H.P. Lovecraft – L’età adulta è l’inferno – Recensione
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Questa è la 5a parte (in prosecuzione) della disamina completa dei testi di Lovecraft attualmente in commercio in Italia: non una bibliografia completa, di materiale fuori catalogo o collezionistico, solo in parte citato, ma una selezione di ciò che oggi si può facilmente trovare in commercio e che, francamente, rende inutile e dispendioso cercare materiale più vecchio fuori catalogo (salvo intenti collezionistici o antiquari).

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Segnalazione editoriale: La contessa di Marco Spelgatti
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Novità editoriale. La contessa di Marco Spelgatti, Gonzo Editore

In uscita il 26 settembre 2018

Sinossi:

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FINALISTA AL PREMIO ITALIA 2018!
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Con grande soddisfazione, posso annunciare di essere FINALISTA AL PREMIO ITALIA 2018 nella categoria:

Racconto di autore italiano su pubblicazione professionale

Votanti 185, 63% su 292 Voti 377 (326 validi) Candidati 73 (36 validi e con più di due segnalazioni) Media troncata 6,65 Voti minimi 8

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Gustav Meyrink – Alle frontiere dell’occulto. Scritti esoterici – Recensione
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Conosco le edizioni Arktos da alcuni anni e, in particolare, da quando acquistai la loro ristampa anastatica del fondamentale volume di “Dissertazioni sopra le apparizioni de’ spiriti e sopra i Vampiri” di Agostino Calmet, un tempo unica edizione rintracciabile del volume (tratta da microfilm, in epoca in cui le scansioni e google ancora non esistevano), e posso confermare che questo editore ha sempre avuto un occhio di riguardo per testi di esoterismo e occultismo di pregio e rarità.

Recentemente, è stata colmata una grave lacuna delle offerte librarie, recuperando gli scritti esoterici di un importante scrittore “fantastico” (ma occultista ed esoterista per primo) del secolo scorso (primi del ‘900): Gustav Meyrink, ampiamente noto per opere come Il golem, Il domenicano bianco, La notte di Valpurga e Il volto verde.

Le opere citate sono considerate tra i principali capolavori di genere fantastico degli albori del genere, almeno per la modernità/contemporaneità, sebbene siano testi complessi, in cui il fantastico è spesso tracciato in modo velato, simbolico, senza quell’eccesso scenico che invece andrà sempre più a caratterizzare il genere con indirizzo anglo-americano: il fantastico in Meyrink è il disvelamento di quell’altra parte di realtà – oltre o trascendente la nostra, ma con la quale convive – che fa parte di una più ampia e complessa weltanschauung in cui Meyrink probabilmente credeva fermamente.

“Alle frontiere dell’occulto. Scritti esoterici (1907-1952)”, raccoglie proprio gli scritti in materia del periodo indicato, tracciando una rotta tra un Meyrink ancora agli inizi della sua carriera letteraria e quello più maturo, in cui vengono analizzati argomenti trasversali e vari, con grande ricchezza dottrinale e di ricerca, in parallelo e amalgamati con fatti quotidiani della vita dell’Autore, a volte in una mescolanza tale per cui diventa difficile segnare il confine tra ciò che Meyrink ha realmente vissuto e cosa invece appare meno convincente al lettore scettico del XXI secolo.

Scopriamo che, giovanissimo, Meyrink stava per suicidarsi ed è stato proprio “salvato” dalla consegna di un opuscolo librario su volumi di occultismo, che lo hanno spronato a studiare e approfondire la materia, dai libri prima e poi con frequenti rapporti con medium di mezza europa (quasi tutti smascherati come imbroglioni) poi, per iniziare infine carteggi con santoni e asceti orientali e indù, che lo hanno portato alla pratica dello yoga e alla sperimentazione di droghe, passando anche per una fase di studio e pratica dell’alchimia, sia di stampo chimico che metafisico.

Il volume parla di fachiri e asceti induisti, di soggetti dotati di poteri quasi magici o capaci di comandare agli spiriti e ai djinn, intrecciando teorie che spaziano dal corpo sidereo di Paracelso all’esistenza di ectoplasmi, dal governo su corpi angelici al trasferimento istanteno di oggetti, il tutto riportato a una magna dottrina o teoria che riesce a mantenere stabilmente assieme e armonizzare le più disparate correnti religiose e filosofiche.

Accanto allo yoga e alla cabala, accostate come poi sempre più i moderni hanno saputo fare, c’è quindi spazio per spiegare persino le stigmati di santi e beati e riportare Gesù in un ruolo di Maestro spiriturale accanto a Sri Ramakrishna e Govinda Swami; mentre Paracelso diventa un altro interprete dei medesimi fenomeni spirituali e della composizione del Mondo cosmico in una via tantrica all’Alchimia, laddove la stessa materia viene poi trattata attraverso gli scritti di San Tommaso d’Aquino fino alla ricerca di una rara sostanza gialla, nelle profonde e antiche cloache, per arrivare a creare la pietra filosofale e trasformare i metalli in oro, esperimento che lo stesso Meyrink ha tentato quasi con successo.

L’interpretazione dei sogni e l’uso di hashish si rivelano infine strumenti anche per peculiari aneddoti della vita dell’Autore, rovinato economicamente suo malgrado, quando era direttore di una banca privata con altro socio, proprio per voci legate alle sue eccentriche condotte di vita, che però scopriamo in altri casi aver vissuto realmente fenomeni al confine con la preveggenza, capaci anche di salvargli (nuovamente) la vita o rivelargli complotti alle spalle della Storia del mondo, fino alla prima guerra mondiale o addirittura in una (satirica e comica) visione dell’aldilà.

Tutti approfondimenti che riescono ancora più chiari dal brillante saggio di postfazione di Piero Cammerinesi, fondamentale (come lo sono le note al testo) per la completa comprensione del volume e per la conoscenza di un Autore che è rivelazione: che fosse maestro della narrativa fantastica si sapeva, ma francamente non pensavo avesse avuto una vita così curiosa, ricca di fenomeni e soprattutto una conoscenza così vasta, enciclopedica e trasversale di argmomenti esoterici, ancor più soprendente per un’epoca in cui internet e wikipedia non esistevano e lo studio era basato su massicci libri o corrispondenza con personaggi esotici, studiosi o esploratori.

Il volume è a cura di Gianfranco de Turris e Andrea Scarabelli, due nomi che sono garanzia, il primo per la carriera granitica nella cura di testi narrativi e saggistici, in particolare declinanti al fantastico; il secondo, ancora giovane, vero astro nascente del settore in Italia, avendo negli ultimi anni curato (o contribuito a) tutti o quasi i principali testi di carattere realmente colto usciti in Italia che declinassero al fantastico o all’esoterico, per tacere della ricchezza di una rivista come Antarès, a cui ho anche avuto il piacere di partecipare con un breve racconto.

Dal sito dell’editore: Cabala e alchimia, yoga e spiritismo, teosofia ed occultismo, sogni e fantasie letterarie: ecco alcuni dei temi affrontati in «Alle frontiere dell’occulto», raccolta degli scritti esoterici di Gustav Meyrink (1868-1931), autore di indimenticabili romanzi come il «Golem», «La notte di Valpurga» e «L’angelo della finestra d’Occidente». Un volume che colma un vuoto, fondendo due antologie ormai introvabili, «Alle frontiere dell’Aldilà» (tradotto da Julius Evola) e «Il diagramma magico». Per capire la narrativa di Meyrink, come hanno scritto i suoi più acuti interpreti (da Jung a Zolla, da Scaligero a Evola), occorre affrontare anche la sua visione del mondo, antimaterialista e antiprogressista, a favore dell’immaginazione creatrice. Un viaggio andata e ritorno nell’Ignoto, in quel mistero che è il cuore della nostra vita. Tutte tematiche presenti in questo libro che, oltre alle prefazioni dei curatori Gianfranco de Turris e Andrea Scarabelli, all’imponente corpus di note e alle appendici epistolari, è corredato da un saggio di Piero Cammerinesi e dalle incursioni pittoriche nell’Altrove di Danilo Capua, omaggio al genio di Gustav Meyrink. Per consultare l’indice: Indice (PDF)


Pagine: 368
Anno: 2018
ISBN: 978-88-7049-119-7
26,00 €

Arthur Machen – Il cerchio verde – Recensione
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Per i tipi di Providence Press è recentemente uscito l’ultimo romanzo inedito di Machen, uno dei padri del weird e del fantastico contemporaneo, amato da Lovecraft (che si è molto ispirato all’Autore Gallese), ma anche molto legato al tema del Piccolo Popolo: ho recentemente avuto il piacere di recensire altre opere di Machen (praticamente tutte le più note e importanti), rintracciabili al tag dell’Autore su questo sito.

Trama de Il cerchio verde, dal sito dell’editore: Lawrence Hillyer, uno studioso e ricercatore di cose “nascoste”, viene costretto a trascorrere un periodo di riposo a Porth, una località di villeggiatura sulla costa del Galles. Hillyer, persona solitaria e senza amici, troverà “qualcosa” in mezzo a una radura tra le dune (il cosiddetto Cerchio Verde), una presenza che lo seguirà al suo ritorno a Londra… Il Cerchio Verde, pur nella sua brevità come romanzo, è una lettura complessa. Perché Arthur Machen approfitta delle vicende del protagonista, e delle sue ricerche per comprendere il fenomeno che si sta manifestando, per compiere una serie di riflessioni sui propri interessi di appassionato di tematiche occulte; sull’intervento di un mondo etereo che si introduce nella nostra realtà; su un regno dove vive – chissà? – la Regina delle Fate che interferisce con le vicende umane; su qualcosa che è “oltre la soglia” ed entra nel nostro mondo… e non porterà nulla di buono. Questo libro non è per un lettore casuale. Chi apprezza Arthur Machen, troverà in questo volume le ultime riflessioni sul suo interesse al mondo del Piccolo Popolo, tematica che ha sempre permeato l’opera dello scrittore gallese. Che lo porterà a scoprire quello che sarà (tra manifestazioni inquietanti, poltergeist, omicidi misteriosi, possessioni) il destino di Lawrence Hillyer.

L’AUTORE

Il gallese Arthur Llewelyn Jones (1863-1947; Machen era il cognome della madre) è uno dei più grandi maestri della Letteratura fantastica mondiale. Sale alla ribalta alla fine del XIX secolo con i due capolavori Il Grande Dio Pan e I Tre Impostori, e successivamente con Il Terrore. L’influenza della sua opera, dominata dal sovrannaturale e dall’occulto, è stata grande, sia su H.P. Lovecraft che su Stephen King.

COMMENTO:

Il romanzo segue le vicende di Hyllier, in un parallelo con articoli di giornale e lettere di studiosi realmente esistiti, che creano un “cerchio”, come quello che dà nome alla verde radura del titolo, in cui il fantastico e il reale si intrecciano e susseguono senza soluzione di continuità. Accanto ad atmosfere tipiche di Machen, più vicine ad opere “leggere” come Un frammento di vita, rispetto ad opere più cupe come Il grande dio Pan, il lettore si trova ad assistere a una serie di inspiegabili circostanze ed eventi che sembrano celare l’intervento di forze esterne e che Machen pare riportare al tema del Piccolo Popolo e alla presenza di folletti, fate e altre entità accanto al nostro mondo.

Il tema è costante in Machen, così come la percezione di una realtà trascendente concessa a pochi, sognatori e alchimisti in senso metafisico (più che chimico), al punto che pochi sono capaci di cogliere la magia oltre la prosa della vita quotidiana.

Al contempo, ad ancora meno spettatori (forse sfortunati) è poi concesso di interagire con quelle forze che, nella visione dell’Autore, hanno sempre un lato ambiguo e spaventoso, malevolo e terrificante.

Il volume è un interessante resoconto anche di quello che potrebbe essere un primo e dettagliatissimo caso di poltergeist, di cui Machen – frequentatore di ambienti esoterici come la Golden Dawn – dimostra di conoscere i dettagli “scientifici” con precisione: cosa interessantissima, considerando che ciò rivela come già nelle prime decadi del 1900 gli elementi costantemente presenti in episodi di presunti Poltergeist risultino coerenti rispetto a quelli messi in luce ed elencati anche dalla più recente dottrina di parapsicologia [cfr. gli articoli di CSPBO, ad es. l’articolo di Aiazzi sul Poltergeist, oppure “Un possibile caso di poltergeist in Lombardia” di Bruno Severi, Giorgio Cozzi, Stefano Severi e Giuseppe Perfetto, resoconto dell’indagine eseguita di recente in collaborazione tra esponenti del Centro Studi Parapsicologici (Bologna) e dell’Associazione Italiana Scientifica di Metapsichica (Milano) sul n. 2/2011 dei Quaderni di Parapsicologia, del Centro Studi Parapsicologici di Bologna.]

Casistiche in cui Machen, in realtà, con stupore del lettore, dimostra di non credere realmente, pur ricollegando tutto il tema al regno delle Fate, come meglio chiarito nel saggio – contenuto sempre nel volume Providence Press – «In Occlusum Regina Palatium»: il cerchio indicibile di Arthur Machen di Giacomo Ortolani; una postfazione che, per complessità, ricchezza di approfondimento e spessore delle riflessioni, rappresenta un vero e proprio saggio degno della migliore ricerca specialistica in materia.

Il romanzo, in definitiva, con una struttura più solida e convincente di altre opere, offre una piacevole lettura di distrazione che – senza picchi di orrore cosmico – porta comunque sul ciglio del regno delle fate e a indigare sui grandi misteri del paranormale: una lettura necessaria e dovuta per i fan dell’Autore, che troveranno il testamento letterario di Machen in questa ultima opera scritta prima di morire, ma al contempo un interessante spunto di riflessione per chiunque ami la materia del paranormale, a prescindere dall’apprezzamento per la narrativa di genere.

Il volume è di prossima pubblicazione anche in una tiratura LIMITATA E NUMERATA DI 59 COPIE (256 pagine al Prezzo di copertina: 39,00 euro) che conterrà, oltre al romanzo e al saggio di Ortolani citato, alcuni contenuti EXTRA esclusivi dell’edizione Deluxe, cioé i tre racconti inediti di Arthur Machen:
7B Coney Court
dove strane lettere vengono spedite da una casa in cui, teoricamente, non abita nessuno
La luce che non potrà mai essere spenta
dove strani accadimenti colpiscono la città natale di Shakespeare
La strada per Dover
dove una misteriosa sparizione si verifica durante una veglia in una casa infestata.

Per info sulla versione Deluxe (QUI maggiori informazioni)

Caratteristiche del volume in edizione regular: brossurato 14,8×21; 192 pagine; euro 17,90.

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Arthur Machen – La collina dei sogni – Recensione
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Trama (dal sito Il Palindromo):

Il giovane e introverso Lucian Taylor, emblema del letterato decadente e maledetto, cerca di evadere, attraverso la scrittura, dalla realtà stantia e borghese di un paesino del Galles del XIX secolo.

Gradualmente la dimensione onirica prenderà il sopravvento e il giovane si ritroverà a vivere un’esistenza dissociata, a metà tra un passato mitico, puro e selvaggio e un presente crudele e disumano. L’approdo in una fredda e caotica Londra estrometterà, infine, ogni spiraglio del reale dalle giornate solitarie di Lucian.

Ripubblicato a trent’anni dalla prima edizione italiana, con un’introduzione inedita dello stesso Machen, La collina dei sogni (1907) è un classico della letteratura inglese. Questa è la prima edizione integrale in italiano dell’opera.

Arthur Machen (1863-1947), tra i maggiori letterati inglesi di fine Ottocento, ha condotto il genere fantastico a picchi letterari altissimi.
Considerato un maestro da H.P. Lovecraft e ammirato da Stephen King, tra le sue opere principali ricordiamo Il grande dio Pan (1894) e I tre impostori (1895).
Commento.

Il Palindromo sta recuperando dei testi di grande spessore per la narrativa fantastica nella collana de I tre sedili deserti (che personalmente mi ricordano la triade degli Asi), come Il vascello di Ishtar (di Abraham Merrit già recensito): si tratta di testi complessi, leggibili su più livelli e spesso con spunti esoterici di lettura.

Questa edizione riprende la traduzione (e postfazione) di Claudio De Nardi, ma arricchisce il testo con una prefazione del sempre ineccepibile De Turris e la introduzione originale di Machen all’edizione americana, oltre ad alcune ottime immagini d’epoca (tra cui una illustrazioni di Sime, tanto caro a Lovecraft).

Come anticipato, il testo offre vari livelli di lettura e sicuramente offre un Machen molto diverso dall’autore horror noto e amato.

Un primo livello è quello narrativo: la storia ci offre la breve parentesi di vita del giovane Lucian Taylor, partendo dall’infanzia (quasi un tempo-luogo del sogno e dell’innocenza perduta) nel piccolo paesino di Caermaen, dal peregrinare nei boschi – dove i resti di un antico sito romano aprono la fantasia verso paesaggi onirici e mitici – al fascino del primo amore, forse salvifico e perso per sempre con l’innocenza. Il giovane Taylor scrive un libro e presto viene truffato e plagiato da un editore: altro cunicolo della vita che conduce a un percorso fatale. Lucian si trasferisce in città, a Londra, entrando in contatto con un mondo molto più crudo e duro, perdendosi nel delirio della propria ricerca di un “nuovo capolavoro” che, questa volta, non gli sia rubato. Una durezza, quella cittadina, che c’era anche nel piccolo paese di Caermaen – come attesta un’agghiacciante scena di violenza da parte di alcuni bulli su un cagnolino – che però a Londra sembra quasi esplodere all’eccesso. Lucian si isola nel proprio mondo, fatto di droga, fino a dimenticarsi di un padre che muore senza quasi avere il piacere di salutarlo o rivederlo e, ancora oltre, fino a perdere lui stesso la vita, in quella che è probabilmente la prima morte bohemian per overdose della storia. In questo Machen è precursore, ma di un genere molto diverso da quello che ci aspettiamo, molto più greve e angosciante.

Un secondo livello di lettura è quello visionario: nei sogni della collina (del titolo) e delle antiche rovine, Machen tratteggia il mondo fatato e celtico che tanto gli è caro e caratteristico, mentre nei deliri della droga le visioni si fanno più cupe e grottesche, fino a punte di horror o visioni infernali alla De Quincey, con Sabba di streghe e demoni, quasi in un’eco delle teorie occultiste di Crowley (e della Golden Dawn) e preludio alla dannazione spirituale di chi ha sprecato la sua vita.

Un terzo livello di lettura è quello erotico: dal sentimento purificante e salvifico dell’adolescenza (che quasi avrebbe potuto riscattare e deviare un’intera vita persa), alle perversioni del femminino più conturbante e bruciante (sacro o profano, in un’ambivalenza inscindibile).

Un quarto livello è quello letterario, in cui Machen – attraverso gli esperimenti e gli esercizi narrativi di Lucian – si proietta in un’articolato esame di Autori, Scrittori, stili e modelli, quasi a voler dimostrare di conoscere e saper imitare o persino superare anche i più complessi maestri che lo hanno preceduto, in una sorta di riscatto autoriale personale: schiacciando persino il suo personaggio, sotto il maglio della sua bravura.

Il quinto (e forse ultimo) livello è quello esoterico: in cui la vita stessa diventa un modello alchemico, una grande opera capace di portare alla realizzazione e alla propria elevazione, come il raggiungimento del Sacro Graal per un cavaliere di Avalon (parallelismo a tutta la trama, che sembra quasi perdersi nella mitica isola), laddove il Graal è Spirito, prima che materia. Il vagabondare si trasforma, anche in questa storia (come in molte opere di Machen), in un errare nel (metodo) percorso della vita (ascesi). Un mondo superiore e felice, perfetto e quasi divino, è oltre un labile velo, che sognatori e poeti, quasi dei dervisci moderni, sanno scorgere attraverso le pieghe del reale e (persino) dello squallido.

collana: I tre sedili deserti, 1

note: traduzione di Claudio De Nardi, prefazione di Gianfranco de Turris

aprile 2017, pp. 288

15x19cm, bross.

prezzo 18€

ISBN: 978-88-98447-31-2

Arthur Machen – Un frammento di vita & Il popolo bianco – Recensione
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Edizioni Hypnos ha pubblicato nella collana “Biblioteca dell’Immaginario” (da sempre fra le più ricche di offerte di qualità tra gli autori maestri dello horror) un volume contenente alcune opere di Arthur Machen, fra i maestri del genere weird/horror.

Il volume, nello specifico, contiene Un frammento di vita, Il popolo bianco e Un doppio ritorno (oltre a una bibliografia di Machen).

Dal sito dell’editore (Edizioni Hypnos):

Nelle esplorazioni di Edward Darnell, figlie dei vagabondaggi dell’autore, Londra diventa terra incognita, ricca di incanti, promesse e minacce. Lasciandosi alle spalle la grigia esistenza di impiegato della City, la grettezza della vita quotidiana nei sobborghi, il protagonista parte alla scoperta della vera realtà oltre il mondo materiale, ritrovando i verdi viottoli del Galles nella metropoli, scoprendo il significato autentico dell’eredità nascosta dei suoi padri. La realtà oltre le apparenze, l’esplorazione di mondi sconosciuti ma sempre a portata di mano, i tesori che offrono e i pericoli a cui si espone chi decide di intraprendere il viaggio sono i temi portanti della narrativa di Machen, carica di influenze mistiche e suggestioni legate alla tradizione celtica: Un frammento di vita, pubblicato qui per la prima volta in Italia, e Il popolo bianco, considerato uno dei suoi grandi capolavori, ne sono tra le più importanti testimonianze.

ARTHUR MACHEN (1863-1947), gallese di nascita, è considerato tra i maggiori autori del fantastico, alla pari di Edgar Allan Poe e H.P. Lovecraft. Tra le sue opere più importanti i racconti Il grande dio Pan (1894), definito da Stephen King “forse la miglior storia horror scritta in lingua inglese”, e Il popolo bianco (1904), veri e propri classici della letteratura weird e horror, il romanzo La collina dei sogni(1907) e il ciclo di storie de I tre impostori, definito da Elémire Zolla “un capolavoro circolare”. Arthur Machen fu anche membro della Golden Dawn, a testimonianza della sua continua e instancabile ricerca spirituale.

Il commento.

Voglio analizzare i tre testi singolarmente.

Un frammento di vita in questa pregevole edizione è presente sia nella versione definitiva più nota, ma anche – in appendice A – nella prima versione dello Horlick’s Magazine, di cui è recuperata la prima versione del capitolo IV (quello conclusivo e più importante della storia). Come suggerisce il titolo, questo primo romanzo breve costituisce esattamente “un frammento di vita” matrimoniale, nell’Inghilterra di fine 800, fra i due protagonisti della storia. Per 3/4 buoni della storia, la trama è costituita proprio da scenari domestici, dal menage e dall’economia di una giovane coppia senza troppi soldi, in un paesaggio nostalgico e ammaliante, che fa rimpiangere l’apparente semplicità dei tempi andati. La storia, improvvisamente, sterza però in una nuova dinamica, laddove lo scenario si rivela il pretesto da cui sortire uno straniamento totale del lettore, verso un mondo e un tempo ancora più lontani e alieni, grazie anche a un ricordo dell’infanzia del protagonista che è epifania dell’invisibile e del grottesco, additando a un altro mondo, oltre il velo del nostro… Quel mondo pagano e celtico, ma anche mostruoso e alieno, tanto caro a Machen. Anche il vagabondare del protagonista per Londra rivela quell’ozioso perdersi nello spazio, quasi un percorso alchemico di purificazione e ritorno alle origini, leit motiv dell’Autore. Più pratico e tragico il finale alternativo della prima versione, che in parte perde parte di quella magnificenza e immaginazione che caratterizza la versione definitiva, sebbene sappia maggiormente convincere e dare compiutezza alla storia. Francamente, penso che il finale perfetto sarebbe proprio sorto da una fusione tra le due strutture della trama, mai elaborata da Machen, per quanto noto.

Il popolo bianco è una sorta di lungo monologo o diario, incorniciato dal dialogo tra alcuni personaggi. Personalmente, per quanto questa cornice sia interessante e nel paradosso sappia enucleare un concetto molto interessante (cioè l’effimero ribaltamento degli opposti), ho trovato poco utile questa sezione della storia, che pare più un espediente per offrire il vero nucleo della storia (sebbene il ragionamento di fondo serva proprio a creare la giusta atmosfera, come un sottofondo). In questo diario di una bambina, dal ritmo infantile e un po’ psichico (alla Joyce), si adombra nuovamente l’esistenza di antichi riti e di un altro popolo, fatato (o ancora alieno, con tratti molto affini alla moderna teoria UFO) e sicuramente pagano, che potrebbe essere accanto al nostro, mostruoso e aberrante o – nel ribaltamento degli opposti così “uguali” – persino salvifico e materno. Un testo in pieno stile Machen.

Infine, Un doppio ritorno è un simpatico racconto che, giocando sull’ambiguità o sul’equivoco, sembra quasi adombrare un orrore quasi gotico, in una tragedia”nevrotica” di grande divertissement.

Un frammento di vita – Il popolo bianco, 236 pagg. € 21,90

 9788896952665

Arthur Machen – Il grande dio Pan – Recensione
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LA TRAMA (dal sito dell’editore Adiaphora)

Finalmente, dopo anni di ricerche nel campo delle scienze occulte e dello studio delle funzioni cerebrali, il dottor Raymond è pronto per portare a termine un folle esperimento. Una notte d’estate, assieme all’amico Clarke, che sarà suo testimone, decide di sottoporre la giovane Mary a un intervento chirurgico al cervello per consentirle di sollevare il velo che cela la mostruosa divinità della natura, il Grande Dio Pan. Ciò che la ragazza vede la sconvolgerà per sempre.
Molti anni dopo, in una Londra vittoriana ancora profondamente scossa dagli omicidi di Whitechapel, una catena di inspiegabili suicidi sconvolge le famiglie benestanti del West End, stringendo la città in una morsa di terrore nella quale nessuno può dire chi sarà il prossimo, né quando accadrà.
Soltanto Villiers, appassionato esploratore notturno, il gentiluomo Austin e lo stesso Clarke, segretamente affascinato dall’occulto e dal mistero, sospettano che dietro ai suicidi possa nascondersi un’enigmatica figura femminile. Tra angoscianti testimonianze e onirici peregrinaggi dai sobborghi più ricchi fino ai bassifondi più squallidi di Londra, i tre insoliti investigatori si troveranno dinanzi a un terribile segreto che getta le radici tra le pieghe del tempo, in un passato colmo di suggestione e oscurità.
Il Grande Dio Pan, all’epoca additato come osceno per i contenuti sessuali e lo stile decadente, viene oggi considerato uno dei migliori romanzi gotici dell’orrore di fine Ottocento.

La nuova edizione in Italia di uno dei classici della letteratura gotica, per la prima volta in edizione speciale con testo originale a fronte e una nuova traduzione accompagnata da note critiche e da una postfazione di H.P. Lovecraft.

IL COMMENTO

Il grande Dio Pan è indubbiamente un’opera di grande interesse e valore, almeno limitatamente a quella che si può considerare narrativa di genere (fantastico).

Il romanzo è stato pubblicato per la prima volta nel 1894, cioè sette anni prima del Dracula di Stoker. Se quest’ultimo apre e segna definitivamente l’evoluzione della letteratura fantastica verso le sfumature di un genere horror meno gotico (nel senso classico e pedante del termine) e più visionario e ancestrale, nonché “violento”, è però vero che molte delle cupe e fumose atmosfere della Londra di fine ottocento, ammantata di soprannaturale, sono già presenti nel “Dio Pan”, come già erano apparse e stavano apparendo in altre grandi opere di importanti autori (in primis Stevenson) nonché in una realtà segnata, già a cavallo del 1888, dagli assassini di Jack the ripper e poi da occultisti del calibro di Aleister Crowley (non a caso Machen, dopo la morte della moglie, si era affiliato alla Golden Dawn del celebre occultista).

Il terreno era fertile per la nascita e lo sviluppo di opere narrative cupe e in ciò il “Dio Pan” riesce benissimo: poca azione, ma tanta atmosfera surreale e misteriosa, conturbata dall’aleggiante ed inquietante presenza, costante, di un dio ancestrale e alieno.

Infatti, il “Dio Pan” strizza l’occhio anche alla fantascienza che, sempre in quegli anni, cominciava a evolvere dal proprio embrione: perché Pan non è soltanto un demone incarnato, capace di camminare su questo mondo; è anche una presenza malvagia e perversa che esiste altrove, nell’universo e negli spazi cosmici esterni, capace di violentare il pensiero e l’animo, prima del corpo. È l’abitatore di una realtà da sempre esistente, eppure visibile solo a pochi eletti o sfortunati.

Inutile precisare perché, se queste sono le premesse, il “Dio Pan” (altresì il celtico Nodens) sia stata un’opera capace di impressionare H.P. Lovecraft al punto da essere citata, insieme al suo autore, nelle opere del solitario di Providence. Il “Dio Pan”, infatti, presenta già, in nucleo, molte delle atmosfere e delle idee che caratterizzeranno la successiva opera di Lovecraft, con i suoi orrori antichi e cosmici; è quindi un’opera affascinante e che varrebbe la pena di essere letta, forse, anche solo per questi brevi caratteri.

Questa nuova, affascinante e curata edizione italiana, offre anche la possibilità – in un solo acquisto – di avere il testo a fronte originale di Machen.

 14,00

TITOLO Il Grande Dio Pan
ISBN
 978 88 99593 10 0
USCITA 01/04/2018
GENERE Horror
PAGINE 190

Disponibile “Mediterranea”, antologia contenente un mio racconto Sword&Sorcery
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E’ disponibile Mediterranea, antologia digitale che contiene dieci racconti di sword and sorcery ambientati nei territori bagnati dal Mare Nostrum in cui potrete trovare i più importanti autori della fantasia eroica italiana come: Donato Altomare, Alessandro Forlani, Enzo Conti, Adriano Monti Buzzetti, Alberto Henriet, Mauro Longo, Andrea Gualchierotti e Lorenzo Camerini, Andrea Berneschi, Francesco Brandoli e Riccardo Brunelli.

Sono presenti anche due apparati critici di saggisti del calibro di: Enrico Santodirocco (autore di Conan La leggenda) e Marco Maculotti (fondatore di AXIS mundi).

L’introduzione e la curatela è affidata a Francesco La Manno, mentre la copertina è stata realizzata da Andrea Piparo.

Per informazioni e l’acquisto (download al modico prezzo di € 5,30): https://hyperborea.live/prodotto/mediterranea/


INDICE

Introduzione:

FANTASIA EROICA MEDITERRANEA di Francesco La Manno

Racconti:

IL PONTE DELLA MORTE di Donato Altomare

IL FIGLIO DI ASTERIONE di Andrea Berneschi

UNA BALLATA DI FUOCO E DI MARE di Francesco Brandoli

SHARDANA di Riccardo Brunelli

IL BANCHETTO di Lorenzo Camerini e Andrea Gualchierotti

PIU’ TENACE DELLA MORTE di Enzo Conti

IL CULTO DEGLI ABISSI di Alessandro Forlani

LA SPADA DI AESKYLOS di Alberto Henriet

L’ARTIGLIO DELLA FENICE NERA di Mauro Longo

GLI OCCHI DI ANGIZIA di Adriano Monti Buzzetti Colella

Saggi:

IL SERVIZIO DIVINO DEI GRECI di Marco Maculotti

LA FANTASIA EROICA MEDITERRANEA NEI FUMETTI di Enrico Santodirocco

Cover_Mediterranea_Web

Stephen King + Richard Chizmar – La scatola dei bottoni di Gwendy – Recensione
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LA SCATOLA DEI BOTTONI DI GWENDY, di STEPHEN KING e RICHARD CHIZMAR è un romanzo breve, pubblicato come sempre da Sperling&Kupfer, che rappresenta la prima collaborazione tra il noto Maestro dello horror americano e questo nuovo e promettente Autore, nato come Editore dell’etichetta Cemetery Dance (che da anni propone edizioni speciali e/o limitate di libri di King, così passato dal ruolo editoriale a quello di co-autore, forte di anni di collaborazioni commerciali).

Trama: Che cosa accomuna una ragazza che non si arrende e un seducente uomo in nero? Una cosa preziosa: la scatola dei bottoni di Gwendy. Gwendy Peterson ha dodici anni e vive a Castle Rock, una cittadina piccola e timorata di Dio. È cicciottella e per questo vittima del bullo della scuola, che è riuscito a farla prendere in giro da metà dei compagni. Per sfuggire alla persecuzione, Gwendy corre tutte le mattine sulla Scala del Suicidio (un promontorio sopraelevato che prende il nome da un tragico evento avvenuto anni prima), a costo di arrivare in cima senza fiato. Ha un piano per l’estate: correre tanto da diventare così magra che l’odioso stronzetto non le darà più fastidio. 
Un giorno, mentre boccheggia per riprendere il respiro, Gwendy è sorpresa da una presenza inaspettata: un singolare uomo in nero. Alto, gli occhi azzurri, un lungo pastrano che fa a pugni con la temperatura canicolare, l’uomo si presenta educatamente: è Mr. Farris, e la osserva da un pezzo.
Come tutti i bambini, Gwendy si è sentita mille volte dire di non dare confidenza agli sconosciuti, ma questo sembra davvero speciale, dolce e convincente. E ha un regalo per lei, che è una ragazza tanto coscienziosa e responsabile. Una scatola, la sua scatola. Un bell’oggetto di mogano antico e solido, coperto da una serie di bottoni colorati. Che cosa ottenere premendoli dipende solo da Gwendy. Nel bene e nel male.

Il libro consta di circa 240 pagine, ma inganna: è pubblicato con un formato tale che, anche per l’ampio uso di pagine bianche ed illustrazioni, pare costituire un corposo volume, ma invece è effettivamente composto da un romanzo molto breve – un centinaio di pagine effettive – che si legge in circa due ore nette (francamente, si poteva salvare qualche albero e pubblicare il tutto in un formato meno pomposo, con un prezzo più contenuto).

L’idea alla base del racconto è intrigante e la storia si sviluppa bene, scorrevole, con il classico stile di King, difficile – penso – da distinguere da Chizmar, a prescindere dal reale ed effettivo contributo di entrambi alla storia (quale che sia l’opinione sull’esistenza di ghost-writer per King, sempre più co-autore dei propri volumi).

La storia rappresenta la classica crescita adolescenziale che appare, come tema caro, in molte delle opere di King, collocandosi nell’immaginario paese di Castle Rock che, per geografia e atmosfera, conferma il classico scenario americano del Maine tipico dell’Autore. Come sempre è magistrale e raffinato l’inquadramento psicologico della protagonista, con grande sensibilità verso il genere femminile, mentre appare più piatta e bidimensionale la figura di Mr. Farris, funzionale esclusivamente all’innesco della trama, comunque ben scritta e coinvolgente.

Tuttavia, ritengo che verso il finale il libro perda parte del suo carisma: senza rivelare nulla, posso dire che laddove la trama poteva sorprendere con idee originali, ritroviamo alcuni cliché tipici (e abusati) di King, peraltro abbastanza previsti e prevedibili, che non apportano alcun pregio al libro, anzi sminuendone la portata e conducendo a un finale piatto e scontato, poco soddisfacente.

Un volume che offre molto poco dal punto di vista dello horror e che comunque può costituire un piacevole divertissement di una serata.