraim era sempre più perplesso, al punto
che sbottò:
“Rabbi, dovete capire la grandiosità del più piccolo filo d’erba,
per poter ringraziare il Signore come si conviene!”
“Ma io apprezzo anche il più piccolo respiro del vento, figliolo!
Eppure, ora, da qualche parte, un uomo sta morendo, un altro sta nascendo e
qualcuno ha salvato la vita a qualcun altro. Pertanto, preferisco ringraziare il
Signore per queste quattro vite che hanno assaporato l’esistenza, piuttosto
che per un sottile filo d’erba.” Ciò detto l’anziano uomo esplose in un
sorriso a labbra chiuse, tale che tutta la sua faccia rugosa si distese in una
solare espressione allegra, tirata come la tenda di un tempio. Vedendo che
Ephraim era ammutolito, l’uomo aggiunse:
“Come stanno i tuoi cari familiari?”
Ephraim rispose:
“Stanno tutti bene signore: mio padre sta raccogliendo ortaggi, nei
campi, mentre mia madre cerca di sistemare abiti per i miei fratelli, in vista
della festa di Pasqua. L’ho aiutata a preparare i lembi di tessuto, come
testimoniano le mie mani callose e ricoperte di tagli.”
“I tuoi amici dove sono e come stanno?” domandò quindi l’uomo,
cui Ephraim rispose:
“Sono nei campi o nelle botteghe, ognuno attento alle proprie opere.
Io ho sempre cercato di comportarmi in modo fraterno con ciascuno di loro:
eppure sono diventato sempre più egoista ed esigente; ho iniziato a volere,
anch’io, qualcosa in cambio per tutto il bene dato, invece di amare
disinteressatamente. Nonostante ciò, ho scoperto che quasi tutti hanno saputo
darmi quanto meritavo e ricevere altrettanto e tale cosa mi è parsa equa e
giusta. Soltanto alcune persone sono scomparse, nell’evolversi del tempo e
della vita, ma io sento di avere il cuore pronto a riaccoglierle in ogni
momento, per quanto non le stia cercando io per primo.”
“Mi pare che di cose belle e buone per cui ringraziare il Signore ce
ne siano tante; dimmi ancora, figliolo: l’amore… come procede il tuo
amare?”.
Questo domandò l’anziano ed Ephraim – dopo aver sospirato –
rispose:
“Ah, Rabbi! Il mio amore è tormentato! Di tutte le donne per cui
avrei potuto perdere la testa è capitata nel mio cuore una che proprio non può
amarmi, né io posso dimenticare… è così arduo andare avanti, quando
l’animo sembra essersi fermato altrove; così difficile osservare il proprio
futuro, con lo sguardo, denso di lacrime, volto al passato. Questa, Rabbi, è
una delle poche cose per cui non mi pare proprio di riuscire a ringraziare Dio,
per quanto il mio animo vacilli nell’identificare questo mio rifiuto della
spiritualità!”
“Quali progetti hai per il futuro, giovane mio? Come ti vedi da qui a
dieci anni?” chiese, dunque, il vecchio ed Ephraim rispose:
“Oh, Rabbi! Ancora una terribile domanda! Il mio animo è tormentato
anche da questo, in aggiunta al mio amore non corrisposto: io sono un’ottima
persona che si stima molto, eppure, sono conscio di tutti i miei limiti. So di
essere mediocre e di non avere precipue qualità ed ho scelto, per il mio
futuro, una terribile strada: vorrei diventare un Rabbi come voi, ed esercitare
il giudizio della Torah sulle genti di Israele. Pensavo che le leggi
potessero fare molto per gli uomini, eppure, negli ultimi tempi, ho dovuto
ricredermi, perché non permettono di risolvere questioni futili in maniera meno
conflittuale di altri metodi, né tanto meno evitano che siano commessi gravi
crimini o che chi li abbia commessi sia rieducato verso i valori dell’etica e
della morale. Innanzi ad un simile fallimento, cosa potrei fare, io, misero
uomo, per l’umanità?”
“Dunque sei insoddisfatto della vita, giovane Ephraim?” chiese
l’uomo, stupendo il giovane, il quale mai aveva pronunciato il proprio nome
innanzi a lui.
“Come sapete il mio nome?” chiese Ephraim spaventato.
“Non preoccuparti per questo e rispondimi ora.” Disse il vecchio,
con tono imperioso ed uno sguardo acutissimo, quasi trasmutando in un aspetto più
risoluto e ferale.
“Io sono indifferente tra la vita e la morte, Rabbi: ringrazio il
Signore di essere vivo e sono conscio di aver ricevuto il dono di esistere da
Lui e che Egli potrebbe riprendere tale dono in qualsiasi istante. Accetto,
quindi, tale condizione con supremo rispetto e non mi pare alquanto un disagio.
Ringrazierò persino nell’istante in cui morirò, per il tempo in cui ho
vissuto.”
Questa fu la risposta di Ephraim all’anziano uomo: pareva i due
fossero, entrambi, più seri e saggi, rispecchiandosi l’uno innanzi
all’altro, come due colonne di caparbietà e sapienza.
Il vecchio, infine, parlò, interrompendo quell’ennesimo silenzio,
alzandosi in piedi ed apparendo imponente quanto mai prima uomo era apparso
sulla terra e disse:
“Hai
tracciato un’immagine del mondo alquanto dura ed aspra, giovane Ephraim: un
mondo dove le persone non si amano di affetto disinteressato, ma in cui cercano
di comunicare simboli di potere e superiorità; in cui danno solo per ottenere
in cambio altro. Un mondo in cui l’amore può schiacciare una persona e
rendere eroi i corrotti e gli assassini; in cui la perversione corre per le
strade e le parole fratello o sorella hanno perso di significato. Un mondo in
cui la sola soluzione ad ogni problema è la morte, la distruzione, la violenza
esercitata dal più forte e in cui la guerra decide l’evolvere della storia.
Innanzi ad un simile mondo, chi, fra gli umani, può definirsi un Rabbi? Chi
alzerà la mano, affermando di essere un uomo giusto, innanzi a Dio?
L’altissimo in persona cosa dovrebbe pensare di tutto ciò? Cosa dovrebbe
pensare del sentirsi ringraziare incessantemente da chi semplicemente chiude gli
occhi innanzi alla realtà delle cose, giustificandosi, per il non cambiarle, in
virtù di una sua umana impotenza? Il giorno in cui si porrà in essere il
Giudizio Universale ed alti risuoneranno i corni dei cori angelici su tutta la
terra, avvertendo che il momento è giunto, in cui l’Altissimo valuterà gli
uomini, che cosa Egli dovrebbe fare di tanta corrotta umanità? Chi non ha mai
compiuto nemmeno un peccato? L’inferno dovrebbe spalancare le proprie porte ed
inghiottire il mondo intero e tutte le sue genti; la pioggia purificare
l’universo; ma potrebbe l’inferno, come pena eterna priva di perdono,
esistere per un Dio dell’amore supremo, capace di comprendere ogni movente ed
intenzione e perdonare il più corrotto degli umani? Ephraim, rispondi ora
all’ultima domanda: il giorno che il Giudizio calerà sulla terra e le milizie
angeliche prenderanno ogni singolo mortale e tutte le persone che tu oggi
conosci grideranno e piangeranno intorno a te, chiedendo il perdono e cercando
l’aiuto tuo, come di chiunque altro gli apparirà innanzi in quel frangente
– apparendo quasi un appiglio di speranza, in mezzo a tutto ciò – tu,
Ephraim, che farai? Che farai mentre le donne che hai amato, le madri e le
sorelle, piangeranno, trasportate via, in volo, da angeli spietati; mentre tutti
i tuoi amici e i tuoi nemici ti guarderanno, chiedendoti perdono, con i loro
occhi disperati e lacrimevoli, per ogni volta che non ti hanno saputo dare
l’importanza che un qualsiasi umano merita e che, troppo spesso, gli umani non
si attribuiscono reciprocamente… tu che farai?”
Il cielo si era oscurato intorno ad Ephraim ed all’uomo e le pecore
erano scappate via, belando spaventate. Eppure, Ephraim era inginocchiato
piangente, incapace di rendersi conto del destino del suo gregge, disinteressato
a quella quotidianità, che nulla pareva, se confrontata con l’apocalittica
immagine descritta dal Rabbi. Le gocce di pioggia presero a cadere e sembrarono,
nella forma, foglie di felci: una pioggia dunque rigenerante e catartica; non
distruttiva e cancellatrice.
Ephraim alzò lo sguardo e si accorse che l’uomo si era spogliato
della tunica ed il suo aspetto era cambiato: innanzi a lui si ergeva l’angelo Raguele,
uno degli angeli santi, vendicatore del mondo, bellissimo ed eternamente
giovane, biondo e dagli occhi chiari come il perdono; sobri come la luce.
Sempre prostrato in lacrime, osservando il volto, serafico e ferale allo
stesso tempo, dell’Angelo, Ephraim rispose:
“Non mi interessa! Non mi interessa nulla di ciò che succederà; io
resterò qui, fino ad allora, come una roccia o un albero che non muore né si
spezza, pronto ad ergermi per proteggere chi amo, certo che il mio Dio mi amerà
quanto io amo Lui, indifferente innanzi ai miei errori umani e ai miei peccati
mortali. Il mio corpo soltanto potrà morire, ma non il mio spirito, che si
ergerà, luminoso e grande, innanzi al Signore di tutti gli Spiriti. Allora,
saprò intercedere, per la salvezza, innanzi alla sola Giustizia che esiste e
che non risiede né in vita né su questo mondo. Allora, dimostrerò chi sono,
portando con me l’umanità intera verso il Paradiso, certo di essere accolto
dal mio Signore. Quel giorno, Egli mi rivelerà il senso delle cose e, solo
allora, io lo ringrazierò con il cuore, senza ipocrisia.”
Così parlò Ephraim e, lentamente, il suo corpo prese a trasformarsi in
pietra e legno: divenne un albero piantato nel terreno roccioso, che dorme in
eterno, attendendo il giorno del Giudizio Universale; aspettando gli Angeli e
l’arrivo del suo amato Dio. Non so che fine abbia fatto quest’albero, ma
sono certo che sia ancora da qualche parte, vecchio di secoli, in attesa del
risveglio: addormentato in sogni densi d’amore, giustizia e pace; immerso
nella luce dorata ed ambrata del tramonto.
Dal canto suo, Raguele si alzò in volo, verso il cielo, sussurrando
commosso, verso quel piccolo ramoscello germogliante alle sue spalle:
“Mazal tov! Buona fortuna!”

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