Il Disegno dell’Universo
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Nel mio romanzo “Il Dio del dolore”, l’intero creato è simbolicamente rappresentato da disegni che il Creatore – il dio supremo e originario – esegue nella sabbia. Sabbia di multiformi colori e lucentezze, che viene soffiata via dal Vento della creazione e portata nel Mondo (attraverso i Mondi) dove diventa reale.

Questa immagine simbolica ritrova una sua radice diretta nelle tecniche orientali di rappresentazione dei Mandala con la sabbia: il Mandala è un disegno che serve per meditare, per concentrarsi, svuotare la mente e infine entrare in contatto con l’Universo intero.

Il principio base nella cultura orientale è il non-attaccamento; l’accettazione dell’impermanenza, la mutevolezza dell’esistenza. Il dolore si crea quando si cerca di resistere al mutamento. Un po’ come non si fa fatica a nuotare se ci si lascia trasportare dalla corrente, ma diventa difficilissimo e stancante (e letale) provare ad andare contro di essa.

Così, in applicazione di questo principio, dopo aver dedicato ore a concepire un Mandala meraviglioso con la sabbia, ecco che il monaco lo distrugge, con un semplice gesto della mano: meditazione sull’effimero; la fragilità dell’esistenza, la transitorietà delle cose.

Quando l’Antico, il Dio supremo del mio romanzo succitato, spiega al giovane dio della morte e del dolore tutto questo, spiega anche come ogni volta che viene a spostarsi un solo granello di sabbia del disegno (un tassello del mosaico) ecco che improvvisamente tutto cambia. Il Disegno intero non è più uguale a sé stesso. Eppure, il Disegno intero è sempre bello e perfetto. Pensiamoci: se usiamo la stessa sabbia e gli stessi colori, impastandola in continui e diversi disegni, per quanto il Mandala muti, sarà sempre altrettanto bello e altrettanto perfetto. Soprattutto, sarà sempre altrettanto completo. Come in un caleidoscopio.

In un Universo in cui nulla si crea e nulla si distrugge, ogni componente che cambia rende sempre nuovo e da scoprire il Disegno. Se poi andassimo a sostituire la sabbia con altra sabbia, di altri colori, allora ecco che il tutto muterebbe ancora e ancora…

Cos’è un Mandala di sabbia ai nostri occhi? Cos’è un caleidoscopio con cui giochiamo da bimbi? Un giocattolo. Un divertimento.

Agli occhi del Creatore, l’intero Disegno dell’Universo appare come un fragile disegno nella sabbia. Tutto è effimero. Tutto può essere soffiato via. Tutto può essere completamente rigenerato e sostituito.

Ognuno di noi conta quanto un granello di sabbia: non siamo protagonisti di una tela; non siamo la scultura di Michelangelo. Siamo semplici granelli di sabbia.

Ognuno di noi è perfettamente sostituibile.

Il nostro dolore è il voler restare al centro del Disegno. Il volere acquisire un ruolo diverso dal pigmento.

Il nostro pensare che il nostro punto nel mosaico, accanto ad altri granelli, sia intoccabile; quando invece ognuno di noi può essere spostato, cancellato, eliminato, separato.

Si superano i lutti. Si superano le morti. Si superano i distacchi.

Quando la mente è libera dal dolore, ecco che improvvisamente non ci si pensa e tutto appare completo e perfetto: come in una nuova vita. Un nuovo Disegno.

Questo perché ognuno di noi è perfettamente sostituibile nel Disegno.

Una riga bianca.

Una pausa.

Ci vuole un attimo a digerirlo. Una vita ad accettarlo.

Giusto? Sbagliato?

Concludo, in un cerchio perfetto, tornando a “Il Dio del dolore”: lì, per chi volesse, si può trovare una possibile risposta. Quella che proprio il Dio del dolore ha trovato attraverso i secoli, alla fine dei tempi.

Là dove il tempo non esiste (è ciclico) e a ogni fine segue sempre un nuovo inizio.

LA VITA, L’UNIVERSO E TUTTO QUANTO SECONDO ME (in una tazzina di caffè)
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Ok, cerco di fare chiarezza su quel poco che ho capito del meccanismo cosmico. Dio è il concetto che userò per semplicità per indicare la matrice universale (quindi non fatene una questione di semantica, badate al nocciolo che è scienza oltre che spiritualità). Tutto questo può tranquillamente applicarsi alle religioni orientali, basta sostituire a Provvidenza la parola Karma.
1) Dio concede il libero arbitrio, che è la libera scelta tra bene e male. Potrebbe imporre il suo ordine, ma non sarebbe la stessa cosa, perché noi non ci accorgeremmo di quello che facciamo e, senza la percezione del male, non potremmo distinguere il bene (contrasto di sapori).
2) Poiché però Dio di fondo è buono (?) allora deve guidare verso il bene. Non può intervenire, ma può indicare. Questa è la Provvidenza. Che si manifesta in tre forme a) dialogo interiore, ma si deve stare attenti a distinguere la Provvidenza dalla Tentazione; b) intervento di altre persone che hanno colto il messaggio (se non lo hanno frainteso); c) eventi naturali, che non interferendo sul libero arbitrio, se non in misura collaterale, possono influire in maniera drastica (ed essere direttamente operati da Dio).
3) Le persone che ci amano veramente e che possiamo amare veramente sono molto poche. Impariamo a distinguerle. A tal fine è importante notare che: è impossibile perdere una persona che si ami e ci ami. Se l’amore è reciproco, il legame è inscindibile. Questo comporta che con le persone che ci amano possiamo anche fare tutte le cazzate del mondo reciproche e rivelare i difetti reciproci, che tutto questo avrà influenza solo sullo stato di efficienza e serenità, non sul legame di fondo.
4) Le persone che ci amano sono quelle più appropriate a essere strumento della Provvidenza, ma possono sbagliare; a volte un estraneo può essere occasionalmente inviato in maniera più efficiente, mentre a volte non centra nulla. Quindi bisogna sempre stare attenti a riconoscere.
5) Il dolore non si supera e non si cancella, a patto fondamentalmente di fottersene (buddhità/serenità cristiana). Fottersene significa fondamentalmente trascendere lo stato umano. Quindi restare nello stato umano comporta la convivenza con il dolore, che dio non elimina (?) perché strumento di manifestazione primario per il libero arbitrio e, in sostanza, a) di giudizio della persona (buono/cattivo) e b) di sua evoluzione;
6) poiché Dio è fondamentalmente buono (?) e perdona tutti, allora di fondo giudicare se uno è buono o cattivo serve a un cazzo, se sarà perdonato comunque. Lo stato finale è una assenza di inferno e purgatorio (che peraltro sarebbero una reiterazione delle prove del mondo umano in versione sanzione accessoria/recidiva), ma semmai un paradiso suddiviso in distanza da Dio, rectius dallo stato di grazia e beatitudine assoluta. In questo senso la concezione della prova di evoluzione si concilierebbe con la religione orientale e darebbe un senso a tutta la struttura.
7) gli animali sono manifestazioni divine, spesso in particolare sofianiche (i cani), in quanto tali tendono (soprattutto gli animali da compagnia vicini all’uomo come i cani) ad amare incondizionatamente e indicano all’uomo il giusto rapporto con il creato (questo perché in loro il libero arbitrio è ridotto e sono strumenti e angeli).
8) in definitiva, però, tutto questo mi pare francamente UN PO’ ECCESSIVO… Però tanto è… Ci attacchiamo bellamente al cazzo. Ah sì, ATTENZIONE: il concetto di prova/crescita è esponenziale come in un videogioco, più si procede più diventa dura. Quando avrete superato una prova dura e penserete, dai passata, occhio che ne arriva una più grossa.
CONCLUSIONE: se vi state chiedendo se non si starebbe meglio senza libero arbitrio e capite perché spesso essere scemi (e al livello più infimo del gioco) significa stare meglio perchè proprio non si capiscono le cose… Beh, è una domanda legittima e lecita proprio per libero arbitrio che avete…

Captain America: Civil War – Recensione
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Parlare di questo film richiede tre premesse.

La prima è che – mentre sappiamo bene quanto i parenti siano importanti nel passato dei super-eroi, spesso segnato da tragedie che spronano a un superiore senso di giustizia/vendetta – l’attuale deriva dei film supereroici, in particolare, ci rivela che a loro gli si può toccare tutto, tranne la mamma. Lì si adirano e sono pronti a menarsi anche tra loro.

La seconda è che, da sempre, reputo l’uomo ragno il migliore tra gli eroi Marvel e sono profondamente addolorato del destino che ha segnato la sua storia cinematografica. Sam Raimi ha fatto due film capolavoro, salvo chiudere la trilogia con un aborto orrido che ha rovinato quanto fatto prima (il regista di Evil Dead ha sprecato persino Venom!). Era necessario ripartire, ma pare proprio che la Sony non ne fosse capace, come dimostrano gli scarsi successi di Garfield (l’attore, non il gatto).

La terza è che apprezzo in particolare i film di Cap. America, perchè trovo che in essi la Marvel riesca a distaccarsi maggiormente dal tema super-eroi e creare degli ottimi film d’azione in senso ampio. Il secondo capitolo di Cap., Winter soldier, non aveva nulla da invidiare agli ultimi James Bond. I personaggi spesso sono privi di super-poteri, ma sono soltanto abili combattenti. Lo stesso Cap. è un supersoldato, fortissimo sì, ma senza particolari doti, tranne uno scudo molto duro. Ci sono intrecci di spionaggio e ottime trame. Sono film che possono piacere a tanti tipi di pubblico.

Chiarite queste tre cose, posso parlare del film. Mentre mi attendevo troppo da Batman vs. Superman (con aspettative solo in parte ricambiate, la mia recensione è qua), mi aspettavo poco o nulla da questo film e invece sono stato profondamente appagato.

La trama è ben strutturata, i dialoghi sono buoni e funzionali, i personaggi – tanti, da tenere uniti – sono comunque ben caratterizzati. Una buona parte del film si struttura proprio con quelle tematiche da spy-story alla 007 che citavo sopra.

Gli eroi Marvel hanno più volte creato disastri, cagionando anche vittime collaterali tra i civili (nulla pare contare che questo avvenisse salvando l’intera razza umana dall’estinzione per mano di alieni o dei malvagi, leit motiv anche in Batman vs. Superman). L’ONU vuole che gli Avengers si sciolgano o passino sotto il controllo della politica.

Il solo personaggio che pare ribellarsi a tutto questo è Cap. America. Un dialogo fa capire l’importanza, alle volte, di essere il solo a fare la cosa giusta, sempre e comunque, a costo di mettersi contro il mondo intero, se necessario (altro paragone con il film DC già citato, ma qui espresso in maniera più chiara e coerente). Non è forse questo che contraddistingue il super-eroe? Non è questo che rende il Cap. ciò che è? Un simbolo.

Del resto è un nuovo, euforico e giovanissimo Peter Parker a ricordarci cosa dovrebbe spingere ogni eroe a essere tale: che da grandi poteri derivano grandi responsabilità; perchè succedono cose brutte quando non si fa attenzione a usare quei poteri. Qualcosa che Tony  Stark, alias Iron-Man, per quanto geniale, pareva non avere mai capito prima.

Lo scontro civile tra super-eroi rappresenta il momento di maggior azione del film e sicuramente l’attimo più atteso e scenografico. Piace, convince, avvince. Presentandoci uno Spider-man che presto tornerà e che, per quanto lontano in alcuni dettagli fondamentali dall’originale (ad es. la tuta e zia May), riprende lo spirito più puro del personaggio, confermando che la Marvel sa davvero come gestire i suoi eroi, come da decenni li gestisce. Al punto che troviamo uno spider-man spiritoso, intelligente e – diciamolo – quasi più forte di tutti gli altri personaggi sulla scena. Come dovrebbe essere.

Il film, in definitiva, è ottimo e ne suggerisco la visione soprattutto agli amanti del genere.

Attendo curioso i prossimi episodi dell’arrampicamuri e i capitoli di Infinity War in cui dovremmo rivedere uniti e in numero esteso, ancora una volta, i super-eroi più amati di sempre.

Marvel's Captain America: Civil War Spider-Man/Peter Parker (Tom Holland) Photo Credit: Film Frame © Marvel 2016
Marvel’s Captain America: Civil War
Spider-Man/Peter Parker (Tom Holland)
Photo Credit: Film Frame
© Marvel 2016

 

Nuovo riconoscimento al romanzo “Il Dio del dolore”
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Con immensa gioia comunico che la giura della Prima Edizione del Premio Nazionale di Letteratura “Le figure della parola” ha deciso di assegnare il primo premio sezione “ROMANZO FANTASY”
a FRANCESCO BRANDOLI (il sottoscritto) per il romanzo “Il Dio del dolore ”! Un nuovo riconoscimento al mio romanzo d’esordio!

Batman V Superman: Dawn of Justice – Recensione
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Il film è appena uscito nelle sale italiane il 23 marzo 2016, circa in contemporanea col resto del pianeta, è la critica è già lacerata tra amanti e detrattori.

Personalmente il risultato di questo film è positivo ed è esattamente ciò che mi aspettavo da questa pellicola.

Non so cosa si aspettasse il resto della gente, ma i trailer che gradualmente, nel corso degli ultimi due anni, hanno anticipato il film, ci hanno mostrato senza troppi limiti o maschere quello che era il prodotto finito: un classico film di Zack Snyder, in cui cioè la trama è semplice, ma accattivante; gli eroi sono massici gladiatori fanatici di body building estremo e le donne sono di classe e affascinanti.

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Soprattutto, come sempre in un film di Snyder, la trama e i dialoghi sono relativamente limitati e funzionali a un solo scopo: la spettacolarità di scontri sempre più estremi, in un parossismo in cui si giunga al punto del non-ritorno, laddove qualsiasi cosa esplode, qualsiasi corpo abbatte delle colonne o dei muri, e la pellicola cede il posto a effetti speciali in CG a livelli estremi.

Premesso tutto questo, che dovrebbe essere il bagaglio minimo di esperienza di chiunque conosca Snyder e abbia visto Man of Steel (oppure 300, Watchmen, Sucker punch…), ci troviamo in un film che riparte esattamente da dove proprio Man of Steel ci aveva lasciato. Riviviamo la distruzione di Metropolis durante il feroce duello Kal-El/Zod, guardandola dagli occhi di un impotente quanto nervoso Bruce Wayne. Un Bruce Wayne pronto ad affrontare Superman e sconfiggerlo, se necessario, in quanto potenziale minaccia per il genere umano: Batman è disilluso, dopo 20 anni di vita a Gotham ha visto chiunque cedere al lato oscuro e sa che potrebbe succedere anche al nostro caro Kryptoniano…

Questo Batman ha quindi pensieri che ci ricordano il Cavaliere Oscuro di Nolan più di quanto molta critica tenda a negare. È stato Nolan a trasformare il personaggio pop in un ninja: un personaggio dark, che si muove nell’ombra, con una voce contraffatta e cavernosa. Un pipistrello che fa di una coreografia dell’orrore il suo primo metodo di attacco: spaventando l’avversario che, di fronte a Batman, non sa capire se si trovi davanti un uomo o un demone. Metafora ribadita da Snyder e dal suo Bat-Affleck: un Batman enorme, massiccio, cattivo e duro come non si è mai visto. Un Batman tormentato da incubi che permettono al regista di divertire con scenari ipotetici e visionari (alla Bosch) di raro fascino.

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Senza cadere in spoiler, che si vogliono evitare, non concordo con chi estremizza l’analisi di questo film evidenziando i buchi di trama, le incongruenze o il forzato inserimento di altri personaggi DC, anche solo in un cammeo estemporaneo e brevissimo. Partiamo dal presupposto che sia un film di supereroi e la sospensione dell’incredulità è richiesta dal titolo: se non si può accettare la possibilità di un milionario ninja e di un alieno quasi divino, di certo non è possibile abbracciare la tesi di partenza del film. Ma una volta accettata quella tesi e quel mondo, simile al nostro, in cui esistono Metropolis e Gotham, ci si deve mantenere a quelle stesse regole per tutto il film affinché il tutto resti coerente e credibile. Ebbene, alcune scelte possono essere semplicistiche; altre possono essere forzate o stridere rispetto ad altri aspetti di personaggi che – in massima parte – sono fin troppo perfetti e potenti per essere umanizzati e indeboliti… Eppure, tutte queste scelte servono a elaborare una trama in cui uomini e dei devono essere snaturati per essere portati su un piano di gioco comune e interagire a livello emozionale tra loro (e con lo spettatore). Tutto questo ritengo che nel film sia realizzato: perché ogni scelta, per quanto opinabile, è coerente. Il film e la trama, nel complesso, reggono. Quello che Snyder voleva fare e ci aveva snudato e anticipato fin dal trailer è esattamente il prodotto finito e venduto. Nulla di più; nulla di meno.

Forse quello che non ci si attendeva era una Wonder Woman così potente da mettere quasi in ridicolo i maschietti del film (e questa critica non mi pare nessuno l’abbia mossa). Eppure Gal Gadot – che ringraziamo Snyder di aver trovato e offerto agghindata con degli abiti meravigliosi – diventa una vera e propria icona di suggestione e femminilità. Un personaggio perfetto, che sposa il meglio delle spie alla Bond o di Catwoman all’amazzone guerriera che ci attendevamo.

Batman V. Superman: Dawn Of Justice

Cavill è a suo agio, come sempre, nei panni di un Superman che ormai ha il suo aspetto: quel viso da bravo ragazzo, sempre pacato e raramente arrabbiato. Affleck lascia alle spalle il Davil della Marvel ricreando un Bruce Wayne e un Batman perfettamente consoni al personaggio e al film. Irons è un maggiordomo perfetto e fin troppo esperto di tutto (in questo ci riporta a un’immagine fumettistica di un certo Alfred che i film, specie con Nolan, avevano praticamente abbandonato).

Lex Luthor è interpretato magnificamente da Jesse Eisenberg: forse è un Luthor molto più psicopatico di quello a cui eravamo abituati. Ma ci sta. In questo film, nel mondo di Snyder, Luthor psicopatico è coerente. E l’interpretazione di Eisenberg è da Oscar. Ci ricorda (e fa rimpiangere) il Joker di Ledger. Personalmente è un cattivo che amo e adoro e penso resterà nel nostro immaginario con il suo tè alla pesca della nonna. Sicuramente è lui il vero cattivo del film, non certo il mostruoso Doomsday, graficamente uscito dal Signore degli Anelli senza apparente spiegazione (una sorta di Hulk contraffatto) tranne la sua funzione di distruttore, fondamentale per dare inizio alla spettacolare distruzione finale, con botte da orbi, senza cui Snyder non sta bene (e nemmeno noi, se siamo fan di Snyder)!

           Batman-v-Superman-Dawn-of-Justice-3   Batman-V-Superman-Movie-Doomsday-Trailer

Forse nel film c’è qualche morto di troppo? Sinceramente già Nolan aveva portato la guerra a Gotham… Ma in Snyder cosa vi aspettavate? Mentre una città esplode, disintegrata, chi è che si mette a contare i morti? Chi mai è andato a controllare l’esito dei traumi causati in uno scontro da Batman? Diciamola tutta: se c’è morte nel film di Snyder è perché c’è sempre nei suoi film, come c’è nella realtà.

Il film, infine, ci regala anche riflessioni sulla figura divina: un archetipo su cui l’uomo proietta molte sfumature che, in definitiva, il film suggerisce possano ridursi a una soltanto. Dio come colui che fa la cosa giusta. Sempre e comunque. Costi quello che costi.

Come già accadeva in Man of Steel, l’iconografia cristiana è ripetuta e assai presente, specie nella parte terminale del film in cui certe scene sembrano quasi riproporre graficamente, in una visione quasi blasfema, l’immagine del Dio cristiano. Un film quanto mai pasquale, dato il periodo…

Quanto all’accenno fatto ad altri super-eroi: insomma, il sottotitolo del film è Dawn of Justice. Sapevamo che non avrebbe parlato solo dello scontro tra Batman e Superman, ma che il film avrebbe gettato le basi per la nascita della Justice League, che sarà oggetto di almeno due prossimi film, sequel di questo. Io personalmente mi sarei aspettato anche una maggior presenza di altri personaggi, specie in occasioni in cui sarebbe stato scontato attenderli. Alcuni accenni potrebbero essere funzionali a future trame e colpi di scena che oggi possiamo solo ipotizzare (io credo che lo scontro tra Batman e Superman sia tutt’altro che esaurito). Vedremo i futuri capitoli e giudicheremo alla fine.

Intanto godiamoci questo film che, preso per quello che è, si offre come perfettamente godibile (quasi tre ore che passano veloci e in scioltezza, senza quasi rallentamenti o spreco di scene). Attendiamo la versione estesa e vietata ai minori per eventuali ulteriori dettagli, anche sui presunti buchi di trama. E se poi abbiamo sete di scontri tra eroi… Attendiamo la Civil War della Marvel che è proprio dietro l’angolo. O, per restare in tema DC comics, l’intervento della Suicide Squad da cui, invece, mi attendo molto poco, specie con il Joker di Leto che dubito saprà reggere il carisma di Ledger e di cattivi, come questo Luthor psicopatico, che sono sempre più solidi e centrali nelle trame dei film di Supereroi, includendo la Marvel con i più recenti film di Cap. America.

J.R.R. Tolkien – La storia di Kullervo – Recensione
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Recentemente uscita da Bompiani l’edizione italiana de “La storia di Kullervo”, nuovo inedito Tolkieniano ispirato dal Kalevala: «Il Kalevala è un poema epico composto da Elias Lönnrot nella metà dell’Ottocento, sulla base di poemi e canti popolari della Finlandia. Lönnrot assemblò e ricostruì la memoria storica delle genti finniche attraverso la massa dei canti prodotti dalla loro poesia tradizionale, riunendone in una sola opera la cosmogonia iniziale e il ciclo eroico/mitologico. La storia di Kullervo è strutturata in runi (capitoli), dal 31 al 36 del Kalevala» (Fonte Wikipedia).

Il volume di Bompiani, di circa 272 pagine (€ 19,00), presenta principalmente il testo della storia di Kullervo nella versione riscritta da Tolkien, purtroppo parzialmente incompleta (il finale è riassunto in pochi appunti mai sviluppati). Il testo è seguito da note e commenti, da un saggio (in duplice versione) dello stesso Tolkien sul Kalevala e da un saggio conclusivo su Tolkien, il Kalevala e la storia di Kullervo della curatrice del libro, la studiosa Verlyn Flieger. I soli testi di Tolkien, in questa edizione, sono presentati anche in versione originale, con testo inglese a fronte. L’immagine di copertina è un disegno originale sempre di Tolkien.

kullervo

La sinossi del libro Bompiani delinea brevemente, ma efficacemente, la trama: «Kullervo figlio di Kalervo è forse il personaggio più oscuro e tragico di Tolkien. “L’infelice Kullervo”, come lo definisce Tolkien stesso, è uno sfortunato orfano dotato di poteri sovrumani e avviato a un tragico destino. Cresciuto nella casa dell’oscuro mago Untamo, che ha ucciso suo padre, rapito sua madre e che per tre volte ha cercato di ucciderlo quando era ancora un bambino, Kullervo non ha nulla al mondo se non l’amore della sorella gemella, Wanona, e la protezione di Musti, un cane nero dai poteri magici. Quando viene venduto come schiavo, il ragazzo giura di vendicarsi del mago. Tolkien scrisse che La Storia di Kullervo era il suo tentativo di creare una leggenda originale, oltre che un nodo importante nelle vicende della Prima Era: Kullervo infatti è antenato di Túrin Turambar, l’eroe tragico e incestuoso del Silmarillion. Con la sua potenza narrativa autonoma, La Storia di Kullervo è un tassello fondamentale nella struttura del mondo creato da Tolkien, e viene qui pubblicata per la prima volta con annotazioni, saggi e altri materiali sull’opera che ha ispirato l’autore, il Kalevala.»

Innanzitutto la storia, come già accaduto per Sigurd o Arthur, è l’esperimento incompiuto di un giovane Tolkien di riscrivere (tra il 1912 e il 1916) un testo epico che lo aveva molto colpito e influenzato: erano i primi tentativi del futuro creatore di Arda di cimentarsi con la scrittura di componimenti epici e magici. Sono molti gli influssi che avrebbe poi sviluppato nella sua poetica, a partire dai nomi, che mutano spesso nel corso del testo, dimostrano l’evoluzione di personaggi che nascono tratti dal poema originale per sviluppare proprie peculiarità, al punto da reclamare un nome nuovo e autonomo. Sono evidenti le radici che avrebbero poi portato ai nomi di personaggi e dei dello stesso Tolkien e, forse, alcuni accenni si ricollegano proprio alla prima creazione della lingua elfica Quenya (nel libro scritto Qenya – che non ho chiaro se sia un errore di Bompiani, perchè ho sempre visto scritto Quenya).

Ancora, centrale, è il tema [segue SPOILER!] dell’incesto frutto di errore dovuto a magia o maledizione, che porta al tragico suicidio dei personaggi: verso la conclusione dell’opera il protagonista si unisce alla sorella, senza sapere chi sia, come poi accadrà anche nella storia di Túrin (sia nella recente versione autonoma, sia in quella raccolta nel Silmarillion o nei volumi della History).

La storia dovrebbe precedere brevemente il sorgere vero e proprio dell’amore tra Tolkien e sua moglie Edith Bratt e, forse, questo elemento è ben visibile nell’amore tra Kullervo e sua sorella, che nasce sostanzialmente come una violenza: mi viene da ipotizzare che in questa fase della sua vita Tolkien fosse ancora acerbo, pronto a descrivere personaggi “malvagi” e privo di certi lirismi romantici che, invece, avrebbero poi caratterizzato i grandi amori delle sue trame (e il suo matrimonio).

Kullervo ha i tratti del “pastore di lupi” della mitologia nordica e la sua figura costituisce sostanzialmente un Ulfhedinn/Berserk, il guerriero invincibile e invasato da Odino, costituendo ancora un antesignano del Beorn de Lo Hobbit.

Indubbiamente è il libro più amaro tra quelli letti del Professore. Kullervo è un anti-eroe: un personaggio rozzo, malvagio, crudele, rabbioso; deforme e brutto persino nell’aspetto (con accenni quasi razzisti). Il male che scatena e compie, con le sue magie, alla fine [segue SPOILER!] finisce per annientare tutti i personaggi della storia, compreso il meraviglioso cane Musti/Mauri, fino al suicidio dello stesso Kullervo. Sono rari i personaggi così oscuri tra gli eroi di Tolkien e, anzi, Kullervo è il primo e unico ad apparire in una versione così pura, ma al contempo sempre in bilico tra l’essere il buono o il malvagio della storia…

La prova letteraria, invece, è molto valida: mai, forse, come in questo testo, Tolkien riscrive l’epica con una forma che richiama, nel sapore, l’epica stessa originale, senza tuttavia rendere il testo eccessivamente pesante (la lettura scorre godibile). La traduzione è buona, contando che il testo a fronte è spesso ricco di arcaismi e parole di derivazione finnica. Nel testo sono presenti elementi di magia (dal sapore persino orientale, come i peli del cane Musti), canzoni/preghiere, figure poetiche rurali (quasi delle kenningar moderne).

Il libro costituisce un nuovo interessante tassello del panorama di questo grande Autore e ne consiglio la lettura sia agli amanti di Tolkien che a quelli dell’epica in generale.

Una piccola nota: attenzione perché, nonostante il libro sia uscito a marzo 2016, immediatamente sono state diffuse due edizioni: prima e seconda ristampa, entrambe del marzo 2016, che circolano allegramente assieme, sparse tra librerie e stores on-line. Se siete collezionisti di prime edizioni, controllate bene la pagina dei crediti e diritti.

 

L’idolo di Cthulhu – Statue
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Ph’nglui mglw’nafh Cthulhu R’lyeh wgah’nagl fhtagn.

“Nella sua casa a R’lyeh il morto Cthulhu attende sognando.”

Come forse molti di Voi sapranno, sono particolarmente appassionato dello scrittore Lovecraft e del mondo fanta-horror da lui creato. “Howard Phillips Lovecraft (Providence20 agosto 1890 – Providence15 marzo 1937) è stato uno scrittore statunitense del fantastico. Non molto apprezzato dai critici del suo tempo – che lo ritenevano troppo innovativo – non godette mai di buona fama se non dopo la sua morte. È oggi riconosciuto fra i maggiori scrittori di letteratura horror insieme ad Edgar Allan Poe, ed è considerato da molti uno dei precursori della fantascienza angloamericana.” [http://it.wikipedia.org/wiki/Howard_Phillips_Lovecraft].

Uno dei racconti più celebri di Lovecraft è “Il richiamo di Cthulhu” (The call of Cthulhu): talmente conosciuto e amato da essere diventato un po’ il simbolo dell’intera produzione letteraria dello scrittore statunitense (un po’ come Topolino per Disney).

La prima e più semplice descrizione di Cthulhu è così fornita da Lovecraft:

   “Non sarò infedele allo spirito dell’icona se dico che la mia immaginazione, a volte un po’ bizzarra, se la raffigurava contemporaneamente come una piovra, un drago e una caricatura umana. Una testa molle e tentacolata sormontava un corpo grottesco, scaglioso, con ali rudimentali; ma era l’aspetto complessivo che lo rendeva orribile. Alle spalle della figura s’intravvedeva una struttura ciclopica.”

Cthulhu fa parte di una progenie di demoni ancestrali ed extraterrestri che ha governato il mondo secoli prima dell’uomo e – un giorno – tornerà per regnare: questa è l’idea di fondo che caratterizza l’intera produzione letteraria di Lovecraft, e che si basa sulla figura de “i Grandi Antichi che erano vissuti molto prima della comparsa dell’uomo, e che erano giunti su questo giovane mondo dal cielo. Ora i Grandi Antichi erano scomparsi nel profondo della terra e sotto i mari, ma i loro cadaveri avevano rivelato ai primi uomini, in sogno, i segreti che bisognava conoscere. Da allora il culto non si era estinto.” Infatti, molti “avevano ammesso di farne parte, aggiungendo che esso era sempre esistito e avrebbe continuato a esistere nei deserti e nelle zone oscure del mondo, fino al giorno in cui il gran sacerdote Cthulhu, sorto dalla sua casa nell’immensa città sommersa di R’lyeh, avrebbe riconquistato la terra al suo potere. E quel giorno, quando le stelle fossero state pronte, egli avrebbe chiamato e i suoi adoratori lo avrebbero liberato. (…) Una cosa era certa: l’umanità non era la sola forma di vita dotata di coscienza su questa terra. Dal buio sorgevano Forme che visitavano i fedeli, e che tuttavia non erano quelle dei Grandi Antichi, perché nessun uomo li aveva mai visti.”

Si tratta di “una tradizione a confronto della quale le speculazioni dei teosofi impallidivano, e nel cui ambito l’uomo e il suo mondo sembravano cose effimere e apparse sulla scena solo di recente. Per interminabili ere altre Creature avevano dominato la terra, edificando possenti città. I Loro segni (…) si potevano ancora vedere nei megaliti che sorgevano sulle isole del Pacifico. Gli Antichi erano morti milioni d’anni prima che nascesse l’uomo, ma c’erano arti che li avrebbero resuscitati quando le stelle fossero tornate nella giusta posizione lungo il ciclo dell’eternità. Essi erano venuti dalle stelle, portando le Proprie immagini con Sé. I Grandi Antichi (…) non erano composti di carne e sangue. Avevano sì una forma corporea (…), ma non si trattava di una forma materiale. Quando le stelle assumevano la giusta posizione Essi potevano calarsi da un mondo all’altro del firmamento, ma quando la configurazione non era propizia Essi non potevano vivere. Sebbene fossero scomparsi da ère incalcolabili, non erano veramente morti: giacevano tutti in case di pietra nella vasta città di R’lyeh, e gli incantesimi del grande Cthulhu li conservavano per il giorno della gloriosa resurrezione, quando le stelle e la terra sarebbero state pronte di nuovo. Arrivato quel momento ci sarebbe voluta una forza esterna per liberare i Loro corpi, giacché l’incantesimo che Li conservava intatti impediva Loro di fare la prima mossa: dovevano limitarsi a giacere nel buio, svegli, mentre passavano milioni d’anni. Pensavano e sapevano tutto ciò che accadeva nell’universo, perché la Loro forma di comunicazione era la telepatia e anche ora parlavano nelle rispettive tombe. Quando, dopo infinite ère di caos, i primi uomini avevano fatto la loro comparsa sulla scena, i Grandi Antichi avevano comunicato con i più sensibili influenzandone i sogni. Solo così il Loro linguaggio poteva raggiungere le menti di carne dei mammiferi.”

I “primi adepti avevano fondato il culto intorno ai piccoli idoli esibiti dagli Antichi: idoli che provenivano da oscure regioni dello spazio e da stelle nere. Il culto non sarebbe scomparso finché gli astri non avessero occupato la giusta posizione, dopodiché i criptosacerdoti avrebbero sottratto il grande Cthulhu alla tomba ed Egli avrebbe risvegliato i Suoi sudditi e ripreso il dominio della terra. Sarebbe stato facile riconoscere quel tempo, poiché per allora l’umanità si sarebbe comportata come i Grandi Antichi: libera e senza freni, al di là del bene e del male, con leggi e morale gettate da parte, avrebbe passato il suo tempo a bestemmiare, uccidere e ad abbandonarsi al piacere. I Grandi Antichi, liberati, avrebbero insegnato all’uomo nuove bestemmie, nuovi modi di uccidere e di provare piacere, e tutta la terra sarebbe bruciata in un olocausto di estasi e di licenza. In attesa di quel giorno, e mediante una serie di riti appropriati, la setta doveva mantener vivo il ricordo degli antichi metodi e profetizzare il loro ritorno. Nei tempi dei tempi individui scelti avevano parlato, in sogno, con i Grandi Antichi nelle loro tombe: poi la grande città di R’lyeh si era inabissata con i suoi monoliti e i suoi sepolcri di pietra, e le acque, dense del mistero primordiale attraverso cui nemmeno il pensiero può filtrare, avevano impedito quella forma di comunicazione soprannaturale. Ma il ricordo non era scomparso e i sacerdoti dicevano che la città sarebbe riemersa quando le stelle avessero ripreso la vecchia configurazione. Nel frattempo erano dilagati dal profondo gli spiriti immondi della terra, corrotti e avvolti dall’ombra, carichi di notizie orribili raccolte nelle cavità dimenticate sotto il fondo del mare.”

 Un personaggio del racconto, l’Ispettore Legrasse, rinviene una statuetta di Cthulhu, da Lovecraft stesso definita coma “forgiata su altri mondi”: la statuetta è dettagliatamente descritta dall’Autore e, a sua volta, ci fornisce la più ampia raffigurazione del mostro Cthulhu.

 Il brano in questione è il seguente, che propongo – per la sua importanza – sia in lingua originale che in traduzione:

Inspector Legrasse was scarcely prepared for the sensation which his offering created. One sight of the thing had been enough to throw the assembled men of science into a state of tense excitement, and they lost no time in crowding around him to gaze at the diminutive figure whose utter strangeness and air of genuinely abysmal antiquity hinted so potently at unopened and archaic vistas. No recognised school of sculpture had animated this terrible object, yet centuries and even thousands of years seemed recorded in its dim and greenish surface of unplaceable stone. The figure, which was finally passed slowly from man to man for close and careful study, was between seven and eight inches in height, and of exquisitely artistic workmanship. It represented a monster of vaguely anthropoid outline, but with an octopus-like head whose face was a mass of feelers, a scaly, rubbery-looking body, prodigious claws on hind and fore feet, and long, narrow wings behind. This thing, which seemed instinct with a fearsome and unnatural malignancy, was of a somewhat bloated corpulence, and squatted evilly on a rectangular block or pedestal covered with undecipherable characters. The tips of the wings touched the back edge of the block, the seat occupied the centre, whilst the long, curved claws of the doubled-up, crouching hind legs gripped the front edge and extended a quarter of the way down toward the bottom of the pedestal. The cephalopod head was bent forward, so that the ends of the facial feelers brushed the backs of huge fore paws which clasped the croucher’s elevated knees. The aspect of the whole was abnormally life-like, and the more subtly fearful because its source was so totally unknown. Its vast, awesome, and incalculable age was unmistakable; yet not one link did it shew with any known type of art belonging to civilisation’s youth – or indeed to any other time. Totally separate and apart, its very material was a mystery; for the soapy, greenish-black stone with its golden or iridescent flecks and striations resembled nothing familiar to geology or mineralogy. The characters along the base were equally baffling; and no member present, despite a representation of half the world’s expert learning in this field, could form the least notion of even their remotest linguistic kinship. They, like the subject and material, belonged to something horribly remote and distinct from mankind as we know it. something frightfully suggestive of old and unhallowed cycles of life in which our world and our conceptions have no part.

“L’ispettore Legrasse non era preparato alla sensazione che la statuetta aveva provocato tra gli studiosi: ma era bastato il vederla perché l’assemblea piombasse in uno stato di anormale eccitazione e il poliziotto si trovasse letteralmente circondato da chi voleva osservarla meglio. Era così bizzarra, così abissalmente antica che suggeriva visioni arcaiche e portentose; non era frutto di nessuna scuola di scultura conosciuta, ma rimaneva la terribile testimonianza dei secoli, dei millenni trascorsi sulla superficie verdastra di pietra misteriosa. Gli scienziati si erano passata la statuetta di mano in mano: alta fra i quindici e i venti centimetri, era realizzata con una tecnica squisita e rappresentava un mostro dalla forma vagamente antropomorfa, ma con una testa di piovra il cui volto era costituito da una massa di tentacoli sensori. Il corpo era scaglioso e flaccido, le zampe anteriori e posteriori culminavano in artigli sorprendenti, dalla schiena spuntavano due ali lunghe e strette. La creatura, che sembrava imbevuta di una malvagità innaturale, era gonfia e corpulenta, e stava sinistramente acquattata su un blocco o piedestallo rettangolare coperto di caratteri indecifrabili. L’estremità delle ali toccava l’orlo posteriore del piedestallo, la schiena occupava il centro mentre gli artigli lunghi e curvi delle zampe anteriori si tenevano aggrappate al bordo del piedistallo, sporgendo per un quarto dalla base. La testa cefalopode era piegata in avanti, in modo che le estremità dei sensori facciali sfiorassero il retro delle zampe, quasi all’altezza delle ginocchia. L’aspetto complessivo era anormalmente vivo e tanto più spaventoso in quanto non si sapeva nulla della sua origine. L’età della statuetta era incalcolabile, ma certo enorme e tale da incutere un senso di timore reverenziale; non c’era un solo indizio che permettesse di accostarla a una qualsiasi forma d’arte degli albori della civiltà o di altre epoche. Separata da tutto e diversa da tutto, era lavorata in un materiale che a sua volta costituiva un mistero: pietra verde quasi nera, lucida e scivolosa, con venature d’oro; un enigma per la mineralogia. I caratteri alla base erano ugualmente misteriosi: nessun membro del convegno riuscì a farsi la minima idea sulla famiglia linguistica degli ideogrammi, anche se fra i presenti vi erano alcune delle massime autorità mondiali. Proprio come la statua e il materiale di cui era fatta, i simboli appartenevano a un’epoca incredibilmente remota e che non aveva nulla a che fare con la storia dell’umanità; un’èra che faceva pensare a esecrabili forme di vita, a esseri con cui il nostro mondo e le nostre idee non hanno nulla in comune.”

N.B. Tutti i brani della pagina sono tratti dall’Ed. Mondadori, a cura di G. Lippi.

 Di questo idolo, infine, Lovecraft ha lasciato alcuni schizzi di suo pugno, che ne abbozzano le fattezze (ve li propongo qua sotto), aggiungendo un dettaglio nuovo: la presenza di tre occhi, anziché uno, sul profilo.

                                        Fig. 24- Cthulhu by HPL         Fig. 25 - Cthulhu 2

 Ed eccoci giunti al punto della questione: negli anni, come detto, Cthulhu è diventato un’icona della letteratura fanta-horror e della produzione di Lovecraft ed ha ispirato moltissimi artisti a descriverlo e rappresentarlo.

 Molti si sono dedicati anche alla maniacale riproduzione della statuetta/idolo appena descritta: su internet è persino possibile acquistare tali riproduzioni.

 Ma quale scegliere fra le tante? L’idea di questa pagina è, appunto, indicare quali siano le migliori e permettere a chi, come me, apprezza Lovecraft, di potersi divertire nell’osservare le bizzarre idee che i vari artisti hanno prodotto e – perché no? – magari di comprare una propria replica…

 La prima in assoluto, ritengo possa essere quella dell’artista Joe Broers: inutile osservare che è la riproduzione esatta del disegno di Lovecraft! La trovate al sito: http://lovecraftzine.com/store/lovecrafts-cthulhu-statue/  Se poi vi piace l’artista, potete visitare la sua galleria al sito: http://zombiequadrille.deviantart.com/

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 Una versione molto simile, sempre realizzata sulla base del bozzetto originale di Lovecraft, è realizzata da un’artista italiana (bolognese come me): la bravissima Roberta Stella Martelli.

Ancora, un italiano, il bravissimo Andrea Bonazzi, con il suo splendido sito: http://web.tiscalinet.it/sculptus/

 Successivamente mi permetto di suggerire le opere dell’artista C.J. Cummings, al sito: http://www.raginggaijin.com/art.html Oppure al sito http://minipainting-guild.net/Reports/CJs_Cthulhu.html

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 Fra le versioni più famose e ricercate vi sono poi quella di Stephen Hickman (http://www.stephenhickman.com/)…

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 …E quella di Harold Arthur McNeill (http://www.arkham-studios.com/catalog/cthulhustatue.html).

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 Poi, un altro artista americano, che si sbizzarrisce in multiformi versioni di Cthulhu e spesso vende le opere su e-bay, lo trovate al sito: http://www.meatspider.com/MainMeat/scuptgallery001.htm

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 A relativo buon mercato si può trovare la statua di Richard Allen Poppe, in vendita sul sito http://www.arkhambazaar.com/, tuttavia priva di ali!

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 Bei colori presentano le statue del sito monotematico http://www.cthulhustatues.com/main.html, tuttavia meno nitide delle altre.

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 Molto famose – sebbene non di mio gusto – sono quelle inserite dalla H. P. Lovecraft Historical Society nel proprio film muto ispirato al racconto, e rintracciabili sul sito http://www.cthulhulives.org/toc.html. Un esempio:

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 Infine, potete rintracciare altre versioni della statua, di cui ognuno propone una variante. Molte sono ovviamente di artisti dilettanti e che non vendono la loro produzione (anche per ovvi motivi).

 A titolo paradigmatico, Vi propongo le versioni più affascinanti (le prime due tratte dal sito http://www.yog-sothoth.com/modules.php?name=Forums&file=viewtopic&t=10153, mentre la terza dal sito http://www.miskatonic.net/cthulhu/idol2.htm, dove ne potete visionare anche altre):

 In conclusione, ecco il tentativo – mal riuscito – che io stesso ho provato a realizzare e che, purtroppo, si è persino rotto (acquisendo, però, un fascino da antica reliquia che poche riproduzioni hanno):

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 For the images: © of the owners.

Excalibur – Breve storia della mitica spada di Re Artù
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Mitica spada di Re Artù, anche chiamata “Caliburn” o “Caliburno” o “Caledwlch”, forgiata sull’isola di Avalon. Erroneamente considerata la spada che Artù estrasse da un’incudine, posta sopra una roccia, e che mediante tale rituale lo avrebbe fatto incoronare e riconoscere quale monarca, è invece una spada che egli acquisì successivamente. Thomas Malory, infatti, nel suo “Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri”, racconta di come Artù fu quasi sconfitto, durante un viaggio in compagnia di Merlino, da un forte cavaliere presso una fonte: il cavaliere era un certo Pellinor, che in seguito sarebbe entrato al servizio di Artù come cavaliere della Tavola Rotonda. Dopo essersi curato presso un eremita, Artù si accorse di essere rimasto senza una spada. Preoccupato per l’improvviso disarmo, fu rincuorato da Merlino, che gli disse: «Non importa, non lontano da qui ce n’è una che vi apparterrà, e io so come farvela avere.» Si recarono, pertanto, presso un Lago “vasto e ameno”, dal quale emergeva un braccio rivestito di sciamito bianco e sorreggente una magnifica spada. In quel luogo, ad Artù si avvicinò Lile, la Dama del Lago, reale proprietaria della spada sorretta dal braccio. Artù chiese la spada alla Dama, la quale rispose: «Se mi concederete un dono allorquando ve lo chiederò, sarà vostra.» Dunque Artù, salito su una barchetta, raggiunse il braccio rivestito di sciamito bianco, afferrò la spada, nel suo fodero, e la fece propria, mentre il braccio si inabissava. In seguito, il cavaliere Balin, detto il Selvaggio, nonché Cavaliere delle due spade, estrasse un’altra magica spada, poi appartenuta anche al prode Galahad, da un fodero da cui nessuno riusciva a estrarla, liberandone una gentildonna – messaggera di Dama Lile – che la portava al fianco con suo grande disagio. Questa seconda spada apparteneva, anch’essa, alla Dama del Lago, la quale si recò presso Artù chiedendo quel dono pattuito alla consegna di Excalibur: in particolare, chiedeva la testa di Balin, assassino del di lei fratello, o la testa della messaggera, assassina del di lei padre; o, ancora meglio, la testa di entrambi. Artù non voleva concedere simili doni, che gli avrebbero arrecato disonore, e chiese di poter rendere qualunque altro servigio in alternativa. Mentre ancora temporeggiava con Dama Lile, sopraggiunse Balin, che recise il capo della donna, accusandola di aver compiuto falsità e incantesimi che – tra i tanti misfatti – avevano condotto la madre del cavaliere al rogo. Artù, disonorato dalla condotta di Balin, lo scacciò dal regno e provvide a seppellire Dama Lile con tutti gli onori: tuttavia, ne seppellì il corpo decapitato, poiché la testa fu inviata da Balin ai propri amici in Northumberland, per dimostrare la compiuta vendetta in memoria della madre.

In punto di morte, Artù domandò a Sir Bedivere di gettare Excalibur in mare: Bedivere acconsentì e si allontanò con la spada. Per strada si mise ad osservare “la nobile arma e le pietre preziose che ricoprivano il pomo e l’elsa” e pensò che il gettarla via ne avrebbe fatto derivare solo perdite e danno. Pertanto, la nascose sotto un albero e tornò dal re, che gli chiese cosa avesse visto nel gettarla via. Bedivere rispose: «nient’altro che onde e venti.» Artù capì che Bedivere mentiva e, dopo averlo redarguito, gli domandò nuovamente di gettare la spada in mare. Tuttavia, nuovamente Bedivere nascose la spada e tornò da Artù dicendo di aver visto null’altro che “flutti e ondate nere”. Artù nuovamente si adirò e lo ingiuriò dandogli del fedifrago e traditore e gli ordinò di gettare la spada: infatti, il re era preoccupato dall’avvicinarsi della morte e minacciò di uccidere Bedivere, se non avesse adempiuto all’ordine. Finalmente Bedivere, spaventato dalle minacce, andò a recuperare la spada, là dove l’aveva nascosta, e si recò in riva al mare: “avvolse la cintura intorno all’elsa e la scagliò più lontano che poté. Allora vide un braccio e una mano sorgere dall’acqua, afferrarla stretta, brandirla tre volte e poi inabissarsi con l’arma.” Quando tornò da Artù, per la terza volta, gli disse cosa realmente avesse visto e questi, soddisfatto, si fece aiutare a raggiungere l’imbarcazione che lo avrebbe portato sull’isola di Avalon. In questa storia è possibile riconoscere un parallelo simbolico con le tre negazioni mosse da Pietro a Gesù nella narrazione della Passione.

Excalibur, il cui nome (sostiene sempre Malory, per quanto l’etimo sia incerto) significherebbe “Taglia Acciaio”, sarebbe stata, secondo la leggenda, pressoché invincibile. Eppure, il vero punto di forza di quest’arma era il rispettivo fodero: infatti, chiunque lo cingesse al fianco, per quanto venisse ferito, non avrebbe sanguinato e sarebbe stato quindi invincibile. Infatti, spada e fodero uniti costituirebbero, per le loro prodigiose caratteristiche, sia un invincibile attacco che un’ottima difesa.

Goffredo di Monmouth, nel suo “Historia regum britanniae”, l’opera più celebre sull’Artù storico, menziona la spada Excalibur accanto ad altri due strumenti marziali incredibili, sempre posseduti dal monarca: la lancia Ron e lo scudo Prydwen. La lancia è descritta come «lunga e larga, adatta a fare strage di nemici.» Su detto scudo, invece, sarebbe stata rappresentata l’immagine della Vergine Maria: in tal modo Artù aveva sempre presente nella mente la figura della Madre di Cristo.

Per quanto riguarda l’altra spada di Artù, quella generalmente confusa con Excalibur ed estratta da un’incudine sopra una roccia, si può brevemente osservare come sia un probabile riferimento ad istituti giuridici di origine sassone. Era, infatti, usanza diffusa presso i popoli germanici (che, vale la pena ricordare, nei primi cinque secoli d.C. furono spesso alleati o rivali dei britanni, andando a costituire con essi quel popolo anglo-sassone cui, appunto, si deve parzialmente riferire il ciclo Arturiano) che il figlio di un nobile andasse a combattere, come soldato, nell’esercito di un altro nobile, presso cui così compiva il proprio addestramento senza alcun favoritismo. Successivamente, quando il ragazzo raggiungeva l’età adulta, poteva tornare presso la famiglia d’origine e prendere finalmente posto in essa, magari sostituendo il padre al comando. A tale istituto si aggiunga il cerimoniale delle spade (descritto persino nel “Gesta dei re e degli eroi danesi” da Saxo Grammaticus), consistente nel dissotterramento della celebre e avita spada paterna: è una prova cui il pretendente al trono era tenuto a cimentarsi per dimostrare la propria legittimità, simboleggiante il raggiungimento dell’età adulta e della forza necessaria a combattere con la spada, sia in difesa della stirpe, sia per comandare il popolo. Nelle antiche saghe le armi sono generalmente sepolte nei tumuli: l’estrazione della spada paterna da un’incudine o roccia, in cui era stata conficcata in precedenza, ne è probabilmente una variante. È narrato, a proposito, di come Artù fu educato da mago Merlino e allevato non dal padre, Uther Pendagron, bensì da un altro nobile, Sir Ector (o Hector), e dalla di lui moglie, insieme al figlio di quest’ultimo, fratello di latte per Artù. Il ragazzo in questione aveva nome Kay (o Kaio o Cai o Cei), e altri non è che il celebre Sir Kay, il Siniscalco, altro cavaliere della tavola Rotonda. Morto Uther Pendragon e rimasto senza monarca il regno d’Inghilterra, su consiglio di Merlino, tutti i nobili e gentiluomini d’armi del regno furono convocati, sotto pena di scomunica, dall’Arcivescovo di Canterbury a Londra nel giorno di Natale. Infatti, come Gesù, quella notte, era nato per essere Re del mondo, così il Padre avrebbe concesso il miracolo di far sorgere, quella stessa notte, il Re d’Inghilterra: colui che avrebbe estratto la celebre spada incastonata nell’incudine. Queste sono le parole con cui è descritto il luogo da Malory: “Nel camposanto dietro l’altare maggiore fu vista una grande roccia quadrangolare, simile a un blocco di marmo, che sorreggeva nel mezzo una sorta d’incudine d’acciaio alta un piede in cui era infitta una bella spada. Intorno all’arma una scritta in lettere d’oro diceva – colui che estrarrà questa spada dalla roccia e dall’incudine è il legittimo re di tutta l’inghilterra.” Ebbene, si narra che Artù, ancora giovane, accompagnasse al torneo di Capodanno il patrigno Ector e il fratellastro Kay: quest’ultimo da poco investito cavaliere, nel giorno di Ognissanti. Essendo rimasto senza spada, Kay chiese ad Artù di tornare a prenderla all’alloggio paterno. Giunto in loco, Artù lo trovò serrato e deserto. Per non lasciare senza spada il fratellastro, si recò a estrarre “con uno strappo deciso, ma senza sforzo” la spada al camposanto, lasciato incustodito dai guardiani, recatisi con tutti gli altri alle giostre. Sir Kay capì subito di quale spada si trattasse e provò a investirsi monarca innanzi al padre Ector: ma subito rivelò essere stato Artù a estrarre la spada. La spada fu reinserita nell’incudine: sia Ector che Kay tentarono più volte d’estrarla e nella stessa impresa si cimentarono moltissimi baroni, nobili e cavalieri, più volte, a distanza di giorni o settimane, tanto nel giorno dell’Epifania, quanto a Candelora, a Pasqua e a Pentecoste; l’unico, tuttavia, che riuscì sempre e solo a estrarre la spada senza fatica, tutte le volte che vi provò, fu Artù, che fu pertanto incoronato re d’Inghilterra, per acclamazione del popolo, nel giorno di Pentecoste.

Così, con l’addestramento fuori dalla propria famiglia e l’estrazione della spada per diventare monarca, il mito di Artù si ricollega proprio ai simboli e agli istituti giuridici della realtà di quell’epoca. Uno di quegli infiniti scambi tra mito e realtà così diffusi e cari al ciclo Arturiano.

(Copyrights: Francesco Brandoli)

H.P. Lovecraft – L’opera completa in Italia
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Quanto segue è un’analisi delle principali edizioni esistenti in Italia dell’opera dello scrittore H.P. Lovecraft. Non vengono analizzate tutte le edizioni esistenti o esistite, comunque rintracciabili attraverso numerose fonti e bibliografie (in primis internet e l’apposita bibliografia completa e aggiornata di H.P.L.), ma solo quelle più importanti (e di maggior qualità) o attualmente ancora rintracciabili e acquistabili in librerie o remainders (comunque tutto materiale agilmente procurabile in biblioteche pubbliche, per chi desiderasse leggerlo).

In particolare mi soffermerò, in calce all’articolo, sul confronto tra le due edizioni indubbiamente migliori e più complete, entrambe in un unico volume di dimensioni monumentali e contenente pressoché l’intera opera letteraria dello scrittore: mi riferisco al volume Mondadori e a quello Newton & Compton.

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Poiché entrambi i volumi risultano la collazione recente di precedenti edizioni dei medesimi editori che erano suddivise in più volumi, nello specifico confronterò le stesse riportandomi al confronto già all’epoca effettuato sui singoli volumi, così da consentire anche ai collezionisti e ai lettori di vecchia data, di avere un confronto più preciso e distinto con i riferimenti ai singoli libri.

L’edizione Newton & Compton (già in 5 volumi) si presenta come quella maggiore per completezza. L’elenco delle opere seguirà pertanto la struttura portante dell’edizione N&C: accanto ai singoli contenuti dell’edizione N&C, riportati in un elenco completo di titoli italiani, con indicazione dell’anno in cui sono stati scritti originariamente, troverete anche il riferimento al rispettivo contenuto nell’edizione Mondadori (già in 4 libri) ed eventualmente il differente titolo (tra parentesi) ad essi attribuiti in quest’altra edizione.

I quattro volumi Mondadori (M1; M2; M3; M4) sono distinti anche con 4 colori differenti (rispettivamente: rosso, arancio, blu e verde, come il relativo disegno di copertina – N.B. modificato nelle ultime ristampe), per rendere più semplice e rapida la consultazione dello schema.

Occorre precisare che l’edizione N&C contiene, sì, un maggior quantitativo di materiale, suddiviso in aree tematiche, ma in una congerie non molto precisa: accanto al materiale di Lovecraft sono, talvolta, inserite opere di altri autori, che non hanno nulla a che fare con l’opera dello scrittore in senso proprio, senza troppa attenzione o distinzione. La cosa può confondere i lettori che si avvicinino per la prima volta all’opera di Lovecraft. Tuttavia, dal lato opposto, alcune opere importanti, come i celebri sonetti Fungi from Yuggoth, sono presenti solo nell’edizione N&C.

Quanto esclusivamente presente nell’edizione N&C è appositamente scritto in grassetto, affinché risalti maggiormente.

L’edizione Mondadori, invece, segue un rigido e preciso ordine cronologico nel mostrare il materiale, dividendo nettamente anche le opere autonome del solo Lovecraft da quelle scritte in revisione o collaborazione con altri autori ed escludendo materiale di altri scrittori di dubbia attribuzione.

L’edizione Mondadori presenta, dunque, un apparato critico e un commento più approfondito ai singoli racconti, che possono rendere più interessante e completa l’analisi di Lovecraft quale autore, valutando il suo progressivo sviluppo e le sue tendenze, anche con un confronto diretto e specifico agli episodi della sua vita personale.

Del resto l’opera Mondadori – che è notoriamente reputata la migliore anche come traduzione – è stata curata da Giuseppe Lippi, uno dei massimi esperti del fantastico in Italia, su materiale a sua volta selezionato da S.T. Joshi, uno tra i massimi esperti di Lovecraft in tutto il mondo.

L’edizione N&C è, invece, curata da Gianni Pilo e Sebastiano Fusco, responsabili di altre splendide antologie della N&C, da sempre all’avanguardia nel pubblicare raccolte complete e materiali rari della letteratura fantastica, in Italia.

Invero, molto del materiale inedito dell’edizione N&C, non presente nell’edizione Mondadori, è composto solo da frammenti di lettere di Lovecraft: oltre ad essi vi sono, però, anche molti saggi nonché le opere in versi, pressoché assenti nell’edizione Mondadori.

Per quanto riguarda il breve racconto “Storia del Necronomicon”, presente nell’ed. Mondadori (1927 M3) ben identificato come racconto breve, lo stesso è presente anche nell’edizione N&C (Il mito, vol. 1, pagg. 7, 8 e 9), ma inserito, senza soluzione di continuità e in modo un po’ caotico (tanto da passare quasi inosservato), all’interno dell’articolo d’introduzione al volume, La leggenda del «Libro Maledetto», peraltro un piacevole micro-saggio, a firma Pilo/Fusco, contenente altro materiale e frammenti epistolari, che va a ricostruire brevemente la storia del Necronomicon, partendo proprio dal breve passo Lovecraftiano. Il racconto citato, peraltro, lo ritengo uno dei massimi capolavori di Lovecraft, nel quale è descritta minuziosamente la storia del Libro “Necronomicon”, quasi come una completa voce di dizionario. Una storia così precisa da iniziare la leggenda del Necronomicon che, ancora oggi, molti credono esista davvero! Lo stesso racconto, in versione breve (forse bozza o estratto) è presente anche nella lettera del 27 novembre 1927 di H.P.L. a C.A.S. pubblicata sul secondo vol. delle “Selected Letters” americane; l’epistola è assente nella selezione epistolare Mondadori (v. infra).

Il Commonplace Book, cioè un taccuino di Lovecraft contenente idee e soggetti per future storie, insieme ad appunti di varia natura, presente in “L’incubo – Tomo II” dell’edizione N&C, è assente dall’edizione Mondadori, semplicemente perché è stato pubblicato separatamente in un volume – di difficile reperibilità – anch’esso caratterizzato da un amplissimo apparato critico: “Diario di un incubo – Taccuini 1919-1935” (Mondadori 1994).

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Come accennato, l’edizione N&C contiene anche alcuni saggi di H.P.L., ma si deve  indicare l’esistenza di saggi anche nell’edizione Sugarco, precisamente nei due volumi:

“L’orrore soprannaturale nella letteratura” e “in Difesa di Dagon e altri saggi sul fantastico”.

In quest’ultimo volume, invero, sono presenti alcuni saggi esclusi dall’edizione N&C, cioè:

IN DIFESA DI DAGON

SU “EBONY AND CRYSTAL” DI CLARK ASHTON SMITH

RICORDO DI HENRY ST. CLAIR WITHEHEAD

OSSERVAZIONI SULLA NARRATIVA FANTASTICA

I ROMANZI FANTASTICI DI WILLIAM HOPE HODGSON

L’ORRORE SOPRANNATURALE NELLA LETTERATURA

Quest’ultimo saggio citato è un riassunto del più ampio saggio omonimo, ma da esso distinto.

Nel seguito di questa pagina, alla conclusione dell’analisi dell’opera N&C, è riassunto anche il piano dell’opera Mondadori, per semplicità di consultazione: comunque, queste due edizioni (N&c e Mondadori) sono le migliori in assoluto e le uniche in grado di contendersi il primato tra loro, per completezza e ricchezza, almeno tra quelle al momento in distribuzione.

Infine, una precisazione: tra il 2016 e il 2017 sono usciti due altri volumi Mondadori di simil-pregio. Si tratta di “Cthulhu I racconti del mito” e “Necronomicon”. Li definisco di simil-pregio perché di fatto si tratta di cartonati (Collana I Draghi) in materiali abbastanza comuni, con bordo pagina tinto rispettivamente in nero e rosso e illustrazioni all’interno, ma che non sono in realtà particolarmente eccelse (la copertina di Cthulhu è molto fumettistica e poco rispettosa del disegno originale di Lovecraft, sulla cui fisionomia oculare mi sono dilungato lungamente nel mio saggio; più gradevole il Necronomicon che imita veri libri antichi, ma siamo lontani dalla bellezza de I Meridiani!). Questi due volumi raccolgono la parte fondamentale dell’opera di Lovecraft, ma non tutto il materiale già presente nei singoli volumi o nel volume omnia: sono, in particolare, totalmente assenti i racconti giovanili e la maggior parte delle collaborazioni. Per maggiori dettagli, invito a visitare la pagina apposita a questo link.

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Qualche parola meritano alcuni altri volumi minori, che necessitano menzione per il loro contenuto, in quanto complementare o supplementare rispetto alle raccolte già citate.

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Nel 1998, l ‘Agpha Press Editore di Roma ha pubblicato un interessantissimo volume curato da Sebastiano Fusco (e introdotto da De Turris) intitolato “Il vento delle stelle” e contente un vasto quantitativo di opere legate a Lovecraft: accanto a bozzetti, disegni e lettere dello stesso Lovecraft, infatti, sono raccolti brevi racconti, spunti o brani epistolari, anche di altri scrittori precedenti a Lovecraft (e suoi ispiratori) o a lui contemporanei e amici.

Tale volume, di 340 pagine, oltre ai celebri sonetti “Funghi di Yuggoth” (di cui è presente anche il testo in lingua originale), contiene quindi diverso materiale assolutamente INEDITO ed assente in qualsiasi altra edizione, tra cui quasi tutti i sonetti e le opere in versi dello stesso Lovecraft. Accanto a personaggi e situazioni già noti dello scrittore, si possono conoscere nuovi personaggi non compresi nella precedente narrativa, come «i sinistri Pescatori dell’Altrove, ladri di sogni e di illusioni; l’orribile Messaggero che alle tre in punto discende dal cimitero sulla collina; la divina Nathicana, perduta nell’onirico mondo di Zain tra i balsami scarlatti di Yabon che succhiano i pensieri; i gatti che gridano di terrore alla luce della luna, presagendo la fine del mondo…» (dalla quarta di copertina).

Data l’imponente mole di materiale raccolto in questa sorta di antologia, talvolta composto – come detto – di meri frammenti epistolari, ci si limiterà ad elencare solamente gli elementi di maggior rilievo e compiutezza, dando per citati gli altri minori nella descrizione generica del volume appena tracciata. Si indicheranno in grassetto i titoli inediti presenti esclusivamente in tale antologia.

RACCONTI – già presenti tra i frammenti de “L’incubo – Tomo II” N&C e nella raccolta Mondadori

  • Il libro maledetto (The book – frammento del 1933? completato da F. Thierney) M4
  • Il successore (The descendant – frammento del 1926? completato da F. Thierney) M2

SONETTI – in parte già presenti tra i frammenti de “L’incubo – Tomo II” N&C

  • Funghi da Yuggoth (Fungi from Yuggoth – 36 sonetti scritti 1929-1930)
  • L’ignoto (The Unknown – 1916)
  • La Via Carraia (The Rutted Road – 1917)
  • Astrophobos (Astrophobos – 1918)
  • Oceano (Oceanus – 1919)
  • Nubi (Clouds – 1919)
  • Madre Terra (Mother Earth – 1919)
  • Disperazione (Despair – 1919)
  • Rivelazione (Revelation – 1919)
  • La Casa (The House – 1919) [Titolo: “Ricordi” nell’ed. N&C, che presenta una peggiore traduzione]
  • La Città (The City – 1919)
  • Campane (Bells – 1919)
  • Il Lago dell’Incubo (The Nightmare Lake – 1919)
  • A un sognatore (To a Dreamer – 1920)
  • Hallowe’en in Periferia (Hallowe’en in a Suburb – 1926)
  • Natale d’Orrore (Festival – 1926)
  • Il Bosco (The Wood – 1929)
  • L’Avamposto (The Outpost – 1929)
  • Il Messaggero (The Messenger – 1929)
  • L’Antica Via (The Ancient Track – 1929)

OPERE IN VERSI – in parte già presenti tra i frammenti de “L’incubo – Tomo II” N&C

  • Aletheia Prykodes – La Verità Terrificante (Aletheia Prykodes – 1916)
  • Psychopompos (Psychopompos – 1919)
  • Nathicana (Nathicana – 1920)

POEMETTI TEUTONICI (inediti)

  • L’Epicedio di Regner Lodbrog (Regner Lodbrog’s Epicedium – 1914)
  • Canto di Guerra Teutonico (The Teuton’s Battle Song – 1916)
  • Il Coscritto (The Conscript – 1918)

LIRICHE (inedite)

  • Al Piccolo Sam Perkins (Little Sam Perkins – 1934)
  • Sir Thomas Tryout (Sir Thomas Tryout – 1921)
  • Et Tu, Oscar (Elegy on a Dead Cat – 28 giugno 1926)
  • I Gatti (The Cats – 1925)
  • A Pan (To Pan – 1902)
  • Nel leggere il Book of Wonder di Lord Dunsany (On reading Lord Dunsany’s Book of Wonder – 1920)
  • In un cimitero appartato ove una volta passeggiò Poe (In a Sequester’d Providence Churchward Where Once Poe Walk’d – 1936)
  • A Virgin Finlay, in seguito al suo disegno per il racconto di Bloch “Il Dio senza Volto” (To Mr. Finlay, upon His Drawing for Mr. Bloch’s Tale, The Faceless God – 1936)
  • A Klarkash-Ton, signore di Averoigne (To Klarkash-Ton, Lord of Averoigne  – 1936)

Nel marzo 2012, per Edizioni “Il Cerchio” è uscito anche un bel volume contenente materiale vario – in buona parte inedito – selezionato tra prosa, versi ed epistole di Lovecraft e incentrato su un tema unitario: la sua passione per i gatti. “Il libro dei gatti di H.P. Lovecraft”, è una ristampa, riveduta e ampliata, della precedente edizione omonima del 1996.

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In particolare, tralasciando epistole e appendici, nel volume sono compresi il racconto “ I gatti di Ulthar”, frammenti di racconti Randolph Carter e il seguente materiale:

PROSA / SAGGISTICA

  • Gatti e cani
  • Confessioni di un airulofilo impenitente

POESIE

  • Per un gatto
  • Sir Thomas Tryout (già in “Il vento delle Stelle”, Agpha Press)
  • Tre poesie feline [Tigrottino; Sfinge natalizia e Offerte]
  • I Gatti (già in “Il vento delle Stelle”, Agpha Press)
  • In memoriam: Oscar Incoul Verelst di Manhattan 1920-1926 (già in “Il vento delle Stelle”, Agpha Press – N.B. Ritengo migliore la traduzione de “Il libro dei gatti”.)
  • Inno del K.A.T.

Alcuni sonetti (quasi tutti presenti in altri volumi e cioè in N&C Le storie dell’orrore puro – L’ncubo tomo II e in Da Arkham alle stelle) e poetici stralci di lettere sono recentemente stati pubblicati anche sul n. 8  del 2014 della rivista Antarès e in particolare sono:

ONIRIKON – Stralci onirici epistolari da “The H.P. Lovecraft dream book“:

  • Il sogno della Città Ancestrale
  • Lo sciame d’oltrespazio
  • La casa nella palude
  • L’arcano bassorilievo
  • Il sogno del castello infernale

POESIE SCELTE

  • L’antica via
  • La Via Carraia
  • Nemesis
  • L’avamposto
  • Il messaggero
  • Acrostico in memoria di Poe
  • A Virgil Finlay

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EPISTOLARI

In materia Vi invito a visitare l’apposita pagina.

Sulle fronte delle sole epistole, si segnala il volume delle Edizioni Mediterranee, curato dalla mitica coppia Fusco – De Turris, che è appunto un epistolario/antologia di Lovecraft: una raccolta di lettere dello scrittore, collezionata sulla scorta dei numerosi volumi di lettere selezionate esistenti in U.S.A., che permette di conoscere meglio il punto di vista del solitario di Providence sul mondo, la storia, la vita, al di là dei mondi d’incubo della sua fantasia. Significativo il titolo: “H.P.LOVECRAFT – L’orrore della realtà”.

Fuori catalogo da anni,vale la pena citare anche il volume Mondadori: “H.P.Lovecraft, Lettere dall’altrove – Epistolario 1915 – 1937”, che contiene una selezione dalla produzione epistolare pubblicata in America.

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Per chi, poi, volesse approfondire la conoscenza delle epistole di Lovecraft, si suggerisce l’edizione americana (Ed. Arkham House) appunto delle “Selected Letters” (Lettere scelte), contenente un’ampia raccolta epistolare di H.P. Lovecraft, dal 1911 al 1937, in 5 volumi, arricchiti da illustrazioni e foto in b/n:

  • I: 1911-1924,
  • II: 1925-1929,
  • III: 1929-1931,
  • IV: 1932-1934,
  • V: 1934-1937.

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SAGGISTICA SU LOVECRAFT

Sul fronte della saggistica, invece, si segnala la splendida rivista “Studi Lovecraftiani”, curata dal bravissimo Pietro Guarriello e ispirata alla similare rivista americana “Lovecraft Studies”: i volumi contengono saggi dedicati a H.P. Lovecraft, oltre a materiale legato alla sua produzione e, talvolta, brevi estratti inediti di suoi articoli o opere letterarie.

Mi permetto di segnalare in particolare il volume 12-bis che contiene interamente il mio saggio “L’arte grafica di H.P. Lovecraft”: il volume, unico e sostanzialmente primo nel suo genere a livello mondiale, contiene un’analisi dei numerosi disegni che Lovecraft ha realizzato nel corso della sua vita, arricchita dalla presenza di un cospicuo numero di illustrazioni.

Fondamentale risulta essere il numero 13 della rivista Studi Lovecraftini, in cui è stato pubblicato uno stralcio di lettera che costituisce sostanzialmente la sinossi, in forma di consiglio narrativo  a un amico, di un racconto inedito di H.P.L.: “Il Pozzo degli Antichi”. Quasi un racconto inedito di per sé, in questo volume è stato tradotto per la prima volta in Italiano (e mai stampato professionalmente neppure negli Stati Uniti), e vi cui compare un nuovo dio alieno e tentacolare: il Guardiano del Pozzo, definito “fratello del Grande Cthulhu”.

Pregevole è anche “Il bestiario di Lovecraft” illustrato di Adriano Monti Buzzetti.

Da segnalare anche la raccolta di saggi a cura di Michele Tetro: “H.P. Lovecraft: Sculptus in Tenebris. Saggi e iconografia lovecraftiana” (Ed. Nuova Metropolis, 2001).

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LOVECRAFT & DERLETH:

Una collaborazione postuma

Alcuni anni fa, inoltre, la Fanucci editore raccolse in due splendidi volumi rilegati tutta la dubbia produzione letteraria di Lovecraft in “collaborazione” con August Derleth. Parlo di “dubbia collaborazione” perché il rapporto che avrebbe unito Lovecraft e Derleth in questa opera a quattro mani è incerto: Derleth, che ha l’indiscusso merito di aver contribuito alla diffusione e alla notorietà delle opere di H.P. dopo la sua morte, nondimeno sfruttò l’ombra dell’amico per farsi pubblicità nella sua scia. Infatti, la maggior parte dei racconti che Derleth avrebbe composto con H.P.L. in realtà sono sostanzialmente sue produzioni proprie, il cui rapporto con Lovecraft, al di là del pantheon di riferimento, si limiterebbe all’aver sviluppato semplici idee o suggestioni dell’amico, magari tratte da lettere o dal taccuino (Commonplace book) di H.P.. Sono pertanto molti i detrattori di Derleth, fra i critici, che ripudiano il materiale di sua produzione e lo censurano come apocrifo. Nondimeno, l’opera di Derleth è molto apprezzata, come parte della produzione Lovecraftiana, e tutt’oggi Derleth resta il più prolifico tra gli epigoni e successori di Lovecraft. Del resto, Lovecraft continua ad avere successori, che ampliano e arricchiscono le storie del suo mondo e dei suoi cicli narrativi: una linea continua che, da contemporanei del maestro a loro volta tra i maggiori scrittori dell’epoca (come R.E. Howard e C.A. Smith), passando per autori del calibro di Robert Bloch e Frank Belknap Long, arriva ai nostri giorni, in cui autori inizialmente sconosciuti o ancora non celebri, finiscono per diventare astri della letteratura moderna (come Neil Gaiman, Kaoru Kurimoto e, in primis, Stephen King).

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Ebbene i due volumi in questione, “Il guardiano della soglia” (contenente solo l’omonimo romanzo) e “La lampada di Alhazred” (contente gli altri racconti brevi) raccolgono tutta la produzione in “collaborazione” di Lovecraft e Derleth, con l’aggiunta di saggistica italiana, e nel dettaglio:

Il guardiano della soglia (The Lurker at the Threshold – 1945)

L’ultimo degli Charriere (The survivor – 1954)

Il giorno di Wentworth (Wentworth’s Day – 1957)

L’eredità di Peabody (The Peabody Heritage– 1957)

La finestra della mansarda (The gable window – 1957)

L’antenato (The ancestor – 1957)

L’ombra venuta dallo spazio (The shadow out of space – 1957)

La lampada di Alhazred (The lamp of Alhazred – 1957)

La stanza sbarrata (The shattered room – 1959)

Il pescatore di Falcon Point (The fisherman of Falcon Point  – 1959)

La valle delle streghe (Witches’ Hollow – 1962)

L’ombra nella soffitta (The Shadow in the Attic – 1964)

I Fratelli delle Tenebre (The Dark Brotherhood – 1966)

Providence: due gentiluomini si incontrano a mezzanotte (poesia di Derleth con immaginario dialogo tra H.P.L. e E.A. Poe)

L’orrore della campata centrale (The Horror from the Middle Span – 1967)

L’argilla di Innsmouth (Innsmouth clay – 1971)

Coloro che osservano dal tempo (The Watchers out of Time – 1974)


I SUCCESSORI DI LOVECRAFT

Esistono, poi, volumi legati all’universo di Lovecraft, per lo più antologie di materiale di autori che sono stati ispirazione o epigoni di H.P. Lovecraft.

Ci si limita a segnalarne e indicarne quattro, perché quelli di maggiore validità:

I Miti di Cthulhu (Ed. Fanucci)

Horror I (Ed. Sugar – la sola ed. italiana de “L’orrore dalle Colline” di F.Belknap Long)

I Miti di Lovecraft (ed. Urania Epix – Mondadori)

Da Arkham alle stelle (Ed. Bottero) – con anche racconti di Neil Gaiman e illustrazioni.

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BIOGRAFIE SU H.P.L.

Per chi volesse conoscere meglio la vita di H.P. Lovecraft, si segnalano alcuni volumi biografici.

Il primo è lo splendido volume “Vita privata di H.P. Lovecraft”, di Reverdito editore, che contiene articoli scritti da familiari e amici dell’autore stesso, accompagnati da foto e riproduzioni di materiale originale.

Stralci di epistole e racconti, corredati da uno splendido apparato grafico e da fotografie dell’epoca, sono altresì presenti nel volume “Lovecraft Le parole, le immagini“, collana Istantanee della Mondadori, fuori catalogo.

                                                        Lovecr1  lovecraft_parole

L’editore “Profondo Rosso” ha pubblicato anche “Lovecraft e le ombre”, altra biografia scritta dallo scrittore – e amico personale di H.P.L. – Frank Belknap Long.

Più recente e moderna è invece “H.P. Lovecraft Contro il mondo contro la vita”, biografia scritta dall’Autore contemporaneo Michel Houellebecq,con postfazione di Stephen King (Ed. Bompiani).

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IL NECRONOMICON

L’analisi dell’Opera di H.P.Lovecraft non sarebbe completa senza qualche parola sul Necronomicon, presunto libro di magia nera citato più volte dall’Autore e dai suoi successori.

Chiariamo subito: il Necronomicon NON ESISTE. Si tratta di un libro immaginario e inventato (c.d. pseudobiblia).

Per sapere i dettagli, si consiglia lo splendido saggio di Sebastiano Fusco “Storia del Necronomicon”.

Un’ultima osservazione importante: la Fanucci editore ha pubblicato i tre volumi “Necronomicon”, “Necronomicon 2 – La tomba di Alhazred” e “Il testo di R’Lyeh”: presunta raccolta di testi di negromanzia cui Lovecraft si sarebbe ispirato, indicati apparentemente come opera dello stesso Lovecraft, questi volumi sono ispirati alle storie di Lovecraft, ma non hanno nulla a che vedere con l’opera dello scrittore. Recentemente i volumi sono stati ristampati come volumi a cura di Sergio Basile (già “curatore”/Autore delle precedenti edizioni), con altri titoli e formati, ma ricalcano sostanzialmente la precedente versione.

                                                            Necronomicon-cop_stampata  Lovecr47 Lovecr49




BIBLIOGRAFIA:

CONFRONTO TRA EDIZIONI N&C E MONDADORI

Edizione Newton & Compton

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Le storie dell’orrore puro – L’incubo Tomo I – Racconti

La tomba – 1917 M1

La transazione di Juan Romero – 1919 M1 (La scomparsa di Juan Romero)

Il Vecchio Terribile – 1920 M1 (Il Terribile Vecchio)

L’albero – 1920 M1

Il tempio – 1920 M1

Le vicende riguardanti lo scomparso Arthur Jermyn e la sua famiglia – 1920 M1 (La verità sul defunto Arthur Jermyn e la sua famiglia)

Da altrove – 1920 M1 (Dall’altrove)

L’immagine nella casa – 1920 M1 (Un’illustrazione e una vecchia casa)

La palude della luna – 1921 M1

L’estraneo – 1921 M1

La musica di Erich Zann – 1921 M1

Herbert West, rianimatore – 1921-1922 M1

La paura in agguato – 1922 M1

L’orrore di Martin’s Beach – 1922 M1 con la moglie, Sonia Green

I ratti nei muri – 1923 M2 (I topi nel muro)

Alle quattro del mattino 1923 con la moglie, Sonia Green

Il divoratore di spettri – 1923 M2 con C.M.Eddy jr.

I cari estinti – 1923 M2 con C.M.Eddy jr.

Cieco, sordo e muto – 1924 M2 con C.M.Eddy jr.

Sotto le piramidi – 1924 M2 per conto di Harry Houdini

La casa evitata – 1924 M2 ( La Casa sfuggita)

L’orrore di Red Hook – 1925 M2 (Orrore a Red Hook)

Lui – 1925 M2 (L’incontro notturno)

Nella cripta – 1925 M2

Aria fredda – 1926 M2

Due bottiglie nere – 1926 M2 con Wilfred Blanch Talman

Il modello di Pickman – 1926 M2

La strana casa nella nebbia – 1926 M2 (La casa misteriosa lassù nella nebbia)

L’ultimo esperimento di Clarendon – 1927 M3 con Adolphe De Castro (L’ultimo esperimento)

Il boia elettrico – 1929 M3 con Adolphe De Castro

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Le storie dell’orrore puro – L’incubo Tomo II – Racconti

La morte alata – 1933 M4 con Hazel Heald

Sfida dall’infinito – 1935 M4 round-robin-story di Catherine L.Moore, Abraham Merrit, H.P. Lovecraft, Robert E. Howard, Frank Belknap Long (Sfida dall’ignoto)

L’albero sulla collina – 1934 M4 con Duane W. Rimel

L’orrore nel cimitero – 1933/1935 M4 con Hazel Heald (L’orrore nel camposanto)

Finché tutti i mari… – 1935 M4 con R.H. Barlow

L’esumazione – 1935 M4 con Duane W. Rimel

L’oceano della notte – 1936 M4 con R.H. Barlow (L’oceano di notte)

Le storie dell’orrore puro – L’incubo Tomo II – Miscellanea

Collaborazioni

Ceneri – 1923 M2 con C.M.Eddy jr.

I servi di Satana – 1935 di Robert Bloch

Il Loto Nero – 1934 di Robert Bloch

Il Cervello Rosso – 1924-1925 di Donald Wandrei

Il terrore dei rampicanti – 1934 di Howard Wandrei

Qualcosa dall’alto – 1929 di Donald Wandrei

Il lupo mannaro di Ponkert – 1924 di Harold Warner Munn; parte di “Tales of Warewolf Clan

L’orrore di Salem – 1936 di Henry Kuttner

Il combattimento che concluse il secolo – 1934 M4 con R.H. Barlow (Il “match” di fine secolo)

Storie umoristiche, grottesche e occasionali

Un ricordo del Dottor Samuel Johnson – 1917 M4 (racconto giovanile) (Rimembranze del Dr. Samuel Johnson)

Sacco di Pulci – 1919 M1 (Ex barone)

Ibid – 1928? M3

Dolce Ermengarde – ? M4 (racconto giovanile) (La dolce Ermengarda, ovvero: Il cuore di una ragazza di campagna)

Frammenti incompiuti

Azathoth – 1922 M1

Il successore – 1926? M2 (La discesa) [The descendant]

Il libro – 1933 M4

La torre circolare – 1934

La magione di Edward Orne – ?

Il sopravvissuto – 1934?

Universi in sfacelo – 1935 M4 con R.H. Barlow (Universi che si scontrano)

Racconti giovanili

La fiaschetta di vetro – 1897 M1 (racconto giovanile) (La bottiglia di vetro)

La caverna segreta – 1898 M1 (racconto giovanile) (La caverna segreta, o l’avventura di John Lee)

Il mistero del cimitero – 1898 M1 (racconto giovanile) (Il mistero del camposanto, o la vendetta del morto)

La nave misteriosa – 1902 M1 (racconto giovanile)

La bestia nella caverna – 1905 M1 (racconto giovanile) (L’essere nella caverna)

L’alchimista – 1908 M1 (racconto giovanile)

Racconti in versi

Psychopompos – 1919

Funghi da Yuggoth – 1929-1930

L’Avamposto – 1929?

L’Antico sentiero – 1929?

Ricordi – ?

Oceano – ?

Fantasmi – ?

Il lago dell’incubo – 1919?

La città – 1919?

Ognissanti in periferia – ?

A un sognatore – ?

Madreterra – 1919

Le campane – 1919?

Il messaggero – ?

Disperazione – 1919

Providence – 1923?

Microstorie

Il Commonplace Book – 1938? (Pubblicato da Mondadori in un vol. unico e indipendente, oggi fuori commercio: “Diario di un incubo”)

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Il sogno – Parte prima: Il mondo al di là del muro

Polaris – 1917 M1 (La stella polare)

Il Prato Verde – 1918-1919 M1 con Winifred V. Jackson

Oltre le mura del sonno – 1919 M1 (Oltre il muro del sonno)

Il ricordo – 1919 M1 (Memoria)

La Nave Bianca – 1919 M1

Il fato che colpì Sarnath – 1919 M1 (La rovina di Sarnath)

I gatti di Ulthar – 1920 M1

La Strada – 1920 M1

La poesia e gli Dei – 1920 M1 con Anna Helen Crofts

Celephaїs – 1920 M1

Nyarlathotep – 1920 M1

Il caos strisciante – 1920-1921 M1 con Winifred V. Jackson (La visione del caos)

Ex oblivione – 1920-1921 M1

La ricerca di Iranon – 1921 M1

Gli Altri Dei – 1921 M1

Hypnos – 1922 M1

Quel che porta la luna – 1922 M1 (Sui raggi di luna)

La creatura illuminata dalla luna – 1927

La razza antichissima – 1927 M3 (L’antica gente dei monti)

Il sacerdote malvagio – 1933 M4 (Il prete malvagio)

Il sogno – Parte seconda: La saga di Randolph Carter

La deposizione di Randolph Carter – 1919 M1 (La dichiarazione di Randolph Carter)

L’innominabile – 1923 M2 (Innominabile)

La chiave d’argento – 1926 M2

La ricerca onirica dello Sconosciuto Kadath – 1926- 1927 M2 (Alla ricerca del misterioso Kadath)

Attraverso i cancelli della chiave d’argento – 1932-1933 M4 con E. Hoffmann Price (Attraverso le porte della Chiave d’Argento)

Il sogno – Parte terza: Sogni e fantasie

Sogni (Frammenti di lettere di varia datazione)

Magri Notturni

La città dorata

Due braccia sinistre

Duecent’anni di attesa

Il cavaliere inesistente

L’orrore dal cielo

Dall’abisso del tempo – N.B. Racconto diverso dall’omonimo in M4 con Hazel Heald

La “cosa” sul tetto

Fratellanza oscura

Bivio nel tempo

L’insetto nel cervello

La Città dei Gatti Neri

Fantasie (Frammenti di lettere di varia datazione)

Vampirismo

L’altra Providence

La città dalle memorie pre-cosmiche

Indietro nel tempo

Mondi dispersi

La creatura del Loch

Orrore in biblioteca

L’“Eidolon” senza nome

Dal sogno al racconto (Frammenti di lettere di varia datazione)

La voce dall’abisso

Il Figlio del Caos

Incontro nella brughiera

Il Popolo Oscuro

Il sogno – Parte quarta: Saggi

Saggi sulla visione del mondo

Alle radici – 1918

Tempo e spazio – 1918

Merlino redivivo – 1918

L’Americanismo – 1918

Idealismo e materialismo: una riflessione – 1919

Il materialista oggi – 1919

Alcune cause di autoimmolazione. I motivi per cui gli esseri umani si sottomettono volontariamente a situazioni spiacevoli – ?

Tradizione e modernismo: il senso comune dell’arte – 1935

 

Saggi sul Fantastico

Lord Dunsany e la sua opera – 1922 (anche nel volume “In difesa di Dagon”       Ed. Sugarco)

Alcune osservazioni sulla narrativa interplanetaria – 1934 (anche nel volume “In difesa di Dagon” Ed. Sugarco, “Sulla fantascienza”)

Qualche passo nel mondo delle fate – 1934 (anche nel volume “In difesa di Dagon” Ed. Sugarco, “Sulle fate”)

Scrivere un racconto – 1935 È una lettera

I racconti del soprannaturale: fasi e procedimenti di scrittura – 1933 (anche nel volume “In difesa di Dagon” Ed. Sugarco, “Note su come scrivere racconti fantastici”)

In memoria di Robert Erwin Howard – 1936 (anche nel volume “In difesa di Dagon”       Ed. Sugarco)

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Le storie del Ciclo di Cthulhu – Il mito Tomo I – Romanzi e racconti

Storia del Necronomicon – 1927 M3 (N.B. pagg. 7, 8 e 9 dell’introduzione al volume: La leggenda del «Libro Maledetto»)

Dagon – 1917 M1

La città senza nome – 1921 M1

Il cane – 1922 M1 (Il segugio)

Il festival – 1923 M2 (La ricorrenza)

Il richiamo di Cthulhu – 1926 M2

Il caso di Charles Dexter Ward – 1927 M3

Il colore venuto dallo spazio – 1927 M3

L’Orrore di Dunwich – 1928 M3

La maledizione di Yig – 1928 M3 con Zealia Brown Bishop

Il tumulo – 1929- 1930 M3 con Zealia Brown Bishop (K’n-yan) [The Mound]

Colui che sussurrava nelle tenebre – 1930 M3

L’ombra su Innsmouth – 1931 M4 (La maschera di Innsmouth)

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Le storie del Ciclo di Cthulhu – Il mito Tomo II – Romanzi e racconti

Le Montagne della Follia – 1931 M4

Medusa – 1929 M3 con Zealia Brown Bishop (L’abbraccio di Medusa)

I sogni nella casa stregata – 1932 M4 (La casa delle streghe)

L’uomo di pietra – 1932 M4 con Hazel Heald

La cosa sulla soglia – 1933 M4

L’orrore nel museo – 1932 M4 con Hazel Heald

Dai millenni – 1933 M4 con Hazel Heald (Dall’abisso del tempo)

L’ombra venuta dal tempo – 1935 M4 (L’ombra calata dal tempo)

Il diario di Alonzo Typer – 1935 M4 con William Lumley

L’abitatore del buio – 1935 M4

Le storie del Ciclo di Cthulhu – Il mito Tomo II – Miscellanea

Tra le mura di Eryx – 1936 M4 con Kenneth Sterling (Nel labirinto di Eryx)

La trappola – 1931 M4 con Henry S. Whitehead

Le storie del Ciclo di Cthulhu – Il mito Tomo II – Saggi

L’orrore soprannaturale nella letteratura – 1927 (anche in volume autonomo Ed. Sugarco)



Edizione Oscar Mondadori

Lovecr8

Tutti i racconti, Vol. I – 1897-1922

La tomba – 1917

Dagon – 1917

La stella polare – 1917

Oltre il muro del sonno – 1919

Memoria – 1919

Ex barone – 1919

La scomparsa di Juan Romero – 1919

La Nave Bianca – 1919

La rovina di Sarnath – 1919

La dichiarazione di Randolph Carter – 1919

Il Terribile Vecchio – 1920

L’albero – 1920

I gatti di Ulthar – 1920

Il tempio – 1920

La verità sul defunto Arthur Jermyn e la sua famiglia – 1920

La Strada – 1920

Celephaїs – 1920

Dall’altrove – 1920

Nyarlathotep – 1920

Un’illustrazione e una vecchia casa – 1920

Ex Oblivione – 1920-1921

La città senza nome – 1921

La ricerca di Iranon – 1921

La palude della luna – 1921

L’estraneo – 1921

Gli altri dei – 1921

La musica di Erich Zann – 1921

Herbert West, rianimatore – 1921-1922

Hypnos – 1922

Sui raggi di luna – 1922

Azathoth – 1922

Il segugio – 1922

La paura in agguato – 1922

La bottiglia di vetro – 1897 (racconto giovanile)

La caverna segreta, o l’avventura di John Lee – 1898 (racconto giovanile)

Il mistero del camposanto, o la vendetta del morto – 1898 (racconto giovanile)

La nave misteriosa – 1902 (racconto giovanile)

L’essere nella caverna – 1905 (racconto giovanile)

L’alchimista – 1908 (racconto giovanile)

Il Prato verde – 1918-1919 con Winifred V. Jackson

La poesia e gli dei – 1920 con Anna Helen Crofts

La visione del caos – 1920-1921 con Winifred V. Jackson

L’orrore di Martin’s Beach – 1922 con la moglie, Sonia Green

 Lovecr9

Tutti i racconti, Vol. II – 1923-1926

I topi nel muro – 1923

Innominabile – 1923

La ricorrenza – 1923

La Casa sfuggita – 1924

Orrore a Red Hook – 1925

L’incontro notturno – 1925

Nella cripta – 1925

La discesa – 1926?

Aria fredda – 1926

Il richiamo di Cthulhu – 1926

Il modello di Pickman – 1926

La chiave d’argento – 1926

La casa misteriosa lassù nella nebbia – 1926

Alla ricerca del misterioso Kadath – 1926-1927

Ceneri – 1923 con C.M.Eddy jr.

Il divoratore di spettri – 1923 con C.M.Eddy jr.

I cari estinti – 1923 con C.M.Eddy jr.

Cieco, sordo e muto – 1924 con C.M.Eddy jr.

Sotto le Piramidi – 1924 per conto di Harry Houdini

Due bottiglie nere – 1926 con Wilfred Blanch Talman

 Lovecr10

Tutti i racconti, Vol. III – 1927-1930

Il caso di Charles Dexter Ward – 1927

Il colore venuto dallo spazio – 1927

L’antica gente dei monti – 1927

Storia del Necronomicon – 1927

Ibid – 1928?

L’orrore di Dunwich – 1928

Colui che sussurrava nelle tenebre – 1930

L’ultimo esperimento – 1927 con Adolphe De Castro

La maledizione di Yig – 1928 con Zealia Brown Bishop

Il boia elettrico – 1929 con Adolphe De Castro

K’n-yan – 1929-1930 con Zealia Brown Bishop [The Mound]

L’abbraccio di Medusa – 1929 con Zealia Brown Bishop

 Lovecr11

Tutti i racconti, Vol. IV – 1931-1936

Le Montagne della Follia – 1931

La maschera di Innsmouth – 1931

La casa delle streghe – 1932

La cosa sulla soglia – 1933

Il prete malvagio – 1933

Il libro – 1933

L’ombra calata dal tempo – 1935

L’abitatore del buio – 1935

La trappola – 1931 con Henry S. Whitehead

L’uomo di pietra – 1932 con Hazel Heald

L’orrore nel museo – 1932 con Hazel Heald

Attraverso le porte della Chiave d’Argento – 1932-1933 con E. Hoffmann Price

La morte alata – 1933 con Hazel Heald

Dall’abisso del tempo – 1933 con Hazel Heald

L’orrore nel camposanto – 1933/1935 con Hazel Heald

L’albero sulla collina – 1934 con Duane W. Rimel

Il “match” di fine secolo – 1934 con R.H. Barlow

“Finché tutti i mari…” – 1935 con R.H. Barlow

L’esumazione – 1935 con Duane W. Rimel

Universi che si scontrano – 1935 con R.H. Barlow

Il diario di Alonzo Typer – 1935 con William Lumley

Nel labirinto di Eryx – 1936 con Kenneth Sterling

L’oceano di notte – 1936 con R.H. Barlow

Rimembranze del Dr. Samuel Johnson – 1917 (racconto giovanile)

La dolce Ermengarda, ovvero: Il cuore di una ragazza di campagna – ? (racconto giovanile)

Sfida dall’ignoto – 1935 round-robin-story di Catherine L.Moore, Abraham Merrit, H.P. Lovecraft, Robert E. Howard, Frank Belknap Long

Il mistero di Villa Clara (Bologna)
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A seguito del rinnovo del sito, per cui molte pagine sono andate perse, mi pare doveroso recuperare immediatamente il testo di uno degli articoli più vecchi e amati: la storia della “casa infestata” più celebre di Bologna, “Villa Clara”.

All’epoca in cui scrissi quest’articolo – parliamo circa del dicembre 2006! – non si sapeva nulla di preciso sulla storia della Villa e fui il primo, dopo un pomeriggio speso in ricerche nella biblioteca dell’Archiginnasio, a fare finalmente luce sulla reale dinamica dei fatti… Dopo di allora, tanti mi hanno copiato senza nemmeno citarmi.

Ebbene, di seguito la storia, nell’ordine cronologico in cui io stesso la scrissi e scoprii.

Ogni luogo possiede un patrimonio più o meno noto di storie incredibili, leggende o misteri: Bologna non fa eccezione a tale regola.

In generale, si può osservare come l’Emilia Romagna sia, da lungo tempo, una regione ricca di segreti: celebre è il caso della Rocca di Montebello, vicino a Rimini, meglio nota come il Castello di Azzurrina.

In quel luogo, infatti, si dice che sia morta, secoli fa, una bambina, il cui fantasma abiterebbe ancora la fortezza, al punto da essere stata sentita piangere: addirittura, il suo lamento sarebbe stato registrato con esperimenti di psicofonia.

Probabilmente, alla diffusione di racconti come questi si deve anche la nascita del mistero inerente Villa Clara.

La Villa si trova un po’ fuori Bologna, al n. 449 di Via Zanardi, a poca distanza dalla località Trebbo di Reno. Di fatto si trova in aperta campagna, immersa in campi dove non si spinge nemmeno l’illuminazione stradale e dove, talvolta, si alzano fitti banchi di nebbia. Il visitatore che si spingesse in quel luogo si troverebbe innanzi una casa fatiscente, circondata da un giardino incolto e ipertrofico; scritte sui muri e un cancello più volte rattoppato e sigillato da robusti catenacci. In realtà, la Villa ha mura perimetrali solo nella parte anteriore ed il portone è praticamente sfondato: quindi chiunque potrebbe penetrarvi, chiaramente compiendo un reato. Infatti, tale Villa è proprietà di qualche privato o, più probabilmente, del Comune.

Attorno alla Villa sono sorte, negli anni, strane dicerie, che l’hanno resa oggetto di una vera e propria urban legend. Una leggenda metropolitana non è qualcosa di diverso da una normale leggenda. Infatti, se per anni oggetto delle storie misteriose sono state superstizioni bucoliche e pagane, oggi, in un periodo di globalizzazione che volge lo sguardo ad un mondo sempre più tecnologico, anche le leggende si sono urbanizzate, andando a colpire aspetti assai comuni della vita o realtà molto meno favolistiche o ancestrali. Una comunissima casa di città; un cimitero; le fogne e i cunicoli della periferia, per non parlare di eventuali sottopassaggi o metropolitane: tutti i luoghi, una volta ammantati nell’oscurità di una notte sempre più criminalizzata e violenta, sono scenari perfetti per ambientazioni adatte ai migliori film horror.

In merito a Villa Clara la storia ricalca il clichè classico della ghost story: protagonista è diventata una fantomatica bambina, di nome Clara (sic!). La Villa, si narra, sarebbe stata abitata dalla blasonata famiglia Alessandri. Clara sarebbe stata figliastra del padrone della Villa, un nobile, che l’avrebbe poi murata viva all’interno della stessa costruzione, per punirla di una tresca incorsa tra costei ed un sottoposto del casato. Non trovando pace per la tragica condanna, la giovane Clara si sarebbe trasformata in uno spirito che tutt’ora infesterebbe la Villa, la quale prenderebbe il nome verosimilmente dalla fanciulla stessa.

È di totale evidenza come la storia sia alquanto scontata e, peraltro, non priva di contraddizioni. Seguendo tale formulazione, ci si troverebbe innanzi ad una adolescente, con pruriti amorosi: peccato che il fantasma sarebbe comunemente identificato con una bambina, di qualche anno più piccola.

Altre versioni non si soffermano sul movente del delitto, limitandosi a parlare di questa bambina murata viva, per qualche perversa ragione… Inutile sottolineare le similitudini con la leggenda di Azzurrina, che considero, per tali ragioni, il principale archetipo di tale racconto.

Ovviamente, la Villa è diventata il teatro di avventure e prove di coraggio per molti adolescenti, che vi si recavano per confutare la storia: sperando d’incontrare il fantasma di Clara.

Villa Malvasia 1

Figura 1 : Qui sopra, un’immagine della Villa, come appariva una cinquantina d’anni fa, ancora in condizioni discrete.

 

Sono fiorite, in tal modo, miriadi di narrazioni in tutto identiche alle più banali storie del terrore: si inizia da semplici sensitivi che hanno percepito oscure presenze, a veri e propri eletti cui si sarebbe manifestato il fantasma in persona (rectius: in ectoplasma). Sarebbero accaduti fenomeni inspiegabili, in quella casa: accompagnati, non raramente, da strane voci…

L’apice del grottesco è stato raggiunto dalle immagini realizzate dagli esploratori improvvisati, quasi sempre veri e propri inetti della fotografia, che in un delirio di psicosi sono riusciti a “vedere” le entità più assurde là dove non vi era nulla o – al più – vi erano incrostazioni, muffe, riflessi, etc.

Incuriosito da questa leggenda, ho deciso di fare una ricerca io stesso, arrivando a ricostruire quella che è la vera storia della Villa, originariamente nota come “Casino del Trebbo” e, poi, come “Villa Malvasia”.

Preziose informazioni sull’origine storica della villa sono rinvenibili nel volume “Castelli e ville bolognesi” (BESEGHI; Bologna, 1957):

«IL CASINO DEL TREBBO DEL CANONICO MALVASIA

«Al Trebbo è il casino Malvasìa, meglio, per una indicazione più esatta, esso è alla fine della lunghissima via delle Lame che si protende oltre l’abitato cittadino fino a penetrare nella vecchia località del Trebbo. Trebbo significa incrocio di strade, ma qui le strade sono tante e allora il nome si è esteso a una ben nota località suburbana.

«Al n. 581, dunque, di via delle Lame è uno dei più singolari casini di campagna che le famiglie bolognesi si costruissero fuori dalle mura cittadine e in prossimità a esse. Singolare perchè in esso l’associazione del padrone di casa con l’artista è strettissima e quando il canonico Carlo Cesare Malvasìa, pittore, storiografo d’arte e scrittore, diceva “il mio casino al Trebbo”, affermava un possesso non soltanto materiale ma di padre verso la creatura. Il canonico e conte Carlo Cesare Malvasìa visse dal 1611 al 1693 e nella sua lunga vita densa di studi, di opere e di osservazione, ebbe modo di conoscere e penetrare il mondo artistico della sua città in modo profondo e ampissimo. I suoi scritti sulla pittura e i pittori bolognesi e, soprattutto, la sua Felsina pittrice sono fondamentali per lo studio dell’arte bolognese. »

Villa Malvasia 2

Figura 2 : Qui sopra, il camino della sala al piano superiore.

 

«Al Trebbo il Malvasìa esercitò le sue Conoscenze di architettura e quelle di pittura — era stato allievo di Cavedoni un epigone dei Carracci — disegnando lui stesso il suo casino al Trebbo e lavorando ad alcuni ornati interni. Il bravo canonico nel concepire quel palazzetto lo delineò d’una eleganza semplice, gustosa, con la porta d’ingresso inquadrata fra lesene accoppiate. Le decorazioni riguardano unicamente il piano terreno, ove, cioè, il Malvasia ospitava frequentemente gli amici, studiosi e artisti, e gli accademici Gelati, che nel seicento furono famosi a Bologna. Si faceva musica, poesìa, si discuteva d’arte particolarmente dopo ricchi pranzi. Erano conviti d’intellettualità, di quella intellettualità seicentesca pletorica e acuta. In quel casino molta parte della vita del XVII secolo è passata: era uno degli ambienti più interessanti di Bologna.

«Il luogo era attraente, molto riservato perchè chiuso, e lo è ancora, da mura merlate, con sale decorate dal Dentone, dal Valesio, dal Togni, da Franceschino Caracci e da Angelo Michele Colonna.

«Ora il casino Malvasia al Trebbo, è occupato non da una famiglia che possa curarlo, ma da tante, in conseguenza ancora della guerra. Eppure fra questa gente è vivo lo stupore per le pitture che ornano le pareti e i soffitti, e guardano come a una meraviglia e cercano di conservarle nel miglior modo possibile. Ahimé, se il buon canonico Malvasìa rivedesse il suo amatissimo casino del Trebbo, avrebbe ragione di aggiungere una considerazione amara a quelle liete che occupavano la sua vita e la sua intelligenza.»

Villa Malvasia 3

Figura 3 : Qui sopra, particolare di un fregio dei pannelli che adornano la sala.

 

Questo è quanto più approfonditamente descritto, relativamente alla Villa, nel volume “Ville del Bolognese” (di G. CUPPINI – A.M. MATTEUCCI; Zanichelli, Bologna, II Ed.):

«Villa Malvasia

«Comune di Bologna, Via F. Zanardi 449, proprietà: Alessandri.

«L’Ungarelli e il Beseghi la vogliono costruita dal canonico Carlo Cesare Malvasia (1616-93), noto storiografo della pittura bolognese, ma, se è vero che egli possedette la villa, è altrettanto certo che non a lui si deve ascriverne la costruzione e la decorazione, perché, come ricorda lo stesso Malvasia e come ripete l’Oretti, vi dipinsero artisti che operavano quando il Malvasia non era ancora nato od era in giovanissima età. Ecco le parole del Malvasia: “Nel nostro palagetto al Trebbo [Girolamo Curti detto il Dentone] dipinse il bel soffitto della saletta che per certa sua bizzaria e prova volle dipingere a tempra s’un tavolato di asse di abeto egregiamente commesse e che in ogni modo col tempo han fatto qualche motivo, e in forma di T la doppia loggia in volto a fresco in ciaschedun de’ sfondati, ne’ quali vagamente l’andò dividendo e per ogni balaustrata facendovi colorire varie figure al Brizio, a Tognino ed a Franceachino Carracci, al Valesio e simili allora giovani, non d’altro pagandoli che della sua dolce conversazione ed allegria ad una lieta mensa le feste; godendo essi altresì in tal guisa esercitarsi e svegliarsi; pratica che riuscirebbe a dì d’oggi molto difficile, pretendendo i giovani alle prime pennellate esser già fatti maestri.”

«Non si conoscono le vicende della villa durante il Settecento e l’Ottocento; ai primi del nostro secolo appartenne al Cav. Ferdinando Bonora, che vi arrecò numerosi miglioramenti, e alla cui morte, avvenuta nel 1917, fu ereditata dalla figlia sig.ra Zaida Bonora in Francia. In seguito venduta, la villa passò in mano a vari speculatori che misero a repentaglio la sua conservazione, adibendo la loggia d’ingresso a rimessa di carri da trasporto che venivano fatti entrate per una rampa posticcia; nel 1928 fu acquistata dalla sig.ra Clara Mazzetti ved. Barzaghi che arredò le sale del piano terreno. Oggi la villa è abbandonata e presenta grande necessità di restauri.»

 

Villa Malvasia 4

Figura 4 : Qui sopra, altro particolare dei fregi della sala.

 

Gli autori del libro continuano (ibidem) fornendo una dettagliata ed interessante descrizione dell’elaborazione artistica della Villa:

«La decorazione dei vari ambienti del Casino Malvasia di Trebbo, è, ovviamente, più volte ricordata dall’autore della «Felsina Pittrice». Difficile però, anche in questo caso, la divisione delle parti fra gli artisti citati. Spettano senz’altro al Dentone le architetture dipinte nel soffitto ligneo della grande sala. Di notevole qualità sono i paesi dipinti nel fregio di detto vano, forse da ricondursi a Menghin del Brizio, dato che il Malvasia ricorda l’abilità dal pittore nel batter di frasca. Di fattura assai andante le figure, ora in parte ritoccate, che accompagnano i semplici partiti architettonici della loggia e controloggia. A nostro avviso la mano del Colonna, la cui presenza nella villa è certa, dato che qui si ammalò per l’eccessiva umidità (Malvasia), è forse rintracciabile nelle figure a monocromo del fregio della grande sala, nonché nelle comparse del soffitto ligneo. Più difficile individuare la presenza del Valesio e di Antonio e Franceschino Carracci, pure ricordati dal Malvasia.

«Lo stato di conservazione degli affreschi in alcuni punti è assai compromesso da pesanti restauri.

«Il Malvasia ricorda che l’opera, iniziata prima della decorazione nella Paleotta, venne portata a termine dopo la conclusione dei lavori in quella villa. Dato che in questo secondo momento il Colonna si ammalò, possiamo datare le decorazioni intorno al 1624, anno in cui il giovane pittore torna a Crevenna per guarire dal male contratto.»

Sulla scorta delle informazioni rinvenute è possibile, sinteticamente, riassumere e risolvere la questione.

La Villa comunemente nota col nome di “Clara” ed oggetto di storie di fantasmi, era originariamente nota come “Casino del Trebbo”, proprio perché sorta in prossimità dell’omonima frazione bolognese, peraltro in un punto all’epoca corrispondente al civico n. 581 di Via delle Lame, successivamente diventato il n. 449 di Via Zanardi.

La sua più antica datazione può tranquillamente essere indicata intorno al 1624; successivamente fu arricchita dal suo storico proprietario, Carlo Cesare Malvasia, cui si deve il nome storico – “Villa Malvasia” – e che la fece decorare da insigni pittori bolognesi, fra cui spiccano Colonna e Carracci.

Successivamente la Villa ha subito numerosi passaggi di proprietà, subendo anche vicissitudini che ne hanno compromesso la conservazione, con particolare riferimento alle opere d’arte in essa racchiuse.

Nel 1928 fu acquistata da una certa sig.ra Clara Mazzetti ved. Barzaghi, alla quale probabilmente si deve il nuovo nome attribuito alla Villa, diventata, appunto, “Villa Clara”.

Ritengo, peraltro, difficile che una vedova, in età e condizioni tali da poter acquistare un immobile così ricco, potesse essere una ragazzina o una bambina.

Da ultimo gli autori indicano la proprietà Alessandri: la quale, pertanto, ritengo sia l’attuale proprietà dell’immobile, sempre che, nel frattempo, non siano intercorsi successivi passaggi od il bene non sia stato acquistato o ereditato dallo stesso Stato.

Ritengo, conseguentemente, ancor più improbabile che una bambina di nome Clara sia stata uccisa in tempi così recenti in quel luogo: quantomeno ciò negherebbe comunque la leggenda, che si riferisce ad eventi antichi e riferibili a nobili casati.

È assai più logico che, sulla scorta del solo nome da ultimo attribuito alla Villa (“Clara”) e sulla stessa indicato, nonché riferendosi al cognome della più recente proprietà, sia stata artatamente costruita un’affascinante ed inquietante leggenda, ricalcata sulle più note e diffuse storie di fantasmi, in primis su quella della conterranea Rocca di Montebello e la sua piccola Azzurrina.

Inoltre, la casa sarebbe stata, in anni recenti, palcoscenico di messe nere e di occulte cerimonie: nelle quali la leggenda ha trovato terreno fertile in cui installarsi e crescere.

Nulla di soprannaturale, però, può essere rintracciato in questa storia, rivelatasi pressoché interamente un falso: il vero orrore è che sia stato completamente abbandonato a se stesso, privo di cure o custodia, un simile tesoro di dipinti e antichità.

[CASO RISOLTO]

Alcuni anni dopo che scrissi quell’articolo,  una notizia apparsa su “il Resto del Carlino”, quotidiano di Bologna, precisamente in data 2 aprile 2009, completò le informazioni già da me raccolte tempo prima sulla fantomatica ghost house di Bologna, la “infestata” Villa Clara.

La verità è definitivamente venuta a galla: nessun fantasma, nessuna villa stregata.

Una verità che farà dispiacere a molti… A tutti coloro che non potranno più credere in una leggenda pittoresca, ricordata anche nell’articolo in questione, in una versione che – per la sua collocazione in un quotidiano – vale la pena citare: “La leggenda narra che, ai primi del ‘900, il palazzo ospitasse padre, madre e una bimba chiamata Clara, che pare fosse dotata di poteri di chiaroveggenza: avvisava i suoi genitori di avvenimenti che sarebbero accaduti in futuro, indovinandoci. Si dice che il padre, esasperato e forse intimorito dai suoi poteri, una notte preso da un raptus di follia la murò viva all’interno della casa. Da allora raccontano che in certe notti si senta ancora la bambina piangere, cantare lamentarsi oppure la si veda girovagare in giardino.

Tuttavia, la cosa più importante è che finalmente i preziosi ed antichi dipinti ed affreschi contenuti nella Villa saranno recuperati e salvati!

Dal testo dello splendido ed illuminante articolo apparso, a firma di Nicola Cappellini, risulta in particolare che “I lavori di restauro — realizzati dall’ impresa edile ‘Paganelli e Guidotti’ di Zocca su progetto dell’architetto Stefano Capponi e dell’ingegner Claudio Martini e sotto la supervisione della Sovrintendenza per i beni architettonici — sono iniziati dal tetto, che è stato praticamente rifatto, e stanno procedendo col consolidamento dell’edificio, mentre i circa 400 metri di affreschi che decorano le sale interne sono stati ‘velinati’, ovvero coperti con della carta giapponese, e saranno presto oggetto di un attento restauro. La villa dovrebbe essere interamente recuperata tra un paio di anni, con una spesa complessiva di 3 milioni di euro (e un contributo della Sovrintendenza). I suoi attuali proprietari — la signora Maria Vittoria Bossi e il figlio Zeno Sbardella — sognano di farne un centro per ricevimenti e matrimoni e forse anche una scuola d’arte.

Infatti, ora la Villa, per anni oggetto di vilipendio ed effrazioni, ha dei precisi proprietari, la cui storia – ironia finale – ricalca ancora una volta i cliché della narrativa dell’orrore: perchè, dopo anni, con il testamento di un vecchio parente, l’attuale proprietaria ha scoperto, ignara di tutto, di aver ereditato da un lontano parente la “villa stregata”.

Questi i dettagli dell’articolo: Storia antica e tribolata quella di Villa Malvasia. Non si conosce la data esatta della sua costruzione, anche se è probabile che sia avvenuta tra il 1572 e il 1585. A dirlo è lo stemma di Papa Gregorio XIII, che campeggia sulla sommità del camino nella sala principale. Era infatti consuetudine, a quei tempi, riferire il periodo di costruzione di un edificio appartenente ad un nobile casato proprio al Pontefice regnante in quegli anni. E’ certo, invece, che il suo più illustre proprietario, il conte Carlo Cesare Malvasia, nel suo testamento del 22 dicembre 1692, lasciò il gioiellino di via Zanardi (allora via delle Lame) all’Arciconfraternita della Vita. Ma da quella data in poi la storia del Casino del Trebbo si fa oscura per tutto il Settecento e l’Ottocento. La villa ricompare negli annali delle cronache cittadine nel 1905, quando diventa di proprietà del cavalier Ferdinando Bonora, che apporta numerosi miglioramenti all’edificio e alla sua morte (1917) la lascia in eredità alla figlia Zaida. In seguito, la casa passa in mano a diversi speculatori che ne mettono a repentaglio la conservazione, utilizzando la doppia loggia d’ingresso, disegnata a forma di ‘T’ secondo la tradizionale tipologia bolognese, come rimessa per carri da trasporto che vengono fatti entrare per una rampa posticcia. Quindi, nel 1928 viene acquistata dalla signora Clara Mazzetti (da cui la probabile origine del nome Villa Clara), che fa arredare le sale del pian terreno. E nel 1954, finalmente, viene acquistata dal padre dell’ingegner Alessandro Alessandri. Quest’ultimo, uomo profondamente religioso e tormentato dai sensi di colpa per un amore di gioventù osteggiato dalla famiglia, alla morte del genitore eredita un cospicuo patrimonio (127 immobili), di cui però si cura ben poco nel corso della vita. Cominciano così gli anni del declino della palazzina, complicati dalla fama di ‘villa maledetta’. Fino all’ultimo colpo di scena. Nel 2004, alla morte dell’ingegnere, la casa viene ereditata dalla signora Maria Vittoria Bossi, che scopre solo all’apertura del testamento di essere la figlia di Alessandri e di quel suo perduto amore. Sarà lei a salvare Villa Malvasia.”

La leggenda è giunta a conclusione: ora, ai curiosi, non resta che attendere il restauro e la futura apertura al pubblico della Villa, per poterla finalmente ammirare, senza paura di compiere reati… Almeno che non vogliano scappare senza pagare il conto! 🙂

Francesco Brandoli

Casino trebbo