Jacques Bergier – Io non sono leggenda – Recensione

Jacques Bergier – Io non sono leggenda – Recensione

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In questo periodo di quarantena dovuta al coronavirus, ne ho approfittato per recuperare e terminare la lettura di alcuni testi: tra questi in particolare l’autobiografia dell’autore de “Il mattino dei Maghi” Jacques Bergier dal titolo “Io non sono leggenda”, edito in Italia da Bietti sulla collana l’Archeometro.

Dello stesso autore avevo già recensito, su questo stesso sito, il volume de “il palindromo” editore “Elogio del fantastico”, che era una sorta di antologia/saggio sui principali autori del fantastico del secolo scorso – amati dallo stesso Bergier – e sorta di manifesto del realismo fantastico.

In primo luogo, devo ammettere di avere conosciuto Bergier proprio in occasione di “Elogio del fantastico” e di non avere ancora mai letto “Il mattino dei Maghi”, opera da lui scritta insieme a Pauwels e suo capolavoro, la cui conoscenza invece sarebbe prodromica alla lettura proprio della sua biografia, e questo sicuramente mi ha penalizzato nell’approcciare questo libro  (prima o poi dovrò rimediare e recuperare anche “Il mattino dei Maghi”).

Il titolo è palesemente un riferimento (auto-)ironico al capolavoro di Richard Matheson “Io sono leggenda”, il volume che racconta le vicissitudini dell’ultimo uomo rimasto sulla terra ormai invasa dai vampiri: un riferimento che però si conclude al solo titolo.

Tuttavia l’ironia vera è da rintracciare in ciò, che se anche solo metà di quanto Bergier racconta della propria vita fosse vera, questo basterebbe non solo a renderlo una vera leggenda, ma un eroe fondamentale nella storia del 20º secolo.

Infatti, come esporrò  meglio nella prosecuzione, Bergier nel corso della sua vita è stato, fra le varie cose, anche una spia e un membro della resistenza che avrebbe attivamente collaborato agli esiti della seconda guerra mondiale e alla definizione del mondo nel dopoguerra, traghettandolo verso la forma in cui oggi noi lo conosciamo.

Francamente non so quanto nella storia di Bergier sia vero, ma lo stile stesso in cui è scritta questa sua autobiografia fa pensare che molti tratti siano volutamente esagerati e irrealistici, con il senso di stupire il lettore e di ammantarsi proprio di un alone di leggenda, contrariamente a quanto dichiarato nel titolo: ciò appare soprattutto chiaro laddove la vita dell’autore si mischia con elementi surreali, tra cui l’alchimia che lo stesso Bergier avrebbe praticato.

Ma veniamo dunque a una sintetica esposizione del contenuto del libro che si apre con una nota del curatore e traduttore, il sempre ottimo Andrea Scarabelli, che racconta le vicissitudini stesse (a loro modo leggendarie) che hanno portato a recuperare il testo di questo volume, per lungo tempo esso stesso ai confini con il mito.

Segue poi un’introduzione di Sebastiano Fusco personaggio al confine con lo stesso Bergier e ben noto nel panorama italiano per essere sia un esperto di esoterismo che di narrativa fantastica e che ci porta proprio un ricordo nella sua conoscenza con l’autore a sua volta suggestivo rispetto alla lettura di leggende e miti ebraici come la cabala.

Un’introduzione che serve quindi a ricordare il panteon di riferimento principale di Bergier che, innanzitutto, ho avuto la sorte di essere un ebreo in quella che è stata sicuramente la parentesi storica più difficile per questo popolo: ecco quindi aprirsi la biografia con la storia del giovane Bergier, bambino ebreo che si appassiona alla storia della propria cultura e, suo tramite, al realismo fantastico.

La leggenda dell’ebreo errante,  il volto verde descritto da Meyrink, la concezione dello spaziotempo nella Cabala, e i 40 giusti segreti che sorreggono il mondo diventano quindi spunto di riflessione filosofico ma anche ispirazione verso la lettura sia della grande letteratura mainstream sia della narrativa fantastica, da cui deriva anche la passione e l’afflato per le scienze che non avrebbe mai abbandonato l’autore.

I capitoli successivi descrivono la gioventù dell’autore, autoironicamente descritto come sagace e intellettivamente superiore sia ai propri docenti che alle menti eccelse di tutte le epoche, come dimostrano le abili risposte a interrogativi dei docenti che mostrano brillanti soluzioni a cui nessunaltro avrebbe mai pensato rispetto a temi retorici.

La passione del giovane autore è sempre a metà tra la lettura, avvicinandosi al genere weird e fantascientifico – molto in voga già all’inizio del secolo negli Stati Uniti, con autori come Merritt e Lovecraft – e la chimica o la matematica (quest’ultima pur con i limiti che lo stesso affrontava e dichiarava).

Bergier narra tutto questo in un flusso incalzante in cui l’alternanza dei discorsi è spesso utile diversivo per battute e aneddoti ironici sia della propria persona, sia di altri personaggi, con un coinvolgente risultato di satira verso quello che succedeva nella sua vita anche nei momenti e nelle ore più buie della stessa.

Le sue ricerche scientifiche si intrecciano così con la corsa dell’epoca all’energia atomica e alla scoperta delle bombe nucleari. Lo stesso Bergier, per un certo periodo, si sognava e vedeva già ricco magnate del futuro auspicando di raggiungere per primo la scoperta di nuove fonti di energia atomica, un po’ come era stato per Edison con la lampadina.

Un sogno che si perde laddove la vita di Bergier improvvisamente svolta verso la resistenza socio politica e la partecipazione a movimenti segreti finalizzati a ribaltare il nazismo, fino una vera e propria attività di spia francese.

Il percorso subisce una drammatica interruzione quando lo stesso autore viene arrestato ed è portato in campi di concentramento dove nuovamente la sua storia si ammanta di tinte fantastiche, laddove racconta di essere riuscito a sopravvivere anche alle torture dei nazisti grazie all’esperienza che aveva negli anni acquisito praticando tecniche di ascesi e meditazione yoga che lo avevano portato ad alterare la percezione dello spaziotempo per riuscire in questo modo quasi a spostarsi e slittare durante le sessioni violente di tortura.

È proprio a Mauthausen che tuttavia lo stesso Bergier è fra i più attivi nel riuscire a coordinare una rivolta quando ormai il nazismo stava crollando e gli alleati stavano liberando l’Europa: i pochi carcerieri rimasti vengono sopraffatti e lo stesso Bergier si sofferma alcune settimane a guidare sacche di resistenza, rivelare segreti militari acquisiti durante la carcerazione, perseguire e trucidare le guardie scappate…

Successivamente Bergier decide di tornare in Francia invece che essere ammesso in Unione Sovietica: una scelta di cui forse si è successivamente pentito e che potrebbe avergli precluso di essere più attivo e riconosciuto rispetto ai risultati acquisiti in tempi bellici, in un contesto affossato da De Gaulle che poco risponde ai propri impulsi e propositi.

In Francia tuttavia si sviluppano gli eventi che l’hanno probabilmente portato a diventare l’autore che oggi di fatto conosciamo, dopo una breve parentesi statunitense che ha ulteriormente arricchito la sua conoscenza della narrativa fantastica americana.

È in questi anni che l’autore, viaggiando, avrebbe persino conosciuto maestri alchemici tra cui lo stesso Fulcanelli, fino alle tracce dei 9 sconosciuti, descritti anche da Talbot Mundy in una nota opera di fantascienza di cui lo stesso Bergier parla in “Elogio del fantastico”: in questi anni le sue scoperte scientifiche sarebbero passate attraverso anche la pratica dell’alchimia fino ad acquisire un campione di elisir di lunga vita o pietra filosofale.

È alla fine di questo periodo, sulla fine degli anni ’50, che Bergier approda proprio nella redazione di “Constellation”, rivista rivale al “reader’s digest”, in cui l’autore vuole sfruttare le proprie doti di genio per aumentare le vendite di centinaia di migliaia di copie, trattando di temi a metà col sensazionalismo, come le profezie di Nostradamus.

Questa attività prosegue fino al 1963 quando abbandona la redazione per fondare “Planète” con Louis Pauwels ed è proprio di questo periodo l’incontro con l’autore con il quale avrebbe poi scritto “Il mattino dei Maghi”, l’opera che lo avrebbe poi reso celebre ai posteri e della cui genesi in parte si tratta proprio in alcuni fra i capitoli conclusivi della biografia: biografia che si conclude abbastanza repentinamente, non avendo egli avuto il tempo di completare evidentemente tutti i progetti che si era proposto e non potendo rivelare aspetti legati alla sua attività di spionaggio dei tempi più recenti, perché ancora coperti da segreto.

Una biografia che si può sinteticamente riassumere proprio nelle parole con cui egli stesso conclude il capitolo 17 e che riportano il suo biglietto da visita ufficiale: “amante dell’insolito e scriba dei miracoli”.

Il volume prosegue poi con le corpose note al testo e un appendice in cui vengono recuperati due curriculum vitae dello stesso Bergier; uno più prosaico, l’altro più favolistico, com’è il tenore stesso della biografia.

Segue la traccia del volume “l’uomo eterno” che doveva essere il primo di 5 volumi di un “manuale per il miglioramento della vita” che appunto l’autore non ha potuto conseguire; nonché un capitolo inedito de “Io non sono leggenda”, probabilmente escluso a cavallo del 15º capitolo e che doveva proprio fornire un approfondimento sugli anni passati con Pauwels in redazione a Planète.

Il volume si conclude infine con una postfazione sempre di Andrea Scarabelli che riprende proprio l’etichetta del biglietto da visita dell’autore quale “amante dell’insolito e scriba dei miracoli” e che rappresenta una ricca esegesi a tutto il volume.

Infine, il testo si conclude con una bibliografia italiana e gli indici dei nomi.

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