Disponibile “Mediterranea”, antologia contenente un mio racconto Sword&Sorcery
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E’ disponibile Mediterranea, antologia digitale che contiene dieci racconti di sword and sorcery ambientati nei territori bagnati dal Mare Nostrum in cui potrete trovare i più importanti autori della fantasia eroica italiana come: Donato Altomare, Alessandro Forlani, Enzo Conti, Adriano Monti Buzzetti, Alberto Henriet, Mauro Longo, Andrea Gualchierotti e Lorenzo Camerini, Andrea Berneschi, Francesco Brandoli e Riccardo Brunelli.

Sono presenti anche due apparati critici di saggisti del calibro di: Enrico Santodirocco (autore di Conan La leggenda) e Marco Maculotti (fondatore di AXIS mundi).

L’introduzione e la curatela è affidata a Francesco La Manno, mentre la copertina è stata realizzata da Andrea Piparo.

Per informazioni e l’acquisto (download al modico prezzo di € 5,30): https://hyperborea.live/prodotto/mediterranea/


INDICE

Introduzione:

FANTASIA EROICA MEDITERRANEA di Francesco La Manno

Racconti:

IL PONTE DELLA MORTE di Donato Altomare

IL FIGLIO DI ASTERIONE di Andrea Berneschi

UNA BALLATA DI FUOCO E DI MARE di Francesco Brandoli

SHARDANA di Riccardo Brunelli

IL BANCHETTO di Lorenzo Camerini e Andrea Gualchierotti

PIU’ TENACE DELLA MORTE di Enzo Conti

IL CULTO DEGLI ABISSI di Alessandro Forlani

LA SPADA DI AESKYLOS di Alberto Henriet

L’ARTIGLIO DELLA FENICE NERA di Mauro Longo

GLI OCCHI DI ANGIZIA di Adriano Monti Buzzetti Colella

Saggi:

IL SERVIZIO DIVINO DEI GRECI di Marco Maculotti

LA FANTASIA EROICA MEDITERRANEA NEI FUMETTI di Enrico Santodirocco

Cover_Mediterranea_Web

Abraham Merrit – Il vascello di Ishtar – Recensione
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Finalmente ripubblicato, dopo molti anni di assenza dagli scaffali delle librerie italiane, il romanzo “Il vascello di Ishtar”, di Abraham Merrit, per l’editore Il Palindromo, nella meritevole collana I tre sedili deserti: note e traduzione di Giuseppe Aguanno, introduzione di Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco, con un saggio di Andrea Scarabelli e illustrazioni di Virgil Finlay.
Specifiche: gennaio 2018, pagg. 472, 15x19cm, bross. b/n, prezzo 26€ – ISBN: 978-88-98447-32-9

La trama, dal sito dell’editore: «John Kenton, appena tornato a New York dall’esperienza devastante della Prima guerra mondiale, riceve uno strano oggetto rinvenuto durante una campagna di scavi in Medio Oriente: un blocco di pietra al cui interno è custodito un piccolo vascello di gemme intagliate. Kenton non lo sa ancora, ma il manufatto è uno stargate, la soglia per un’altra dimensione, un mondo dove il suo coraggio dovrà scontrarsi con l’acciaio delle spade e la potenza di ancestrali divinità in lotta, e in cui ritroverà la voglia di vivere sperimentando la passione di un amore fuori dal tempo. Questo volume contiene la prima versione de Il vascello di Ishtar, pubblicata originariamente nel 1924 e inedita in Italia. Il romanzo è accompagnato dalle illustrazioni originali dell’epoca e da un ricco corredo di apparati critici. Abraham Merritt (1884-1943), maestro del fantastico e noto giornalista, è tra i pionieri e più apprezzati autori di letteratura fantasy. Stimato da H.P. Lovecraft e Clark Ashton Smith, tra le sue opere si ricordano: Il pozzo della luna (1919) e Gli abitatori del miraggio (1932).»

La storia fu originariamente serializzata sulla rivista americana Argosy All-stories, tra il novembre e il dicembre del 1924, in 6 episodi ed ebbe un grandissimo successo, al punto da essere votata come una delle storie più apprezzate dal pubblico ed essere eletta dai lettori nel 1938 come migliore storia della rivista, scalzando il ciclo di Tarzan di Burroughs (come peraltro ben chiarito nell’ottima nota biografica su Merrit in appendice al presente volume e opera della brava Maria Ceraso). Merrit fu un autore molto noto e apprezzato della sua epoca (addirittura una rivista fu battezzata in suo onore: A.Merrit’s fantasy magazine) e seppe ispirare molti grandi Autori (persino il ciclo di Cthulhu di Lovecraft potrebbe avere ricevuto suggestioni da The Moon Pool del 1918 di Merritt).

Ho voluto così introdurre l’Autore, perché ritengo che questo volume sia un tassello fondamentale di un percorso di narrativa fantastica in cui il carisma del suo creatore sicuramente ha influito positivamente. Sarebbe difficile e forse superiore alle mie competenze risalire alla prima opera fantastica in cui via sia un passaggio  tra i mondi, elemento già presente in Virgilio o Dante se circoscritto ai regni ctoni infernali, ma tema sicuramente di grande moda all’inizio del 1900: Il vascello di Ishtar mi ha ricordato alcune atmosfere de “La terra dell’eterna notte” di Hodgson e, per tornare a Burroughs, ha alcune assonanze con il ciclo di Carter di Marte o, persino, per impostazione della trama e intreccio dei personaggi e delle scene, con i fumetti di Flash Gordon.

Kenton, protagonista di questo romanzo, tramite il simulacro del vascello riesce di fatto a trasferirsi in un’altra epoca, quasi un altro mondo, dove persino lo scorrere del tempo è differente: qui recupera un ruolo eroico che nel nostro mondo non aveva. Inizialmente la scena è collocata sul vascello, diviso e separato tra il Prete Nero, Klaneth, tramite e celebrante del Dio della Morte Nergal, rappresentante delle tenebre, e le adoratrici di Ishatar (dea dell’Amore), tra cui la splendida sacerdotessa e tramite Sharane, di cui il protagonista si innamorerà. Kenton, passerà da schiavo a capo di una rivolta che prenderà il controllo della nave, con il passaggio di alcuni personaggi (Jiji e Zubran), inizialmente nemici, tra le file dei buoni, oltre all’amicizia con un altro schiavo (il vichingo Sigurd), tutti grandi comprimari della storia.

La religione e la mitologia sono elementi vivi e vivificanti del romanzo, che spazia dai miti mesopotamici a quelli nordici, creando un interessante intreccio, in cui il ruolo degli dei si affianca a quello dei personaggi, un po’ come nell’epica Omerica o, venendo ad Autori più recenti, nei cicli di Elric e Corum di Moorcock.

Dovremo aspettare gli anni ’70 per recuperare mondi divisi tra più piani (e divinità), come appunto in Moorcock o Zelazny fino al più recente Stephen King della torre nera, ma trovo che raramente – nemmeno tra alcune pagine di quest’ultimo ciclo del maestro dello horror contemporaneo, a tratti veramente immaginifiche – troveremo una più efficace e compiuta descrizione dei mondi paralleli come quella presente in questo romanzo e che vale la pena citare: «Di fronte aveva una vasta nebbia: vapori globulari argen­tei discendevano su di lui; il ventre curvo di un altro mondo. Quel mondo si stava scontrando col suo? No! Vi si stava sovrapponendo! La consapevolezza giunse subitanea e fugace: in quella minima frazione di tempo gli si manifestò come un’illuminan­te intuizione, sola chiave verso l’inesplicabile. Grazie ai lumi di questa rivelazione, Kenton vide la pro­pria Terra non per quello che sembra, ma per ciò che è: una vibrazione eterica negli intervalli tra le pulsazioni elettroniche di mondi su mondi che si intersecano, mondi originati dalla forza primigenia di cui queste vibrazioni sono espressione, nelle forme a noi note e in quelle che ignoriamo. Si figurò questi mondi e il proprio come un ammasso di elettroni: in verità ognuno di essi era piuttosto lontano dai propri simili, così come i pianeti, ben distanti l’uno dall’altro e dal sole. Attraverso gli abissi dello spazio, tra queste particelle, vide miriadi di congerie affini suddivise in globi nascosti e invisibili: ciascuno orbitava roteando senza inter­ferire con gli altri, eppure questi si incontravano, si compe­netravano, intrecciandosi. Mondi che si incrociavano secondo frequenze differenti, più alte o più basse, nella totale inconsapevolezza di queste tangenze. Mondi che si muovevano attorno e attraverso di noi, che si trovavano a coincidere in modo casuale, come segnali radio intercettati da un apparecchio non sintonizzato. Mondi sovrapposti come flussi di informazioni che, senza interferire l’uno con l’altro, scorrevano insieme sullo stesso cavo, grazie alla diversità delle vibrazioni. Il vascello di Ishtar navigava su uno di questi mondi paralleli. Il gioiello di gemme non era l’imbarcazione stessa, bensì una chiave capace di aprire un passaggio dalla dimensione d­i Kenton verso quella del vascello: un dispositivo che adattava le vibrazioni materiche del suo corpo a quelle del mondo della nave

Dopo la parte di trama sul vascello, e prima della conclusione – affatto scontata – della storia nella medesima sede, ecco che un’altra parte del romanzo si sposta sull’Isola di Emakhtila, dove accanto a nuovi personaggi, abbiamo alcune delle parti più evocative dell’opera, con toni aulici tali da ricordare quasi antichi poemi o testi sacri: come accennavo, il ruolo della mitologia è fondamentale in quest’opera, senza diventare pesante. Se ne ricava la profonda, davvero magistrale conoscenza di Merrit per la materia, che l’Autore tratta con completezza, rendendo appunto mito e divinità essenziali alla storia e alla trama stessa, in un modo che forse segna davvero il passaggio epocale del fantasy, per cui mi spingo a definire questo volume un tassello fondamentale del genere. Dopo Merrit, ci vorrà molto tempo prima che gli dei tornino a essere talmente rilevanti nell’immaginario, o perché partoriti direttamente da un mitopoieta dello spessore di Tolkien, oppure perché giovani autori, a partire da Zelazny appunto fino a un Gaiman odierno, sappiano recuperare il fascino che un intreccio tra vera mitologia antica e fantastico contemporaneo possano portare: ciò che oggi ha dato vita al genere urban fantasy, in nucleo già anticipato anche dal capolavoro Malpertuis di Jean Ray.

La storia è ben realizzata, alternando scene più poetiche e visionarie a numerosi duelli e battaglie, persino navali, caratterizzate da grande ingenio e descrizioni a tratti quasi macabre e gore.

Non posso che consigliarne la lettura agli amanti del fantasy e dell’epica, con il lieve avvertimento di prepararsi a un testo dallo stile ovviamente di inizio ‘900, che però non dovrebbe appunto stonare ai veri lettori del genere, che appunto avranno sicuramente dimestichezza con i capisaldi, tutti circa di questo periodo.

Una nota finale sull’edizione: di grande qualità, raccoglie le splendide illustrazioni di Finlay (vero maestro dei pulp anni ’30), e fornisce anche i vari apparati critici già menzionati. Ottimo il glossario dei termini mitologici, utile a una migliore comprensione del testo, e liminale l’introduzione di spessore di due Maestri come De Turris e Fusco. Ma soprattutto voglio plaudere all’ennesimo contributo di Andrea Scarabelli che, nonostante la giovane età, oggi si presenta sul panorama letterario italiano come forse il solo e più sapiente dei saggisti ESOTERICI, nel senso più aulico e accademico del termine. Nel suo mysterium coniunctionis riesce a recuperare il valore magico delle parole, per passare a trattare di narrativa fantastica fino a spingersi a spiegare (con citazioni di Autori di ambito filosofico e antropologico, assai più sapienziale del “banale” genere fantastico) temi come l’eterotopia, la ierogamia e la teogamia, facendoci riflettere sul vero significato del fantasy che, non a caso, viene chiamato in altri Paesi come Speculative fiction. Perché cos’è il fantastico se non il modo moderno di rappresentare miti Platonici, idee e archetipi, antichi come il tempo e l’inconscio umano?

Il Disegno dell’Universo
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Nel mio romanzo “Il Dio del dolore”, l’intero creato è simbolicamente rappresentato da disegni che il Creatore – il dio supremo e originario – esegue nella sabbia. Sabbia di multiformi colori e lucentezze, che viene soffiata via dal Vento della creazione e portata nel Mondo (attraverso i Mondi) dove diventa reale.

Questa immagine simbolica ritrova una sua radice diretta nelle tecniche orientali di rappresentazione dei Mandala con la sabbia: il Mandala è un disegno che serve per meditare, per concentrarsi, svuotare la mente e infine entrare in contatto con l’Universo intero.

Il principio base nella cultura orientale è il non-attaccamento; l’accettazione dell’impermanenza, la mutevolezza dell’esistenza. Il dolore si crea quando si cerca di resistere al mutamento. Un po’ come non si fa fatica a nuotare se ci si lascia trasportare dalla corrente, ma diventa difficilissimo e stancante (e letale) provare ad andare contro di essa.

Così, in applicazione di questo principio, dopo aver dedicato ore a concepire un Mandala meraviglioso con la sabbia, ecco che il monaco lo distrugge, con un semplice gesto della mano: meditazione sull’effimero; la fragilità dell’esistenza, la transitorietà delle cose.

Quando l’Antico, il Dio supremo del mio romanzo succitato, spiega al giovane dio della morte e del dolore tutto questo, spiega anche come ogni volta che viene a spostarsi un solo granello di sabbia del disegno (un tassello del mosaico) ecco che improvvisamente tutto cambia. Il Disegno intero non è più uguale a sé stesso. Eppure, il Disegno intero è sempre bello e perfetto. Pensiamoci: se usiamo la stessa sabbia e gli stessi colori, impastandola in continui e diversi disegni, per quanto il Mandala muti, sarà sempre altrettanto bello e altrettanto perfetto. Soprattutto, sarà sempre altrettanto completo. Come in un caleidoscopio.

In un Universo in cui nulla si crea e nulla si distrugge, ogni componente che cambia rende sempre nuovo e da scoprire il Disegno. Se poi andassimo a sostituire la sabbia con altra sabbia, di altri colori, allora ecco che il tutto muterebbe ancora e ancora…

Cos’è un Mandala di sabbia ai nostri occhi? Cos’è un caleidoscopio con cui giochiamo da bimbi? Un giocattolo. Un divertimento.

Agli occhi del Creatore, l’intero Disegno dell’Universo appare come un fragile disegno nella sabbia. Tutto è effimero. Tutto può essere soffiato via. Tutto può essere completamente rigenerato e sostituito.

Ognuno di noi conta quanto un granello di sabbia: non siamo protagonisti di una tela; non siamo la scultura di Michelangelo. Siamo semplici granelli di sabbia.

Ognuno di noi è perfettamente sostituibile.

Il nostro dolore è il voler restare al centro del Disegno. Il volere acquisire un ruolo diverso dal pigmento.

Il nostro pensare che il nostro punto nel mosaico, accanto ad altri granelli, sia intoccabile; quando invece ognuno di noi può essere spostato, cancellato, eliminato, separato.

Si superano i lutti. Si superano le morti. Si superano i distacchi.

Quando la mente è libera dal dolore, ecco che improvvisamente non ci si pensa e tutto appare completo e perfetto: come in una nuova vita. Un nuovo Disegno.

Questo perché ognuno di noi è perfettamente sostituibile nel Disegno.

Una riga bianca.

Una pausa.

Ci vuole un attimo a digerirlo. Una vita ad accettarlo.

Giusto? Sbagliato?

Concludo, in un cerchio perfetto, tornando a “Il Dio del dolore”: lì, per chi volesse, si può trovare una possibile risposta. Quella che proprio il Dio del dolore ha trovato attraverso i secoli, alla fine dei tempi.

Là dove il tempo non esiste (è ciclico) e a ogni fine segue sempre un nuovo inizio.

LA VITA, L’UNIVERSO E TUTTO QUANTO SECONDO ME (in una tazzina di caffè)
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Ok, cerco di fare chiarezza su quel poco che ho capito del meccanismo cosmico. Dio è il concetto che userò per semplicità per indicare la matrice universale (quindi non fatene una questione di semantica, badate al nocciolo che è scienza oltre che spiritualità). Tutto questo può tranquillamente applicarsi alle religioni orientali, basta sostituire a Provvidenza la parola Karma.
1) Dio concede il libero arbitrio, che è la libera scelta tra bene e male. Potrebbe imporre il suo ordine, ma non sarebbe la stessa cosa, perché noi non ci accorgeremmo di quello che facciamo e, senza la percezione del male, non potremmo distinguere il bene (contrasto di sapori).
2) Poiché però Dio di fondo è buono (?) allora deve guidare verso il bene. Non può intervenire, ma può indicare. Questa è la Provvidenza. Che si manifesta in tre forme a) dialogo interiore, ma si deve stare attenti a distinguere la Provvidenza dalla Tentazione; b) intervento di altre persone che hanno colto il messaggio (se non lo hanno frainteso); c) eventi naturali, che non interferendo sul libero arbitrio, se non in misura collaterale, possono influire in maniera drastica (ed essere direttamente operati da Dio).
3) Le persone che ci amano veramente e che possiamo amare veramente sono molto poche. Impariamo a distinguerle. A tal fine è importante notare che: è impossibile perdere una persona che si ami e ci ami. Se l’amore è reciproco, il legame è inscindibile. Questo comporta che con le persone che ci amano possiamo anche fare tutte le cazzate del mondo reciproche e rivelare i difetti reciproci, che tutto questo avrà influenza solo sullo stato di efficienza e serenità, non sul legame di fondo.
4) Le persone che ci amano sono quelle più appropriate a essere strumento della Provvidenza, ma possono sbagliare; a volte un estraneo può essere occasionalmente inviato in maniera più efficiente, mentre a volte non centra nulla. Quindi bisogna sempre stare attenti a riconoscere.
5) Il dolore non si supera e non si cancella, a patto fondamentalmente di fottersene (buddhità/serenità cristiana). Fottersene significa fondamentalmente trascendere lo stato umano. Quindi restare nello stato umano comporta la convivenza con il dolore, che dio non elimina (?) perché strumento di manifestazione primario per il libero arbitrio e, in sostanza, a) di giudizio della persona (buono/cattivo) e b) di sua evoluzione;
6) poiché Dio è fondamentalmente buono (?) e perdona tutti, allora di fondo giudicare se uno è buono o cattivo serve a un cazzo, se sarà perdonato comunque. Lo stato finale è una assenza di inferno e purgatorio (che peraltro sarebbero una reiterazione delle prove del mondo umano in versione sanzione accessoria/recidiva), ma semmai un paradiso suddiviso in distanza da Dio, rectius dallo stato di grazia e beatitudine assoluta. In questo senso la concezione della prova di evoluzione si concilierebbe con la religione orientale e darebbe un senso a tutta la struttura.
7) gli animali sono manifestazioni divine, spesso in particolare sofianiche (i cani), in quanto tali tendono (soprattutto gli animali da compagnia vicini all’uomo come i cani) ad amare incondizionatamente e indicano all’uomo il giusto rapporto con il creato (questo perché in loro il libero arbitrio è ridotto e sono strumenti e angeli).
8) in definitiva, però, tutto questo mi pare francamente UN PO’ ECCESSIVO… Però tanto è… Ci attacchiamo bellamente al cazzo. Ah sì, ATTENZIONE: il concetto di prova/crescita è esponenziale come in un videogioco, più si procede più diventa dura. Quando avrete superato una prova dura e penserete, dai passata, occhio che ne arriva una più grossa.
CONCLUSIONE: se vi state chiedendo se non si starebbe meglio senza libero arbitrio e capite perché spesso essere scemi (e al livello più infimo del gioco) significa stare meglio perchè proprio non si capiscono le cose… Beh, è una domanda legittima e lecita proprio per libero arbitrio che avete…

J.R.R. Tolkien – La storia di Kullervo – Recensione
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Recentemente uscita da Bompiani l’edizione italiana de “La storia di Kullervo”, nuovo inedito Tolkieniano ispirato dal Kalevala: «Il Kalevala è un poema epico composto da Elias Lönnrot nella metà dell’Ottocento, sulla base di poemi e canti popolari della Finlandia. Lönnrot assemblò e ricostruì la memoria storica delle genti finniche attraverso la massa dei canti prodotti dalla loro poesia tradizionale, riunendone in una sola opera la cosmogonia iniziale e il ciclo eroico/mitologico. La storia di Kullervo è strutturata in runi (capitoli), dal 31 al 36 del Kalevala» (Fonte Wikipedia).

Il volume di Bompiani, di circa 272 pagine (€ 19,00), presenta principalmente il testo della storia di Kullervo nella versione riscritta da Tolkien, purtroppo parzialmente incompleta (il finale è riassunto in pochi appunti mai sviluppati). Il testo è seguito da note e commenti, da un saggio (in duplice versione) dello stesso Tolkien sul Kalevala e da un saggio conclusivo su Tolkien, il Kalevala e la storia di Kullervo della curatrice del libro, la studiosa Verlyn Flieger. I soli testi di Tolkien, in questa edizione, sono presentati anche in versione originale, con testo inglese a fronte. L’immagine di copertina è un disegno originale sempre di Tolkien.

kullervo

La sinossi del libro Bompiani delinea brevemente, ma efficacemente, la trama: «Kullervo figlio di Kalervo è forse il personaggio più oscuro e tragico di Tolkien. “L’infelice Kullervo”, come lo definisce Tolkien stesso, è uno sfortunato orfano dotato di poteri sovrumani e avviato a un tragico destino. Cresciuto nella casa dell’oscuro mago Untamo, che ha ucciso suo padre, rapito sua madre e che per tre volte ha cercato di ucciderlo quando era ancora un bambino, Kullervo non ha nulla al mondo se non l’amore della sorella gemella, Wanona, e la protezione di Musti, un cane nero dai poteri magici. Quando viene venduto come schiavo, il ragazzo giura di vendicarsi del mago. Tolkien scrisse che La Storia di Kullervo era il suo tentativo di creare una leggenda originale, oltre che un nodo importante nelle vicende della Prima Era: Kullervo infatti è antenato di Túrin Turambar, l’eroe tragico e incestuoso del Silmarillion. Con la sua potenza narrativa autonoma, La Storia di Kullervo è un tassello fondamentale nella struttura del mondo creato da Tolkien, e viene qui pubblicata per la prima volta con annotazioni, saggi e altri materiali sull’opera che ha ispirato l’autore, il Kalevala.»

Innanzitutto la storia, come già accaduto per Sigurd o Arthur, è l’esperimento incompiuto di un giovane Tolkien di riscrivere (tra il 1912 e il 1916) un testo epico che lo aveva molto colpito e influenzato: erano i primi tentativi del futuro creatore di Arda di cimentarsi con la scrittura di componimenti epici e magici. Sono molti gli influssi che avrebbe poi sviluppato nella sua poetica, a partire dai nomi, che mutano spesso nel corso del testo, dimostrano l’evoluzione di personaggi che nascono tratti dal poema originale per sviluppare proprie peculiarità, al punto da reclamare un nome nuovo e autonomo. Sono evidenti le radici che avrebbero poi portato ai nomi di personaggi e dei dello stesso Tolkien e, forse, alcuni accenni si ricollegano proprio alla prima creazione della lingua elfica Quenya (nel libro scritto Qenya – che non ho chiaro se sia un errore di Bompiani, perchè ho sempre visto scritto Quenya).

Ancora, centrale, è il tema [segue SPOILER!] dell’incesto frutto di errore dovuto a magia o maledizione, che porta al tragico suicidio dei personaggi: verso la conclusione dell’opera il protagonista si unisce alla sorella, senza sapere chi sia, come poi accadrà anche nella storia di Túrin (sia nella recente versione autonoma, sia in quella raccolta nel Silmarillion o nei volumi della History).

La storia dovrebbe precedere brevemente il sorgere vero e proprio dell’amore tra Tolkien e sua moglie Edith Bratt e, forse, questo elemento è ben visibile nell’amore tra Kullervo e sua sorella, che nasce sostanzialmente come una violenza: mi viene da ipotizzare che in questa fase della sua vita Tolkien fosse ancora acerbo, pronto a descrivere personaggi “malvagi” e privo di certi lirismi romantici che, invece, avrebbero poi caratterizzato i grandi amori delle sue trame (e il suo matrimonio).

Kullervo ha i tratti del “pastore di lupi” della mitologia nordica e la sua figura costituisce sostanzialmente un Ulfhedinn/Berserk, il guerriero invincibile e invasato da Odino, costituendo ancora un antesignano del Beorn de Lo Hobbit.

Indubbiamente è il libro più amaro tra quelli letti del Professore. Kullervo è un anti-eroe: un personaggio rozzo, malvagio, crudele, rabbioso; deforme e brutto persino nell’aspetto (con accenni quasi razzisti). Il male che scatena e compie, con le sue magie, alla fine [segue SPOILER!] finisce per annientare tutti i personaggi della storia, compreso il meraviglioso cane Musti/Mauri, fino al suicidio dello stesso Kullervo. Sono rari i personaggi così oscuri tra gli eroi di Tolkien e, anzi, Kullervo è il primo e unico ad apparire in una versione così pura, ma al contempo sempre in bilico tra l’essere il buono o il malvagio della storia…

La prova letteraria, invece, è molto valida: mai, forse, come in questo testo, Tolkien riscrive l’epica con una forma che richiama, nel sapore, l’epica stessa originale, senza tuttavia rendere il testo eccessivamente pesante (la lettura scorre godibile). La traduzione è buona, contando che il testo a fronte è spesso ricco di arcaismi e parole di derivazione finnica. Nel testo sono presenti elementi di magia (dal sapore persino orientale, come i peli del cane Musti), canzoni/preghiere, figure poetiche rurali (quasi delle kenningar moderne).

Il libro costituisce un nuovo interessante tassello del panorama di questo grande Autore e ne consiglio la lettura sia agli amanti di Tolkien che a quelli dell’epica in generale.

Una piccola nota: attenzione perché, nonostante il libro sia uscito a marzo 2016, immediatamente sono state diffuse due edizioni: prima e seconda ristampa, entrambe del marzo 2016, che circolano allegramente assieme, sparse tra librerie e stores on-line. Se siete collezionisti di prime edizioni, controllate bene la pagina dei crediti e diritti.

 

Excalibur – Breve storia della mitica spada di Re Artù
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Mitica spada di Re Artù, anche chiamata “Caliburn” o “Caliburno” o “Caledwlch”, forgiata sull’isola di Avalon. Erroneamente considerata la spada che Artù estrasse da un’incudine, posta sopra una roccia, e che mediante tale rituale lo avrebbe fatto incoronare e riconoscere quale monarca, è invece una spada che egli acquisì successivamente. Thomas Malory, infatti, nel suo “Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri”, racconta di come Artù fu quasi sconfitto, durante un viaggio in compagnia di Merlino, da un forte cavaliere presso una fonte: il cavaliere era un certo Pellinor, che in seguito sarebbe entrato al servizio di Artù come cavaliere della Tavola Rotonda. Dopo essersi curato presso un eremita, Artù si accorse di essere rimasto senza una spada. Preoccupato per l’improvviso disarmo, fu rincuorato da Merlino, che gli disse: «Non importa, non lontano da qui ce n’è una che vi apparterrà, e io so come farvela avere.» Si recarono, pertanto, presso un Lago “vasto e ameno”, dal quale emergeva un braccio rivestito di sciamito bianco e sorreggente una magnifica spada. In quel luogo, ad Artù si avvicinò Lile, la Dama del Lago, reale proprietaria della spada sorretta dal braccio. Artù chiese la spada alla Dama, la quale rispose: «Se mi concederete un dono allorquando ve lo chiederò, sarà vostra.» Dunque Artù, salito su una barchetta, raggiunse il braccio rivestito di sciamito bianco, afferrò la spada, nel suo fodero, e la fece propria, mentre il braccio si inabissava. In seguito, il cavaliere Balin, detto il Selvaggio, nonché Cavaliere delle due spade, estrasse un’altra magica spada, poi appartenuta anche al prode Galahad, da un fodero da cui nessuno riusciva a estrarla, liberandone una gentildonna – messaggera di Dama Lile – che la portava al fianco con suo grande disagio. Questa seconda spada apparteneva, anch’essa, alla Dama del Lago, la quale si recò presso Artù chiedendo quel dono pattuito alla consegna di Excalibur: in particolare, chiedeva la testa di Balin, assassino del di lei fratello, o la testa della messaggera, assassina del di lei padre; o, ancora meglio, la testa di entrambi. Artù non voleva concedere simili doni, che gli avrebbero arrecato disonore, e chiese di poter rendere qualunque altro servigio in alternativa. Mentre ancora temporeggiava con Dama Lile, sopraggiunse Balin, che recise il capo della donna, accusandola di aver compiuto falsità e incantesimi che – tra i tanti misfatti – avevano condotto la madre del cavaliere al rogo. Artù, disonorato dalla condotta di Balin, lo scacciò dal regno e provvide a seppellire Dama Lile con tutti gli onori: tuttavia, ne seppellì il corpo decapitato, poiché la testa fu inviata da Balin ai propri amici in Northumberland, per dimostrare la compiuta vendetta in memoria della madre.

In punto di morte, Artù domandò a Sir Bedivere di gettare Excalibur in mare: Bedivere acconsentì e si allontanò con la spada. Per strada si mise ad osservare “la nobile arma e le pietre preziose che ricoprivano il pomo e l’elsa” e pensò che il gettarla via ne avrebbe fatto derivare solo perdite e danno. Pertanto, la nascose sotto un albero e tornò dal re, che gli chiese cosa avesse visto nel gettarla via. Bedivere rispose: «nient’altro che onde e venti.» Artù capì che Bedivere mentiva e, dopo averlo redarguito, gli domandò nuovamente di gettare la spada in mare. Tuttavia, nuovamente Bedivere nascose la spada e tornò da Artù dicendo di aver visto null’altro che “flutti e ondate nere”. Artù nuovamente si adirò e lo ingiuriò dandogli del fedifrago e traditore e gli ordinò di gettare la spada: infatti, il re era preoccupato dall’avvicinarsi della morte e minacciò di uccidere Bedivere, se non avesse adempiuto all’ordine. Finalmente Bedivere, spaventato dalle minacce, andò a recuperare la spada, là dove l’aveva nascosta, e si recò in riva al mare: “avvolse la cintura intorno all’elsa e la scagliò più lontano che poté. Allora vide un braccio e una mano sorgere dall’acqua, afferrarla stretta, brandirla tre volte e poi inabissarsi con l’arma.” Quando tornò da Artù, per la terza volta, gli disse cosa realmente avesse visto e questi, soddisfatto, si fece aiutare a raggiungere l’imbarcazione che lo avrebbe portato sull’isola di Avalon. In questa storia è possibile riconoscere un parallelo simbolico con le tre negazioni mosse da Pietro a Gesù nella narrazione della Passione.

Excalibur, il cui nome (sostiene sempre Malory, per quanto l’etimo sia incerto) significherebbe “Taglia Acciaio”, sarebbe stata, secondo la leggenda, pressoché invincibile. Eppure, il vero punto di forza di quest’arma era il rispettivo fodero: infatti, chiunque lo cingesse al fianco, per quanto venisse ferito, non avrebbe sanguinato e sarebbe stato quindi invincibile. Infatti, spada e fodero uniti costituirebbero, per le loro prodigiose caratteristiche, sia un invincibile attacco che un’ottima difesa.

Goffredo di Monmouth, nel suo “Historia regum britanniae”, l’opera più celebre sull’Artù storico, menziona la spada Excalibur accanto ad altri due strumenti marziali incredibili, sempre posseduti dal monarca: la lancia Ron e lo scudo Prydwen. La lancia è descritta come «lunga e larga, adatta a fare strage di nemici.» Su detto scudo, invece, sarebbe stata rappresentata l’immagine della Vergine Maria: in tal modo Artù aveva sempre presente nella mente la figura della Madre di Cristo.

Per quanto riguarda l’altra spada di Artù, quella generalmente confusa con Excalibur ed estratta da un’incudine sopra una roccia, si può brevemente osservare come sia un probabile riferimento ad istituti giuridici di origine sassone. Era, infatti, usanza diffusa presso i popoli germanici (che, vale la pena ricordare, nei primi cinque secoli d.C. furono spesso alleati o rivali dei britanni, andando a costituire con essi quel popolo anglo-sassone cui, appunto, si deve parzialmente riferire il ciclo Arturiano) che il figlio di un nobile andasse a combattere, come soldato, nell’esercito di un altro nobile, presso cui così compiva il proprio addestramento senza alcun favoritismo. Successivamente, quando il ragazzo raggiungeva l’età adulta, poteva tornare presso la famiglia d’origine e prendere finalmente posto in essa, magari sostituendo il padre al comando. A tale istituto si aggiunga il cerimoniale delle spade (descritto persino nel “Gesta dei re e degli eroi danesi” da Saxo Grammaticus), consistente nel dissotterramento della celebre e avita spada paterna: è una prova cui il pretendente al trono era tenuto a cimentarsi per dimostrare la propria legittimità, simboleggiante il raggiungimento dell’età adulta e della forza necessaria a combattere con la spada, sia in difesa della stirpe, sia per comandare il popolo. Nelle antiche saghe le armi sono generalmente sepolte nei tumuli: l’estrazione della spada paterna da un’incudine o roccia, in cui era stata conficcata in precedenza, ne è probabilmente una variante. È narrato, a proposito, di come Artù fu educato da mago Merlino e allevato non dal padre, Uther Pendagron, bensì da un altro nobile, Sir Ector (o Hector), e dalla di lui moglie, insieme al figlio di quest’ultimo, fratello di latte per Artù. Il ragazzo in questione aveva nome Kay (o Kaio o Cai o Cei), e altri non è che il celebre Sir Kay, il Siniscalco, altro cavaliere della tavola Rotonda. Morto Uther Pendragon e rimasto senza monarca il regno d’Inghilterra, su consiglio di Merlino, tutti i nobili e gentiluomini d’armi del regno furono convocati, sotto pena di scomunica, dall’Arcivescovo di Canterbury a Londra nel giorno di Natale. Infatti, come Gesù, quella notte, era nato per essere Re del mondo, così il Padre avrebbe concesso il miracolo di far sorgere, quella stessa notte, il Re d’Inghilterra: colui che avrebbe estratto la celebre spada incastonata nell’incudine. Queste sono le parole con cui è descritto il luogo da Malory: “Nel camposanto dietro l’altare maggiore fu vista una grande roccia quadrangolare, simile a un blocco di marmo, che sorreggeva nel mezzo una sorta d’incudine d’acciaio alta un piede in cui era infitta una bella spada. Intorno all’arma una scritta in lettere d’oro diceva – colui che estrarrà questa spada dalla roccia e dall’incudine è il legittimo re di tutta l’inghilterra.” Ebbene, si narra che Artù, ancora giovane, accompagnasse al torneo di Capodanno il patrigno Ector e il fratellastro Kay: quest’ultimo da poco investito cavaliere, nel giorno di Ognissanti. Essendo rimasto senza spada, Kay chiese ad Artù di tornare a prenderla all’alloggio paterno. Giunto in loco, Artù lo trovò serrato e deserto. Per non lasciare senza spada il fratellastro, si recò a estrarre “con uno strappo deciso, ma senza sforzo” la spada al camposanto, lasciato incustodito dai guardiani, recatisi con tutti gli altri alle giostre. Sir Kay capì subito di quale spada si trattasse e provò a investirsi monarca innanzi al padre Ector: ma subito rivelò essere stato Artù a estrarre la spada. La spada fu reinserita nell’incudine: sia Ector che Kay tentarono più volte d’estrarla e nella stessa impresa si cimentarono moltissimi baroni, nobili e cavalieri, più volte, a distanza di giorni o settimane, tanto nel giorno dell’Epifania, quanto a Candelora, a Pasqua e a Pentecoste; l’unico, tuttavia, che riuscì sempre e solo a estrarre la spada senza fatica, tutte le volte che vi provò, fu Artù, che fu pertanto incoronato re d’Inghilterra, per acclamazione del popolo, nel giorno di Pentecoste.

Così, con l’addestramento fuori dalla propria famiglia e l’estrazione della spada per diventare monarca, il mito di Artù si ricollega proprio ai simboli e agli istituti giuridici della realtà di quell’epoca. Uno di quegli infiniti scambi tra mito e realtà così diffusi e cari al ciclo Arturiano.

(Copyrights: Francesco Brandoli)