Gustav Meyrink – La metamorfosi del sangue. Autobiografia spirituale – Recensione

Gustav Meyrink – La metamorfosi del sangue. Autobiografia spirituale – Recensione

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Con la cura del sempre encomiabile Andrea Scarabelli, torna in Italia un testo autobiografico su Gustav Mayrink, un importante scrittore “fantastico” (occultista ed esoterista per primo) del secolo scorso (primi del ‘900), ampiamente noto per opere come Il golemIl domenicano biancoLa notte di Valpurga e Il volto verde .

Dello stesso autore avevo già recensito, su questo stesso sito, il volume delle edizioni Arktos “Alle frontiere dell’occulto. Scritti esoterici (1907-1952)”, che raccoglieva proprio gli scritti in materia del periodo indicato, tracciando una rotta tra un Meyrink ancora agli inizi della sua carriera letteraria e quello più maturo, in cui vengono analizzati argomenti trasversali e vari, con grande ricchezza dottrinale e di ricerca, in parallelo e amalgamati con fatti quotidiani della vita dell’Autore, a volte in una mescolanza tale per cui diventa difficile segnare il confine tra ciò che Meyrink ha realmente vissuto e cosa invece appare meno convincente al lettore scettico del XXI secolo.

Sulla stessa scia di quel volume, che era sempre curato da Scarabelli insieme a Gianfranco De Turris, è recentemente uscito questo “La metamorfosi del sangue“, edito in Italia da Bietti sulla collana l’Archeometro, più breve del precedente – per certi versi avrebbe potuto essere benissimo un testo collazionabile nell’altro volume – ma che in estrema sintesi tocca nuovamente tutti i temi, anche biografici, del noto scrittore.

Come in quel volume Arktos, infatti, pendiamo nuovamente le mosse dal momento in cui, ancora giovanissimo – a 23 anni, un’età che accomuna Meyrink ad altri noti personaggi storici, scrittori e filosofi, come evidenziato nella postfazione da Scarabelli – Meyrink stava per suicidarsi ed è stato proprio “salvato” dalla consegna di un opuscolo librario su volumi di occultismo, che lo hanno spronato a studiare e approfondire la materia.

Inizia così il suo rapporto con il Velato, una entità – se così si può dire, essendo forse più uno stato di coscienza in unione perfetta col creato – e una sorta di Guida che cerca di spronare l’Autore stesso a un miglioramento esistenziale e a una evoluzione in chiave mistica e quasi superumana, dalle forti componenti soteriche, fino a confutare l’esistenza del concetto stesso di morte, altro tema toccato nell’altro saggio, dal titolo “Immortalità”, pubblicato in appendice a questo stesso volume e che lo completa.

La concezione di Meyrink infatti, in un grande anticipo sulle recenti teorie della fisica quantistica, si spinge a dire che non esiste una realtà oggettiva, ma variegate realtà soggettive, che sanno essere reali nel loro essere stati diversificati di un unico essere cosmico, in cui le forme assolute – quasi archetipi – si sfaccettano nella fusione degli atomi che nel presente costituiscono un particolare stato dell’Io destinato a ricomporsi e restare eterno nel macrocosmo.

Idee che, in molti punti, mi hanno ricordato anche il pensiero di Jung, che forse non a caso aveva in Filemone uno spirito guida, praticava – come Meyrink – lo Yoga e probabilmente aveva concezioni kundalini gnostiche persino del cristianesimo che avrebbero trovato sintonia con il pensiero di Meyrink.

Perché la fortuna e il destino stesso sono solo ombre che la volontà dell’uomo può plasmare, diventando ognuno un possibile artefice del proprio  fato, attraverso appunto il concetto di “metamorfosi del sangue”: il respiro, il controllo della mente, tutto influisce sul plasmare l’uomo, fulcro del rapporto tra astrale e materiale, andando a mutarne l’essenza – rappresentata dal blutes/sangue.

(“Il sangue è vita!”, potremmo gridare come il folle Renfield di Dracula)

Come già raccontato negli altri scritti esoterici, ecco che Meyrink percorre nuovamente passaggi della sua vita, inizialmente alla ricerca di un maestro terreno, in parallelo all’ascolto del Velato interiore, finendo poi di fatto per diventare egli il proprio maestro.

Vengono così narrati i rapporti con medium di mezza europa e i carteggi con santoni e asceti orientali e indù, passando per fasi spiritiste e di associazione a numerose sette e logge: la Società Teosofica, la Golden Dawn, la stessa Massoneria e l’ordine degli Illuminati, sono solo alcune delle tappe che l’Autore percorre in questo “studio matto e disperatissimo” dell’occulto.

Questo scritto postumo, come già accaduto negli altri scritti esoterici, narra di fachiri e asceti induisti, di soggetti dotati di poteri quasi magici o capaci di comandare agli spiriti e ai djinn, intrecciando teorie che spaziano dal corpo sidereo di Paracelso all’esistenza di ectoplasmi, dal governo su corpi angelici al trasferimento istantaneo di oggetti, il tutto riportato a una magna dottrina o teoria che riesce a mantenere stabilmente assieme e armonizzare le più disparate correnti religiose e filosofiche.

Accanto allo yoga e alla cabala, già accostate come autori più moderni hanno saputo fare risaltare, c’è quindi spazio per spiegare persino le stigmate di santi e beati e riportare Gesù in un ruolo di Maestro spirituale, accanto a Buddha – forse il più amato da Meyrink – e non senza interessati citazioni verso Maometto, dimostrando un interessamento a 360° verso ogni concezione, soppesandone persino le similitudini cliniche (le crisi epilettiche che già in antichi culti misterici erano associate alla divinazione).

Sarebbe bello poter prevedere il futuro, come nel caso di un sogno premonitore della moglie, che spinge l’Autore a modificare un viaggio in auto e lottare contro il destino riuscendo a fuggire a morte certa, così come è affascinante pensare che Meyrink riuscisse davvero a creare spostamenti e suoni nel sonno presso case di amici, trasferendosi in forma eterea, e persino ritrovare oggetti persi utilizzando un particolare tipo di mandala su cui proiettare l’idea dell’oggetto smarrito: il tutto in una forma di magia che attinge persino agli elementali, vendicativi e violenti – come attesta il prendere fuoco di oggetti che in qualche modo siano stati tramite in esperimenti medianici, dall’autoveicolo scampato al precipizio al semplice paio di forbici ritrovate nel canale asciutto del mulino.

Sicuramente viene da domandarsi quanto Meyrink fosse eccentrico e quanto probabilmente tendesse ad esagerare nel raccontare episodi di vita, con uno stile che in questo mi ha ricordato un altro interessante personaggio del fantastico, Jacques Bergier (di cui, sempre con la cura di Scarabelli, in Italia è recentemente uscita la autobiografia “Io non sono leggenda”, sempre nella stessa Collana l’Archeometro di Bietti e da me già recensito), che a sua volta racconta di essere riuscito a sopravvivere alle torture dei nazisti grazie all’esperienza che aveva acquisito negli anni praticando tecniche di ascesi e meditazione yoga che lo avevano portato ad alterare la percezione dello spaziotempo per riuscire in questo modo quasi a spostarsi e slittare durante le sessioni violente di tortura…

Sicuramente Meyrink e Bergier avrebbero fatto interessanti chiacchierate, se avessero potuto parlarsi (ma siamo certi, non lo abbiano fatto, in qualche luogo/momento/stato dell’esistenza cosmica?), così come avrebbero sicuramente apprezzato la competenza di Scarabelli nella curatela.

Il volume, infine, contiene anche due ulteriori contributi critici di grande pregio: la rara introduzione a firma di Enrico Rocca alla prima edizione italiana (Campitelli, 1926) de Il golem (celebre romanzo di Meyrink) e una introduzione di Sebastiano Fusco (altro grande esperto di magia, esoterismo e narrativa weird/fantastica).

Qui la presentazione, dal sito dell’editore:

Come ormai universalmente riconosciuto, Gustav Meyrink è passato alla storia per aver inserito, nei suoi romanzi e racconti, una serie di esperienze vissute in prima persona nei più svariati ambiti di ciò che siamo soliti chiamare “esoterismo”. Tutte queste esperienze – dallo Yoga all’alchimia, dal tantrismo alla teosofia – sono accuratamente documentate ne La metamorfosi del sangue, saggio autobiografico rimasto inedito alla morte dell’autore, risalente agli ultimi anni della sua vita e qui tradotto per la prima volta in italiano. Testamento spirituale, lunga rêverie sul ruolo del destino e sulla possibilità d’influenzarlo attivamente, inno all’Immaginazione creatrice, questo scritto può essere considerato una sorta di “laboratorio” della narrativa di Meyrink, Demiurgo del Fantastico che fece di vita, letteratura e occultismo una cosa sola.

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