Gustav Meyrink – La metamorfosi del sangue. Autobiografia spirituale – Recensione
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Con la cura del sempre encomiabile Andrea Scarabelli, torna in Italia un testo autobiografico su Gustav Mayrink, un importante scrittore “fantastico” (occultista ed esoterista per primo) del secolo scorso (primi del ‘900), ampiamente noto per opere come Il golemIl domenicano biancoLa notte di Valpurga e Il volto verde .

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Gustav Meyrink – Alle frontiere dell’occulto. Scritti esoterici – Recensione
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Conosco le edizioni Arktos da alcuni anni e, in particolare, da quando acquistai la loro ristampa anastatica del fondamentale volume di “Dissertazioni sopra le apparizioni de’ spiriti e sopra i Vampiri” di Agostino Calmet, un tempo unica edizione rintracciabile del volume (tratta da microfilm, in epoca in cui le scansioni e google ancora non esistevano), e posso confermare che questo editore ha sempre avuto un occhio di riguardo per testi di esoterismo e occultismo di pregio e rarità.

Recentemente, è stata colmata una grave lacuna delle offerte librarie, recuperando gli scritti esoterici di un importante scrittore “fantastico” (ma occultista ed esoterista per primo) del secolo scorso (primi del ‘900): Gustav Meyrink, ampiamente noto per opere come Il golem, Il domenicano bianco, La notte di Valpurga e Il volto verde.

Le opere citate sono considerate tra i principali capolavori di genere fantastico degli albori del genere, almeno per la modernità/contemporaneità, sebbene siano testi complessi, in cui il fantastico è spesso tracciato in modo velato, simbolico, senza quell’eccesso scenico che invece andrà sempre più a caratterizzare il genere con indirizzo anglo-americano: il fantastico in Meyrink è il disvelamento di quell’altra parte di realtà – oltre o trascendente la nostra, ma con la quale convive – che fa parte di una più ampia e complessa weltanschauung in cui Meyrink probabilmente credeva fermamente.

“Alle frontiere dell’occulto. Scritti esoterici (1907-1952)”, raccoglie proprio gli scritti in materia del periodo indicato, tracciando una rotta tra un Meyrink ancora agli inizi della sua carriera letteraria e quello più maturo, in cui vengono analizzati argomenti trasversali e vari, con grande ricchezza dottrinale e di ricerca, in parallelo e amalgamati con fatti quotidiani della vita dell’Autore, a volte in una mescolanza tale per cui diventa difficile segnare il confine tra ciò che Meyrink ha realmente vissuto e cosa invece appare meno convincente al lettore scettico del XXI secolo.

Scopriamo che, giovanissimo, Meyrink stava per suicidarsi ed è stato proprio “salvato” dalla consegna di un opuscolo librario su volumi di occultismo, che lo hanno spronato a studiare e approfondire la materia, dai libri prima e poi con frequenti rapporti con medium di mezza europa (quasi tutti smascherati come imbroglioni) poi, per iniziare infine carteggi con santoni e asceti orientali e indù, che lo hanno portato alla pratica dello yoga e alla sperimentazione di droghe, passando anche per una fase di studio e pratica dell’alchimia, sia di stampo chimico che metafisico.

Il volume parla di fachiri e asceti induisti, di soggetti dotati di poteri quasi magici o capaci di comandare agli spiriti e ai djinn, intrecciando teorie che spaziano dal corpo sidereo di Paracelso all’esistenza di ectoplasmi, dal governo su corpi angelici al trasferimento istanteno di oggetti, il tutto riportato a una magna dottrina o teoria che riesce a mantenere stabilmente assieme e armonizzare le più disparate correnti religiose e filosofiche.

Accanto allo yoga e alla cabala, accostate come poi sempre più i moderni hanno saputo fare, c’è quindi spazio per spiegare persino le stigmati di santi e beati e riportare Gesù in un ruolo di Maestro spiriturale accanto a Sri Ramakrishna e Govinda Swami; mentre Paracelso diventa un altro interprete dei medesimi fenomeni spirituali e della composizione del Mondo cosmico in una via tantrica all’Alchimia, laddove la stessa materia viene poi trattata attraverso gli scritti di San Tommaso d’Aquino fino alla ricerca di una rara sostanza gialla, nelle profonde e antiche cloache, per arrivare a creare la pietra filosofale e trasformare i metalli in oro, esperimento che lo stesso Meyrink ha tentato quasi con successo.

L’interpretazione dei sogni e l’uso di hashish si rivelano infine strumenti anche per peculiari aneddoti della vita dell’Autore, rovinato economicamente suo malgrado, quando era direttore di una banca privata con altro socio, proprio per voci legate alle sue eccentriche condotte di vita, che però scopriamo in altri casi aver vissuto realmente fenomeni al confine con la preveggenza, capaci anche di salvargli (nuovamente) la vita o rivelargli complotti alle spalle della Storia del mondo, fino alla prima guerra mondiale o addirittura in una (satirica e comica) visione dell’aldilà.

Tutti approfondimenti che riescono ancora più chiari dal brillante saggio di postfazione di Piero Cammerinesi, fondamentale (come lo sono le note al testo) per la completa comprensione del volume e per la conoscenza di un Autore che è rivelazione: che fosse maestro della narrativa fantastica si sapeva, ma francamente non pensavo avesse avuto una vita così curiosa, ricca di fenomeni e soprattutto una conoscenza così vasta, enciclopedica e trasversale di argmomenti esoterici, ancor più soprendente per un’epoca in cui internet e wikipedia non esistevano e lo studio era basato su massicci libri o corrispondenza con personaggi esotici, studiosi o esploratori.

Il volume è a cura di Gianfranco de Turris e Andrea Scarabelli, due nomi che sono garanzia, il primo per la carriera granitica nella cura di testi narrativi e saggistici, in particolare declinanti al fantastico; il secondo, ancora giovane, vero astro nascente del settore in Italia, avendo negli ultimi anni curato (o contribuito a) tutti o quasi i principali testi di carattere realmente colto usciti in Italia che declinassero al fantastico o all’esoterico, per tacere della ricchezza di una rivista come Antarès, a cui ho anche avuto il piacere di partecipare con un breve racconto.

Dal sito dell’editore: Cabala e alchimia, yoga e spiritismo, teosofia ed occultismo, sogni e fantasie letterarie: ecco alcuni dei temi affrontati in «Alle frontiere dell’occulto», raccolta degli scritti esoterici di Gustav Meyrink (1868-1931), autore di indimenticabili romanzi come il «Golem», «La notte di Valpurga» e «L’angelo della finestra d’Occidente». Un volume che colma un vuoto, fondendo due antologie ormai introvabili, «Alle frontiere dell’Aldilà» (tradotto da Julius Evola) e «Il diagramma magico». Per capire la narrativa di Meyrink, come hanno scritto i suoi più acuti interpreti (da Jung a Zolla, da Scaligero a Evola), occorre affrontare anche la sua visione del mondo, antimaterialista e antiprogressista, a favore dell’immaginazione creatrice. Un viaggio andata e ritorno nell’Ignoto, in quel mistero che è il cuore della nostra vita. Tutte tematiche presenti in questo libro che, oltre alle prefazioni dei curatori Gianfranco de Turris e Andrea Scarabelli, all’imponente corpus di note e alle appendici epistolari, è corredato da un saggio di Piero Cammerinesi e dalle incursioni pittoriche nell’Altrove di Danilo Capua, omaggio al genio di Gustav Meyrink. Per consultare l’indice: Indice (PDF)


Pagine: 368
Anno: 2018
ISBN: 978-88-7049-119-7
26,00 €

Abraham Merrit – Il vascello di Ishtar – Recensione
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Finalmente ripubblicato, dopo molti anni di assenza dagli scaffali delle librerie italiane, il romanzo “Il vascello di Ishtar”, di Abraham Merrit, per l’editore Il Palindromo, nella meritevole collana I tre sedili deserti: note e traduzione di Giuseppe Aguanno, introduzione di Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco, con un saggio di Andrea Scarabelli e illustrazioni di Virgil Finlay.
Specifiche: gennaio 2018, pagg. 472, 15x19cm, bross. b/n, prezzo 26€ – ISBN: 978-88-98447-32-9

La trama, dal sito dell’editore: «John Kenton, appena tornato a New York dall’esperienza devastante della Prima guerra mondiale, riceve uno strano oggetto rinvenuto durante una campagna di scavi in Medio Oriente: un blocco di pietra al cui interno è custodito un piccolo vascello di gemme intagliate. Kenton non lo sa ancora, ma il manufatto è uno stargate, la soglia per un’altra dimensione, un mondo dove il suo coraggio dovrà scontrarsi con l’acciaio delle spade e la potenza di ancestrali divinità in lotta, e in cui ritroverà la voglia di vivere sperimentando la passione di un amore fuori dal tempo. Questo volume contiene la prima versione de Il vascello di Ishtar, pubblicata originariamente nel 1924 e inedita in Italia. Il romanzo è accompagnato dalle illustrazioni originali dell’epoca e da un ricco corredo di apparati critici. Abraham Merritt (1884-1943), maestro del fantastico e noto giornalista, è tra i pionieri e più apprezzati autori di letteratura fantasy. Stimato da H.P. Lovecraft e Clark Ashton Smith, tra le sue opere si ricordano: Il pozzo della luna (1919) e Gli abitatori del miraggio (1932).»

La storia fu originariamente serializzata sulla rivista americana Argosy All-stories, tra il novembre e il dicembre del 1924, in 6 episodi ed ebbe un grandissimo successo, al punto da essere votata come una delle storie più apprezzate dal pubblico ed essere eletta dai lettori nel 1938 come migliore storia della rivista, scalzando il ciclo di Tarzan di Burroughs (come peraltro ben chiarito nell’ottima nota biografica su Merrit in appendice al presente volume e opera della brava Maria Ceraso). Merrit fu un autore molto noto e apprezzato della sua epoca (addirittura una rivista fu battezzata in suo onore: A.Merrit’s fantasy magazine) e seppe ispirare molti grandi Autori (persino il ciclo di Cthulhu di Lovecraft potrebbe avere ricevuto suggestioni da The Moon Pool del 1918 di Merritt).

Ho voluto così introdurre l’Autore, perché ritengo che questo volume sia un tassello fondamentale di un percorso di narrativa fantastica in cui il carisma del suo creatore sicuramente ha influito positivamente. Sarebbe difficile e forse superiore alle mie competenze risalire alla prima opera fantastica in cui via sia un passaggio  tra i mondi, elemento già presente in Virgilio o Dante se circoscritto ai regni ctoni infernali, ma tema sicuramente di grande moda all’inizio del 1900: Il vascello di Ishtar mi ha ricordato alcune atmosfere de “La terra dell’eterna notte” di Hodgson e, per tornare a Burroughs, ha alcune assonanze con il ciclo di Carter di Marte o, persino, per impostazione della trama e intreccio dei personaggi e delle scene, con i fumetti di Flash Gordon.

Kenton, protagonista di questo romanzo, tramite il simulacro del vascello riesce di fatto a trasferirsi in un’altra epoca, quasi un altro mondo, dove persino lo scorrere del tempo è differente: qui recupera un ruolo eroico che nel nostro mondo non aveva. Inizialmente la scena è collocata sul vascello, diviso e separato tra il Prete Nero, Klaneth, tramite e celebrante del Dio della Morte Nergal, rappresentante delle tenebre, e le adoratrici di Ishatar (dea dell’Amore), tra cui la splendida sacerdotessa e tramite Sharane, di cui il protagonista si innamorerà. Kenton, passerà da schiavo a capo di una rivolta che prenderà il controllo della nave, con il passaggio di alcuni personaggi (Jiji e Zubran), inizialmente nemici, tra le file dei buoni, oltre all’amicizia con un altro schiavo (il vichingo Sigurd), tutti grandi comprimari della storia.

La religione e la mitologia sono elementi vivi e vivificanti del romanzo, che spazia dai miti mesopotamici a quelli nordici, creando un interessante intreccio, in cui il ruolo degli dei si affianca a quello dei personaggi, un po’ come nell’epica Omerica o, venendo ad Autori più recenti, nei cicli di Elric e Corum di Moorcock.

Dovremo aspettare gli anni ’70 per recuperare mondi divisi tra più piani (e divinità), come appunto in Moorcock o Zelazny fino al più recente Stephen King della torre nera, ma trovo che raramente – nemmeno tra alcune pagine di quest’ultimo ciclo del maestro dello horror contemporaneo, a tratti veramente immaginifiche – troveremo una più efficace e compiuta descrizione dei mondi paralleli come quella presente in questo romanzo e che vale la pena citare: «Di fronte aveva una vasta nebbia: vapori globulari argen­tei discendevano su di lui; il ventre curvo di un altro mondo. Quel mondo si stava scontrando col suo? No! Vi si stava sovrapponendo! La consapevolezza giunse subitanea e fugace: in quella minima frazione di tempo gli si manifestò come un’illuminan­te intuizione, sola chiave verso l’inesplicabile. Grazie ai lumi di questa rivelazione, Kenton vide la pro­pria Terra non per quello che sembra, ma per ciò che è: una vibrazione eterica negli intervalli tra le pulsazioni elettroniche di mondi su mondi che si intersecano, mondi originati dalla forza primigenia di cui queste vibrazioni sono espressione, nelle forme a noi note e in quelle che ignoriamo. Si figurò questi mondi e il proprio come un ammasso di elettroni: in verità ognuno di essi era piuttosto lontano dai propri simili, così come i pianeti, ben distanti l’uno dall’altro e dal sole. Attraverso gli abissi dello spazio, tra queste particelle, vide miriadi di congerie affini suddivise in globi nascosti e invisibili: ciascuno orbitava roteando senza inter­ferire con gli altri, eppure questi si incontravano, si compe­netravano, intrecciandosi. Mondi che si incrociavano secondo frequenze differenti, più alte o più basse, nella totale inconsapevolezza di queste tangenze. Mondi che si muovevano attorno e attraverso di noi, che si trovavano a coincidere in modo casuale, come segnali radio intercettati da un apparecchio non sintonizzato. Mondi sovrapposti come flussi di informazioni che, senza interferire l’uno con l’altro, scorrevano insieme sullo stesso cavo, grazie alla diversità delle vibrazioni. Il vascello di Ishtar navigava su uno di questi mondi paralleli. Il gioiello di gemme non era l’imbarcazione stessa, bensì una chiave capace di aprire un passaggio dalla dimensione d­i Kenton verso quella del vascello: un dispositivo che adattava le vibrazioni materiche del suo corpo a quelle del mondo della nave

Dopo la parte di trama sul vascello, e prima della conclusione – affatto scontata – della storia nella medesima sede, ecco che un’altra parte del romanzo si sposta sull’Isola di Emakhtila, dove accanto a nuovi personaggi, abbiamo alcune delle parti più evocative dell’opera, con toni aulici tali da ricordare quasi antichi poemi o testi sacri: come accennavo, il ruolo della mitologia è fondamentale in quest’opera, senza diventare pesante. Se ne ricava la profonda, davvero magistrale conoscenza di Merrit per la materia, che l’Autore tratta con completezza, rendendo appunto mito e divinità essenziali alla storia e alla trama stessa, in un modo che forse segna davvero il passaggio epocale del fantasy, per cui mi spingo a definire questo volume un tassello fondamentale del genere. Dopo Merrit, ci vorrà molto tempo prima che gli dei tornino a essere talmente rilevanti nell’immaginario, o perché partoriti direttamente da un mitopoieta dello spessore di Tolkien, oppure perché giovani autori, a partire da Zelazny appunto fino a un Gaiman odierno, sappiano recuperare il fascino che un intreccio tra vera mitologia antica e fantastico contemporaneo possano portare: ciò che oggi ha dato vita al genere urban fantasy, in nucleo già anticipato anche dal capolavoro Malpertuis di Jean Ray.

La storia è ben realizzata, alternando scene più poetiche e visionarie a numerosi duelli e battaglie, persino navali, caratterizzate da grande ingenio e descrizioni a tratti quasi macabre e gore.

Non posso che consigliarne la lettura agli amanti del fantasy e dell’epica, con il lieve avvertimento di prepararsi a un testo dallo stile ovviamente di inizio ‘900, che però non dovrebbe appunto stonare ai veri lettori del genere, che appunto avranno sicuramente dimestichezza con i capisaldi, tutti circa di questo periodo.

Una nota finale sull’edizione: di grande qualità, raccoglie le splendide illustrazioni di Finlay (vero maestro dei pulp anni ’30), e fornisce anche i vari apparati critici già menzionati. Ottimo il glossario dei termini mitologici, utile a una migliore comprensione del testo, e liminale l’introduzione di spessore di due Maestri come De Turris e Fusco. Ma soprattutto voglio plaudere all’ennesimo contributo di Andrea Scarabelli che, nonostante la giovane età, oggi si presenta sul panorama letterario italiano come forse il solo e più sapiente dei saggisti ESOTERICI, nel senso più aulico e accademico del termine. Nel suo mysterium coniunctionis riesce a recuperare il valore magico delle parole, per passare a trattare di narrativa fantastica fino a spingersi a spiegare (con citazioni di Autori di ambito filosofico e antropologico, assai più sapienziale del “banale” genere fantastico) temi come l’eterotopia, la ierogamia e la teogamia, facendoci riflettere sul vero significato del fantasy che, non a caso, viene chiamato in altri Paesi come Speculative fiction. Perché cos’è il fantastico se non il modo moderno di rappresentare miti Platonici, idee e archetipi, antichi come il tempo e l’inconscio umano?

Valerio Evangelisti – Eymerich risorge – Recensione
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Da pochi mesi è uscito un nuovo capitolo della saga dedicata all’Inquisitore Nicolas Eymerich, dello scrittore bolognese Valerio Evangelisti (Ed. Mondadori). L’Autore sembrava aver concluso la saga del suo primo e più celebre personaggio qualche anno fa, con il libro Rex tremendae maiestatis, ma – dopo alcuni anni dedicati a coltivare altri cicli e opere – ecco che fortunatamente Evangelisti ha deciso di far “risorgere” il personaggio.

Personalmente considero il ciclo di Eymerich come un capolavoro imperdibile, l’opera fantastica più riuscita della contemporaneità (italiana e non) e l’Autore, Evangelisti, un genio al pari di maestri come Lovecraft. Il ciclo di Eymerich auspico sia destinato a segnare l’immaginario collettivo a lungo e questo nuovo libro lo conferma.

La scrittura è come sempre snella ma efficace: Evangelisti ha il dono di saper dosare parole e aggettivi e in poche righe delineare alla perfezione scenari e situazioni, come pochi scrittori sanno fare.

Accanto a Eymerich, in questa storia – vero e proprio revival del ciclo – recuperiamo i principali personaggi della saga, come Padre Corona, il notaio Berjavel, e il boia Gombau, oltre al prof. Frullifer (che segna alcune delle parti più comiche del volume). Sul lato fantascientifico, recuperiamo il personaggio di Lilith, proprio dove il precedente libro si era interrotto.

I rimandi ad altri episodi della saga e a personaggi di altre storie sono numerosi e quasi difficili da cogliere sempre, mentre la storia sviluppa la classica quest con indagini e “spionaggio” dal sapore inquisitorio che è la matrice classica delle storie di Eymerich, accanto a scene più horror e a fenomeni sovrannaturali, ai confini con gli ufo, che strizzano l’occhio al weird.

La sola critica che muovo è che verso la fine il testo appaia eccessivamente sbrigativo e leggermente confuso (v. sotto spoiler): viene spontaneo domandarsi se non sia una precisa scelta che presagisca futuri nuovi libri della saga che, personalmente, aspetterò con ardore.

Lettura comunque consigliatissima!

Link: http://www.librimondadori.it/libri/eymerich-risorge-valerio-evangelisti

Segue SPOILER:

SPOILER

Dal titolo era chiaro fin da subito che Eymerich sarebbe risorto, in tutti i sensi. Il libro è la resurrezione figurata del personaggio letterario, ma nel corso della storia il personaggio del protagonista inquisitore – come immaginabile e preannunciato, in piena logica con il sapore della storia – muore e risorge davvero. Proprio il passaggio tra morte e rissurrezione viene francamente gestito da Evangelisti con un salto, non chiaro nemmeno al protagonista della storia, che ancora meno risulta comprensibile al lettore, al punto da creare una difficoltà di comprensione della trama e bloccare la sospensione dell’incredulità. Insomma, proprio la resurrezione di Eymerich, che dà il titolo al libro, è la parte meno riuscita, più confusa e che solleva maggiori domande (non risposte) di tutta la trama. Un vero peccato!

Il Disegno dell’Universo
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Nel mio romanzo “Il Dio del dolore”, l’intero creato è simbolicamente rappresentato da disegni che il Creatore – il dio supremo e originario – esegue nella sabbia. Sabbia di multiformi colori e lucentezze, che viene soffiata via dal Vento della creazione e portata nel Mondo (attraverso i Mondi) dove diventa reale.

Questa immagine simbolica ritrova una sua radice diretta nelle tecniche orientali di rappresentazione dei Mandala con la sabbia: il Mandala è un disegno che serve per meditare, per concentrarsi, svuotare la mente e infine entrare in contatto con l’Universo intero.

Il principio base nella cultura orientale è il non-attaccamento; l’accettazione dell’impermanenza, la mutevolezza dell’esistenza. Il dolore si crea quando si cerca di resistere al mutamento. Un po’ come non si fa fatica a nuotare se ci si lascia trasportare dalla corrente, ma diventa difficilissimo e stancante (e letale) provare ad andare contro di essa.

Così, in applicazione di questo principio, dopo aver dedicato ore a concepire un Mandala meraviglioso con la sabbia, ecco che il monaco lo distrugge, con un semplice gesto della mano: meditazione sull’effimero; la fragilità dell’esistenza, la transitorietà delle cose.

Quando l’Antico, il Dio supremo del mio romanzo succitato, spiega al giovane dio della morte e del dolore tutto questo, spiega anche come ogni volta che viene a spostarsi un solo granello di sabbia del disegno (un tassello del mosaico) ecco che improvvisamente tutto cambia. Il Disegno intero non è più uguale a sé stesso. Eppure, il Disegno intero è sempre bello e perfetto. Pensiamoci: se usiamo la stessa sabbia e gli stessi colori, impastandola in continui e diversi disegni, per quanto il Mandala muti, sarà sempre altrettanto bello e altrettanto perfetto. Soprattutto, sarà sempre altrettanto completo. Come in un caleidoscopio.

In un Universo in cui nulla si crea e nulla si distrugge, ogni componente che cambia rende sempre nuovo e da scoprire il Disegno. Se poi andassimo a sostituire la sabbia con altra sabbia, di altri colori, allora ecco che il tutto muterebbe ancora e ancora…

Cos’è un Mandala di sabbia ai nostri occhi? Cos’è un caleidoscopio con cui giochiamo da bimbi? Un giocattolo. Un divertimento.

Agli occhi del Creatore, l’intero Disegno dell’Universo appare come un fragile disegno nella sabbia. Tutto è effimero. Tutto può essere soffiato via. Tutto può essere completamente rigenerato e sostituito.

Ognuno di noi conta quanto un granello di sabbia: non siamo protagonisti di una tela; non siamo la scultura di Michelangelo. Siamo semplici granelli di sabbia.

Ognuno di noi è perfettamente sostituibile.

Il nostro dolore è il voler restare al centro del Disegno. Il volere acquisire un ruolo diverso dal pigmento.

Il nostro pensare che il nostro punto nel mosaico, accanto ad altri granelli, sia intoccabile; quando invece ognuno di noi può essere spostato, cancellato, eliminato, separato.

Si superano i lutti. Si superano le morti. Si superano i distacchi.

Quando la mente è libera dal dolore, ecco che improvvisamente non ci si pensa e tutto appare completo e perfetto: come in una nuova vita. Un nuovo Disegno.

Questo perché ognuno di noi è perfettamente sostituibile nel Disegno.

Una riga bianca.

Una pausa.

Ci vuole un attimo a digerirlo. Una vita ad accettarlo.

Giusto? Sbagliato?

Concludo, in un cerchio perfetto, tornando a “Il Dio del dolore”: lì, per chi volesse, si può trovare una possibile risposta. Quella che proprio il Dio del dolore ha trovato attraverso i secoli, alla fine dei tempi.

Là dove il tempo non esiste (è ciclico) e a ogni fine segue sempre un nuovo inizio.

LA VITA, L’UNIVERSO E TUTTO QUANTO SECONDO ME (in una tazzina di caffè)
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Ok, cerco di fare chiarezza su quel poco che ho capito del meccanismo cosmico. Dio è il concetto che userò per semplicità per indicare la matrice universale (quindi non fatene una questione di semantica, badate al nocciolo che è scienza oltre che spiritualità). Tutto questo può tranquillamente applicarsi alle religioni orientali, basta sostituire a Provvidenza la parola Karma.
1) Dio concede il libero arbitrio, che è la libera scelta tra bene e male. Potrebbe imporre il suo ordine, ma non sarebbe la stessa cosa, perché noi non ci accorgeremmo di quello che facciamo e, senza la percezione del male, non potremmo distinguere il bene (contrasto di sapori).
2) Poiché però Dio di fondo è buono (?) allora deve guidare verso il bene. Non può intervenire, ma può indicare. Questa è la Provvidenza. Che si manifesta in tre forme a) dialogo interiore, ma si deve stare attenti a distinguere la Provvidenza dalla Tentazione; b) intervento di altre persone che hanno colto il messaggio (se non lo hanno frainteso); c) eventi naturali, che non interferendo sul libero arbitrio, se non in misura collaterale, possono influire in maniera drastica (ed essere direttamente operati da Dio).
3) Le persone che ci amano veramente e che possiamo amare veramente sono molto poche. Impariamo a distinguerle. A tal fine è importante notare che: è impossibile perdere una persona che si ami e ci ami. Se l’amore è reciproco, il legame è inscindibile. Questo comporta che con le persone che ci amano possiamo anche fare tutte le cazzate del mondo reciproche e rivelare i difetti reciproci, che tutto questo avrà influenza solo sullo stato di efficienza e serenità, non sul legame di fondo.
4) Le persone che ci amano sono quelle più appropriate a essere strumento della Provvidenza, ma possono sbagliare; a volte un estraneo può essere occasionalmente inviato in maniera più efficiente, mentre a volte non centra nulla. Quindi bisogna sempre stare attenti a riconoscere.
5) Il dolore non si supera e non si cancella, a patto fondamentalmente di fottersene (buddhità/serenità cristiana). Fottersene significa fondamentalmente trascendere lo stato umano. Quindi restare nello stato umano comporta la convivenza con il dolore, che dio non elimina (?) perché strumento di manifestazione primario per il libero arbitrio e, in sostanza, a) di giudizio della persona (buono/cattivo) e b) di sua evoluzione;
6) poiché Dio è fondamentalmente buono (?) e perdona tutti, allora di fondo giudicare se uno è buono o cattivo serve a un cazzo, se sarà perdonato comunque. Lo stato finale è una assenza di inferno e purgatorio (che peraltro sarebbero una reiterazione delle prove del mondo umano in versione sanzione accessoria/recidiva), ma semmai un paradiso suddiviso in distanza da Dio, rectius dallo stato di grazia e beatitudine assoluta. In questo senso la concezione della prova di evoluzione si concilierebbe con la religione orientale e darebbe un senso a tutta la struttura.
7) gli animali sono manifestazioni divine, spesso in particolare sofianiche (i cani), in quanto tali tendono (soprattutto gli animali da compagnia vicini all’uomo come i cani) ad amare incondizionatamente e indicano all’uomo il giusto rapporto con il creato (questo perché in loro il libero arbitrio è ridotto e sono strumenti e angeli).
8) in definitiva, però, tutto questo mi pare francamente UN PO’ ECCESSIVO… Però tanto è… Ci attacchiamo bellamente al cazzo. Ah sì, ATTENZIONE: il concetto di prova/crescita è esponenziale come in un videogioco, più si procede più diventa dura. Quando avrete superato una prova dura e penserete, dai passata, occhio che ne arriva una più grossa.
CONCLUSIONE: se vi state chiedendo se non si starebbe meglio senza libero arbitrio e capite perché spesso essere scemi (e al livello più infimo del gioco) significa stare meglio perchè proprio non si capiscono le cose… Beh, è una domanda legittima e lecita proprio per libero arbitrio che avete…