Studi Lovecraftiani n. 17 – Dagon Press
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Questa estate dal clima impazzito è latrice di un nuovo numero della longeva e autorevole rivista dedicata al visionario di Providence, H.P.Lovecraft: chi volesse toccare altre vette di follia, oltre a quelle climatiche, potrebbe trovare pane per i propri denti nelle agghiaccianti manifestazioni di Shub-Niggurath (da ora in poi, nel testo, abbreviato come SN) divinità aliena della mitologia Lovecraftiana che in questo numero ha un ruolo centrale.

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Arthur Machen – Un frammento di vita & Il popolo bianco – Recensione
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Edizioni Hypnos ha pubblicato nella collana “Biblioteca dell’Immaginario” (da sempre fra le più ricche di offerte di qualità tra gli autori maestri dello horror) un volume contenente alcune opere di Arthur Machen, fra i maestri del genere weird/horror.

Il volume, nello specifico, contiene Un frammento di vita, Il popolo bianco e Un doppio ritorno (oltre a una bibliografia di Machen).

Dal sito dell’editore (Edizioni Hypnos):

Nelle esplorazioni di Edward Darnell, figlie dei vagabondaggi dell’autore, Londra diventa terra incognita, ricca di incanti, promesse e minacce. Lasciandosi alle spalle la grigia esistenza di impiegato della City, la grettezza della vita quotidiana nei sobborghi, il protagonista parte alla scoperta della vera realtà oltre il mondo materiale, ritrovando i verdi viottoli del Galles nella metropoli, scoprendo il significato autentico dell’eredità nascosta dei suoi padri. La realtà oltre le apparenze, l’esplorazione di mondi sconosciuti ma sempre a portata di mano, i tesori che offrono e i pericoli a cui si espone chi decide di intraprendere il viaggio sono i temi portanti della narrativa di Machen, carica di influenze mistiche e suggestioni legate alla tradizione celtica: Un frammento di vita, pubblicato qui per la prima volta in Italia, e Il popolo bianco, considerato uno dei suoi grandi capolavori, ne sono tra le più importanti testimonianze.

ARTHUR MACHEN (1863-1947), gallese di nascita, è considerato tra i maggiori autori del fantastico, alla pari di Edgar Allan Poe e H.P. Lovecraft. Tra le sue opere più importanti i racconti Il grande dio Pan (1894), definito da Stephen King “forse la miglior storia horror scritta in lingua inglese”, e Il popolo bianco (1904), veri e propri classici della letteratura weird e horror, il romanzo La collina dei sogni(1907) e il ciclo di storie de I tre impostori, definito da Elémire Zolla “un capolavoro circolare”. Arthur Machen fu anche membro della Golden Dawn, a testimonianza della sua continua e instancabile ricerca spirituale.

Il commento.

Voglio analizzare i tre testi singolarmente.

Un frammento di vita in questa pregevole edizione è presente sia nella versione definitiva più nota, ma anche – in appendice A – nella prima versione dello Horlick’s Magazine, di cui è recuperata la prima versione del capitolo IV (quello conclusivo e più importante della storia). Come suggerisce il titolo, questo primo romanzo breve costituisce esattamente “un frammento di vita” matrimoniale, nell’Inghilterra di fine 800, fra i due protagonisti della storia. Per 3/4 buoni della storia, la trama è costituita proprio da scenari domestici, dal menage e dall’economia di una giovane coppia senza troppi soldi, in un paesaggio nostalgico e ammaliante, che fa rimpiangere l’apparente semplicità dei tempi andati. La storia, improvvisamente, sterza però in una nuova dinamica, laddove lo scenario si rivela il pretesto da cui sortire uno straniamento totale del lettore, verso un mondo e un tempo ancora più lontani e alieni, grazie anche a un ricordo dell’infanzia del protagonista che è epifania dell’invisibile e del grottesco, additando a un altro mondo, oltre il velo del nostro… Quel mondo pagano e celtico, ma anche mostruoso e alieno, tanto caro a Machen. Anche il vagabondare del protagonista per Londra rivela quell’ozioso perdersi nello spazio, quasi un percorso alchemico di purificazione e ritorno alle origini, leit motiv dell’Autore. Più pratico e tragico il finale alternativo della prima versione, che in parte perde parte di quella magnificenza e immaginazione che caratterizza la versione definitiva, sebbene sappia maggiormente convincere e dare compiutezza alla storia. Francamente, penso che il finale perfetto sarebbe proprio sorto da una fusione tra le due strutture della trama, mai elaborata da Machen, per quanto noto.

Il popolo bianco è una sorta di lungo monologo o diario, incorniciato dal dialogo tra alcuni personaggi. Personalmente, per quanto questa cornice sia interessante e nel paradosso sappia enucleare un concetto molto interessante (cioè l’effimero ribaltamento degli opposti), ho trovato poco utile questa sezione della storia, che pare più un espediente per offrire il vero nucleo della storia (sebbene il ragionamento di fondo serva proprio a creare la giusta atmosfera, come un sottofondo). In questo diario di una bambina, dal ritmo infantile e un po’ psichico (alla Joyce), si adombra nuovamente l’esistenza di antichi riti e di un altro popolo, fatato (o ancora alieno, con tratti molto affini alla moderna teoria UFO) e sicuramente pagano, che potrebbe essere accanto al nostro, mostruoso e aberrante o – nel ribaltamento degli opposti così “uguali” – persino salvifico e materno. Un testo in pieno stile Machen.

Infine, Un doppio ritorno è un simpatico racconto che, giocando sull’ambiguità o sul’equivoco, sembra quasi adombrare un orrore quasi gotico, in una tragedia”nevrotica” di grande divertissement.

Un frammento di vita – Il popolo bianco, 236 pagg. € 21,90

 9788896952665

Victor LaValle – La ballata di Black Tom – Recensione
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Recentemente è uscita per Hypnos editore, da sempre in primo piano nel weird italiano, l’edizione italiana de La ballata di Black Tom, romanzo breve di Victor LaValle, vincitore del Shirley Jackson Award 2016 e FINALISTA ai più importanti premi narrativi di genere (Bram Stoker Award, Hugo Award, Nebula Award) e di cui pare in preparazione una versione televisiva prodotta da AMC.

La trama, dal sito dell’editore: New York, anni Venti. Charles Thomas Tester è un “intrattenitore” nella Harlem del jazz. Lui sa come lanciare un incantesimo anche senza magia e come attirare la gente. Ma quando dovrà consegnare un pericoloso libro a una maga solitaria nel cuore del Queens e s’imbatterà in un ricco occultista di nome Robert Suydam a Flatbush, sulle cui tracce è l’investigatore Thomas Malone, il giovane nero di Harlem aprirà la porta a un regno di profonda e imperscrutabile magia, attirando l’attenzione di creature che sarebbe meglio lasciare dormienti. L’umanità sarà davvero spazzata via? Il globo tornerà di nuovo ad appartenere a… Loro?

Il romanzo, di circa 98 pagine, rappresenta una variazione sul celebre racconto del 1927 di H.P. Lovecraft “Orrore a Red Hook”, di cui incrocia e intreccia la trama, recuperandone i protagonisti, in una sorta di spin-off, o prequel, che semplicemente ci mostra la storia da un’altra prospettiva e fornendo informazioni ulteriori.

Devo ammettere che 3/4 buoni del romanzo e soprattutto le prime 70 pagine circa sono tra le migliori letture weird che abbia fatto di recente: il testo convince, tocca vette di immaginario e orrore cosmico altissime e con una bravura narrativa davvero encomiabile.

Se dovessi muovere due critiche alla storia sarebbero solo le seguenti: verso la fine la storia scivola eccessivamente nel gore, con punte di azione e violenza che reputo personalmente eccessive, anche rispetto al tono e allo stile di Lovecraft e del testo originale.

Sempre verso la fine della storia, anche rileggendo l’originale racconto di Lovecraft, anzi soprattutto rileggendolo “assieme” alla lettura di LaValle, trovo alcuni dettagli un po’ stridenti con la storia originaria.

Forse LaValle avrebbe avuto tutti gli elementi per creare un racconto totalmente originale, con solo personaggi propri, autonomo rispetto a “Orrore a Red Hook”, che come tale sarebbe stato ancor più convincente.

In ogni caso consiglio caldamente la lettura di questa bellissima storia horror, che si può – anche più dell’originale Lovecraftiano da cui trae le sorti – ascrivere al ciclo dei Grandi Antichi… Non dico di più, ma la copertina italiana di Torello è già significativa ed evocativa!

LaValle_BalladBlackTom

Per maggiori info rimando al sito dell’editore: http://www.edizionihypnos.com/home/68-la-ballata-di-black-tom.html

 35076149

Ramsey Campbell – L’ultima rivelazione di Gla’aki – Recensione
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L’ultima rivelazione di Gla’aki è un ottimo romanzo weird/horror che non può mancare nella biblioteca degli amanti del genere e degli appassionati dei c.d. Miti di Cthulhu di ispirazione e genesi Lovecraftiana.

Il romanzo segue la ricerca dei volumi che compongono “L’ultima rivelazione di Gla’aki”, pseudobiblium immaginario (simile ai noti Necronomicon o De vermis mysteriis a cui si ispira)  da parte di un bibliotecario. Il protagonista è una persona comune, ben caratterizzata, in cui l’immedesimazione da parte del lettore è totale e coinvolgente. Ci troviamo a vivere nei suoi panni allucinanti giorni, quasi ipnotici e onirici, in un paesino marittimo che richiama profondamente la Innsmouth di Lovecraft, sia nella descrizione, che nel clima e nella “fauna”.

Il romanzo è ricco di dettagli che lasciano presagire l’orrore che si cela dietro la realtà, che il lettore bene coglie, come piccoli sassolini lasciati a indicare la strada, beffardamente incompresi (o incomprensibili) al protagonista, per cui il senso di raccapriccio e alienazione trasmesso al lettore ne risulta amplificato. Tutto conduce al climax finale, dove l’orrore cosmico, di stampo lovecraftiano, si rivela in maniera netta e chiara, presentando un ennesimo Grande Antico, Gla’aki, che va a rimpinguarne l’elenco accanto a Cthulhu & Co.

Forse – unica critica – troppo frettoloso e tenero il finale, in cui ci troviamo lontani dal senso di follia e terrore a cui altri autori ci hanno abituato in simili contesti narrativi: Campbell è quasi dolce e paterno nel suo rapportarci a Gla’aki, lasciandoci quasi desiderare di incappare proprio in lui, se dovessimo scegliere fra i Grandi Antichi, piuttosto che in altri e più terribili suoi pari…

Il volume è corredato da due preziose appendici saggistiche a cura degli impeccabili Danilo Arrigoni e Walter Catalano, che ci introducono Campbell, la sua narrativa, la sua storia e la sua produzione (di cui troviamo anche una preziosa bibliografia italiana completa).

Libro consigliatissimo!

Dal sito di Edizioni Hypnos:

L’ultima rivelazione di Gla’aki

di Ramsey Campbell
(The Last Revelation of Gla’aki, 2013)

“La rarità vittoriana più famosa potrà pure essere un francobollo – il Penny Black –, ma è decisamente comune rispetto al libro più raro dell’epoca. È probabile che in tutto il mondo non sia rimasta neppure una copia de Le Rivelazioni di Gla’aki. […] Da allora nessuna copia è venuta alla luce, e la copia in possesso della Brichester University si trovò tra i volumi distrutti da uno studente alla fine del secolo scorso. Il libro più malefico, o una perdita per la letteratura sull’occultismo? Come il contenuto della biblioteca di Alessandria, Le Rivelazioni di Gla’aki potrebbe essere ormai leggenda.”

Glaaki : Grande Antico abitante in un lago nella valle di Severn nei pressi di Brichester, in Inghilterra. Ha l’aspetto di una gigantesca lumaca ricoperta di aculei metallici che, nonostante il loro aspetto, sono in realtà crescite organiche. Glaaki può anche estrudere tentacoli con gli occhi situati sulle punte, che gli permettono di guardare da sotto l’acqua. Si ritiene che sia venuto sulla Terra imprigionato all’interno di una meteora. Quando il meteorite si è schiantato al suolo, Glaaki è stato liberato, e l’impatto ha creato il lago dove ora risiede.

Nato a Liverpool nel 1946, Ramsey Campbell è il più importante autore horror inglese contemporaneo. Esordisce nei primi anni ’60 con racconti di stampo lovecraftiano, pubblicando nel 1964 con la Arkham House la sua prima raccolta The Inhabitant of the Lake and Less Welcome Tenants. Del 1976 è il romanzo La bambola che divorò sua madre, che lo consacrò nel mondo dell’horror. Ha all’attivo oltre trenta romanzi tra cui i più famosi La faccia che deve morire (1979), La setta (1981, da cui nel 1999 è stato tratto il film Nameless. Entità nascosta, diretto da Jaume Balaguero), Sogni neri (1983), Luna affamata (1986), e Antiche immagini (1989). L’ultima rivelazione di Gla’aki (2013) segna il suo ritorno alla mitologia lovecraftiana.

Campbell è l’autore inglese di genere che ha vinto il maggior numero di riconoscimenti: cinque World Fantasy, tredici British Fantasy, tre Bram Stoker, quattro International Horror Guild.

Laird Barron – La cerimonia – Recensione
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La cerimonia di Laird Barron, purtroppo, non mi ha entusiasmato, nonostante la profonda stima per le Edizioni Hypnos che stanno davvero meritevolmente riscoprendo il weird in Italia con un catalogo di spessore encomiabile.
La storia si sviluppa su più archi narrativi, con locations e momenti temporali differenti, che rendono un po’ spezzato il filo della trama.
Di fondo è una classica storia weird, in cui antiche presenze, culti innominabili ed esseri “alieni” di stampo Lovecraftiano, dominano il retroscena della vita dell’uomo che, sostanzialmente, può trascorrere serenamente la propria esistenza soltanto all’oscuro della reale trama che si tesse fuori dalla sua comprensione, salvo impazzire o sprofondare nell’orrore laddove riveli la verità nascosta e celata. Idea comune a questo tipo di narrativa, insomma…
Quello che però non mi ha soddisfatto è lo sviluppo dell’idea. Il romanzo in buona parte lo ho trovato noioso, incentrato su eventi privi di spessore e interesse e con una prosa non troppo coinvolgente.
Il protagonista soprattutto è il reale problema della trama, perché non permette un vero inserimento nella trama con l’immedesimazione: abbiamo una persona anziana, in cui difficilmente un lettore di media età o giovane riesce a calarsi, che però rende ancor più impossibile tale immedesimazione laddove si scopre essere un personaggio che finisce in avventure rocambolesche, con strani bravacci Messicani o Men-In-Black usciti dal peggiore episodio di X-Files. Manca cioè quella totale “normalità” e “quotidianità” della trama in cui l’orrore sovrannaturale irrompa come solo e vero elemento conturbante che è il meccanismo di sospensione dell’incredulità veramente portante in questo tipo di narrativa.
Trama – Dalla copertina:
Ci sono strane cose che sopravvivono ai margini della nostra stessa esistenza, che ci seguono al limite della nostra percezione, ci osservano dal buio che incombe oltre il calare della notte, solo un passo al di là del confortante calore delle luci. Neri portenti, strani culti, e cose anche peggiori attendono nell’ombra. I Figli dell’Antica Sanguisuga sono fra noi da tempo immemorabile, dall’alba dell’umanità ci accompagnano…
 
Donald Miller, geologo e accademico oggi ormai ottuagenario, da una vita cammina sul ciglio d’un abisso, tra i vuoti di memoria che gli oscurano la mente e certi improvvisi lampi d’inquietanti ricordi, che a tratti lo risvegliano a una realtà sinistra celata appena sotto il tenue velo d’amnesia, la sottile cortina della quotidianità. Sparsi frammenti, ora destinati a convergere verso una rivelazione sconvolgente, ciò che l’Oscurità, l’abisso oltre le stelle, ha infine per noi in serbo.