Warcraft – L’inizio – Recensione
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Premetto immediatamente che non sono mai stato un giocatore di Warcraft e la mia conoscenza del videogioco è pressoché inesistente, pertanto il mio parere si dirige direttamente alla trama e al film che, in definitiva, ho trovato piacevole e carino, ma non esaltante né una pietra miliare.

La storia tratta di un’orda di orchi che abita un mondo al collasso e che, pertanto, guidati dal loro potente stregone, cercano di conquistare un altro mondo, passando attraverso un portale dimensionale (concettualmente simile al noto Stargate). La magia dello stregone si basa su una energia detta Vil che, di fondo, è l’energia vitale intrinseca di ogni essere vivente. Proprio perché il mondo degli orchi è al collasso, lo stregone non ha abbastanza potere per far passare tutta l’orda e porta con sé un primo esercito, per razziare e conquistare il mondo dei 7 regni (Westeros?) ove catturare viva la popolazione per estrarre altro Vil. Da qui parte un intreccio, che non svelo, che porta il regno degli uomini a fronteggiare l’invasione degli orchi, con l’aiuto del Guardiano (il mago posto a presidio della pace) e di un giovane apprendista, il tutto nel pressochè totale menefreghismo di nani ed elfi che se ne sbattono bellamente.

Il grosso della storia è un collage di cliché che, tutto sommato, raggiunge il suo scopo: offrire una storia fantasy godibile e di totale intrattenimento, che può piacere come annoiare a seconda dello spettatore. Sicuramente non offre nulla di eccelso o particolarmente laborioso o geniale, nonostante il meccanismo in sé sia ben strutturato, pur con palesi forzature o scemenze. Proprio verso la fine del film ci sono una o due scene che indubbiamente spezzano la monotonia e prevedibilità della trama (seppur di poco) e offrono anche qualche dialogo particolarmente seducente, il tutto sostanzialmente predisponendo l’arco narrativo per uno o più seguiti, immaginabili fin dal sottotitolo “l’inizio” dato al film.

Sicuramente l’impostazione video-ludica è fondante: sia a livello grafico che scenico, il film si presenta come un enorme videogioco (o fumetto o cartone). I personaggi sono stereotipati all’inverosimile, la personalità appena abbozzata o approfondita quel tanto che serve a dare un minimo di credibilità alla trama in quei cinque minuti in cui non ci sono duelli o esplosioni. Alcuni dettagli sono indubbiamente privi di senso e l’intera struttura narrativa (almeno per un profano del gioco, ma temo per chiunque) si presenta non immediatamente comprensibile, perché alcuni aspetti – per quanto minuti e banali – sono buttati in mezzo un po’ allo sbaraglio, sostanzialmente richiedendo allo spettatore di accettarli senza contestazioni o attendere lo sviluppo della trama per cercare di attribuirgli il giusto senso e ruolo e significato.

Concludo con una triplice osservazione per i puristi del fantasy:

  1. fin dai primi minuti c’è un inserimento di armi da fuoco, peraltro quasi assenti nel film complessivo, che mi risultano esserci nel videogioco, ma che sicuramente faranno storcere il naso a tutti i puristi del genere (e sinceramente potevano serenamente non essere inserite nel film visto che non aggiungono nulla e alterano vistosamente l’ambientazione);
  2. non chiedetemi i nomi dei personaggi, perchè non me ne resta in mente uno (sì, sono i soliti nomi astrusi da fantasy che la gente odia, ma che di solito io recepisco serenamente, ma non in questo in film);
  3. la magia è quella classica da videogioco. Un mago, in Warcraft, fa un sacco di belle cose piene di luci, colori, energia, barriere, esplosioni, etc… A me è sostanzialmente il tipo e concetto di magia che piace in un fantasy (sinceramente inserire dei maghi che poi alla fine siano poco più di anziani saggi o indovini lo trovo sempre molto sprecato). Però so perfettamente che non è l’archetipo di mago della impostazione classica del fantasy che, già con Tolkien o la Le Guin, di fondo non abusa mai di poteri ed effetti speciali.
Sherlock Holmes & il Necronomicon
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È appena uscito il secondo volume (di 2) del fumetto “Sherlock Holmes & il Necronomicon”, edito da Now Comics (etichetta 001 edizioni), con testi di Cordurié e disegni di Krstic’-Laci: un pastiche che miscela il detective di Doyle con le atmosfere di Lovecraft.

Proprio in questo secondo volume è contenuto un estratto del mio saggio “L’arte grafica di H.P. Lovecraft” edito da Dagon Press.

Una succosa occasione per leggere un buon fumetto e stuzzicare la curiosità per la lettura del mio saggio.

Il Disegno dell’Universo
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Nel mio romanzo “Il Dio del dolore”, l’intero creato è simbolicamente rappresentato da disegni che il Creatore – il dio supremo e originario – esegue nella sabbia. Sabbia di multiformi colori e lucentezze, che viene soffiata via dal Vento della creazione e portata nel Mondo (attraverso i Mondi) dove diventa reale.

Questa immagine simbolica ritrova una sua radice diretta nelle tecniche orientali di rappresentazione dei Mandala con la sabbia: il Mandala è un disegno che serve per meditare, per concentrarsi, svuotare la mente e infine entrare in contatto con l’Universo intero.

Il principio base nella cultura orientale è il non-attaccamento; l’accettazione dell’impermanenza, la mutevolezza dell’esistenza. Il dolore si crea quando si cerca di resistere al mutamento. Un po’ come non si fa fatica a nuotare se ci si lascia trasportare dalla corrente, ma diventa difficilissimo e stancante (e letale) provare ad andare contro di essa.

Così, in applicazione di questo principio, dopo aver dedicato ore a concepire un Mandala meraviglioso con la sabbia, ecco che il monaco lo distrugge, con un semplice gesto della mano: meditazione sull’effimero; la fragilità dell’esistenza, la transitorietà delle cose.

Quando l’Antico, il Dio supremo del mio romanzo succitato, spiega al giovane dio della morte e del dolore tutto questo, spiega anche come ogni volta che viene a spostarsi un solo granello di sabbia del disegno (un tassello del mosaico) ecco che improvvisamente tutto cambia. Il Disegno intero non è più uguale a sé stesso. Eppure, il Disegno intero è sempre bello e perfetto. Pensiamoci: se usiamo la stessa sabbia e gli stessi colori, impastandola in continui e diversi disegni, per quanto il Mandala muti, sarà sempre altrettanto bello e altrettanto perfetto. Soprattutto, sarà sempre altrettanto completo. Come in un caleidoscopio.

In un Universo in cui nulla si crea e nulla si distrugge, ogni componente che cambia rende sempre nuovo e da scoprire il Disegno. Se poi andassimo a sostituire la sabbia con altra sabbia, di altri colori, allora ecco che il tutto muterebbe ancora e ancora…

Cos’è un Mandala di sabbia ai nostri occhi? Cos’è un caleidoscopio con cui giochiamo da bimbi? Un giocattolo. Un divertimento.

Agli occhi del Creatore, l’intero Disegno dell’Universo appare come un fragile disegno nella sabbia. Tutto è effimero. Tutto può essere soffiato via. Tutto può essere completamente rigenerato e sostituito.

Ognuno di noi conta quanto un granello di sabbia: non siamo protagonisti di una tela; non siamo la scultura di Michelangelo. Siamo semplici granelli di sabbia.

Ognuno di noi è perfettamente sostituibile.

Il nostro dolore è il voler restare al centro del Disegno. Il volere acquisire un ruolo diverso dal pigmento.

Il nostro pensare che il nostro punto nel mosaico, accanto ad altri granelli, sia intoccabile; quando invece ognuno di noi può essere spostato, cancellato, eliminato, separato.

Si superano i lutti. Si superano le morti. Si superano i distacchi.

Quando la mente è libera dal dolore, ecco che improvvisamente non ci si pensa e tutto appare completo e perfetto: come in una nuova vita. Un nuovo Disegno.

Questo perché ognuno di noi è perfettamente sostituibile nel Disegno.

Una riga bianca.

Una pausa.

Ci vuole un attimo a digerirlo. Una vita ad accettarlo.

Giusto? Sbagliato?

Concludo, in un cerchio perfetto, tornando a “Il Dio del dolore”: lì, per chi volesse, si può trovare una possibile risposta. Quella che proprio il Dio del dolore ha trovato attraverso i secoli, alla fine dei tempi.

Là dove il tempo non esiste (è ciclico) e a ogni fine segue sempre un nuovo inizio.

LA VITA, L’UNIVERSO E TUTTO QUANTO SECONDO ME (in una tazzina di caffè)
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Ok, cerco di fare chiarezza su quel poco che ho capito del meccanismo cosmico. Dio è il concetto che userò per semplicità per indicare la matrice universale (quindi non fatene una questione di semantica, badate al nocciolo che è scienza oltre che spiritualità). Tutto questo può tranquillamente applicarsi alle religioni orientali, basta sostituire a Provvidenza la parola Karma.
1) Dio concede il libero arbitrio, che è la libera scelta tra bene e male. Potrebbe imporre il suo ordine, ma non sarebbe la stessa cosa, perché noi non ci accorgeremmo di quello che facciamo e, senza la percezione del male, non potremmo distinguere il bene (contrasto di sapori).
2) Poiché però Dio di fondo è buono (?) allora deve guidare verso il bene. Non può intervenire, ma può indicare. Questa è la Provvidenza. Che si manifesta in tre forme a) dialogo interiore, ma si deve stare attenti a distinguere la Provvidenza dalla Tentazione; b) intervento di altre persone che hanno colto il messaggio (se non lo hanno frainteso); c) eventi naturali, che non interferendo sul libero arbitrio, se non in misura collaterale, possono influire in maniera drastica (ed essere direttamente operati da Dio).
3) Le persone che ci amano veramente e che possiamo amare veramente sono molto poche. Impariamo a distinguerle. A tal fine è importante notare che: è impossibile perdere una persona che si ami e ci ami. Se l’amore è reciproco, il legame è inscindibile. Questo comporta che con le persone che ci amano possiamo anche fare tutte le cazzate del mondo reciproche e rivelare i difetti reciproci, che tutto questo avrà influenza solo sullo stato di efficienza e serenità, non sul legame di fondo.
4) Le persone che ci amano sono quelle più appropriate a essere strumento della Provvidenza, ma possono sbagliare; a volte un estraneo può essere occasionalmente inviato in maniera più efficiente, mentre a volte non centra nulla. Quindi bisogna sempre stare attenti a riconoscere.
5) Il dolore non si supera e non si cancella, a patto fondamentalmente di fottersene (buddhità/serenità cristiana). Fottersene significa fondamentalmente trascendere lo stato umano. Quindi restare nello stato umano comporta la convivenza con il dolore, che dio non elimina (?) perché strumento di manifestazione primario per il libero arbitrio e, in sostanza, a) di giudizio della persona (buono/cattivo) e b) di sua evoluzione;
6) poiché Dio è fondamentalmente buono (?) e perdona tutti, allora di fondo giudicare se uno è buono o cattivo serve a un cazzo, se sarà perdonato comunque. Lo stato finale è una assenza di inferno e purgatorio (che peraltro sarebbero una reiterazione delle prove del mondo umano in versione sanzione accessoria/recidiva), ma semmai un paradiso suddiviso in distanza da Dio, rectius dallo stato di grazia e beatitudine assoluta. In questo senso la concezione della prova di evoluzione si concilierebbe con la religione orientale e darebbe un senso a tutta la struttura.
7) gli animali sono manifestazioni divine, spesso in particolare sofianiche (i cani), in quanto tali tendono (soprattutto gli animali da compagnia vicini all’uomo come i cani) ad amare incondizionatamente e indicano all’uomo il giusto rapporto con il creato (questo perché in loro il libero arbitrio è ridotto e sono strumenti e angeli).
8) in definitiva, però, tutto questo mi pare francamente UN PO’ ECCESSIVO… Però tanto è… Ci attacchiamo bellamente al cazzo. Ah sì, ATTENZIONE: il concetto di prova/crescita è esponenziale come in un videogioco, più si procede più diventa dura. Quando avrete superato una prova dura e penserete, dai passata, occhio che ne arriva una più grossa.
CONCLUSIONE: se vi state chiedendo se non si starebbe meglio senza libero arbitrio e capite perché spesso essere scemi (e al livello più infimo del gioco) significa stare meglio perchè proprio non si capiscono le cose… Beh, è una domanda legittima e lecita proprio per libero arbitrio che avete…

Captain America: Civil War – Recensione
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Parlare di questo film richiede tre premesse.

La prima è che – mentre sappiamo bene quanto i parenti siano importanti nel passato dei super-eroi, spesso segnato da tragedie che spronano a un superiore senso di giustizia/vendetta – l’attuale deriva dei film supereroici, in particolare, ci rivela che a loro gli si può toccare tutto, tranne la mamma. Lì si adirano e sono pronti a menarsi anche tra loro.

La seconda è che, da sempre, reputo l’uomo ragno il migliore tra gli eroi Marvel e sono profondamente addolorato del destino che ha segnato la sua storia cinematografica. Sam Raimi ha fatto due film capolavoro, salvo chiudere la trilogia con un aborto orrido che ha rovinato quanto fatto prima (il regista di Evil Dead ha sprecato persino Venom!). Era necessario ripartire, ma pare proprio che la Sony non ne fosse capace, come dimostrano gli scarsi successi di Garfield (l’attore, non il gatto).

La terza è che apprezzo in particolare i film di Cap. America, perchè trovo che in essi la Marvel riesca a distaccarsi maggiormente dal tema super-eroi e creare degli ottimi film d’azione in senso ampio. Il secondo capitolo di Cap., Winter soldier, non aveva nulla da invidiare agli ultimi James Bond. I personaggi spesso sono privi di super-poteri, ma sono soltanto abili combattenti. Lo stesso Cap. è un supersoldato, fortissimo sì, ma senza particolari doti, tranne uno scudo molto duro. Ci sono intrecci di spionaggio e ottime trame. Sono film che possono piacere a tanti tipi di pubblico.

Chiarite queste tre cose, posso parlare del film. Mentre mi attendevo troppo da Batman vs. Superman (con aspettative solo in parte ricambiate, la mia recensione è qua), mi aspettavo poco o nulla da questo film e invece sono stato profondamente appagato.

La trama è ben strutturata, i dialoghi sono buoni e funzionali, i personaggi – tanti, da tenere uniti – sono comunque ben caratterizzati. Una buona parte del film si struttura proprio con quelle tematiche da spy-story alla 007 che citavo sopra.

Gli eroi Marvel hanno più volte creato disastri, cagionando anche vittime collaterali tra i civili (nulla pare contare che questo avvenisse salvando l’intera razza umana dall’estinzione per mano di alieni o dei malvagi, leit motiv anche in Batman vs. Superman). L’ONU vuole che gli Avengers si sciolgano o passino sotto il controllo della politica.

Il solo personaggio che pare ribellarsi a tutto questo è Cap. America. Un dialogo fa capire l’importanza, alle volte, di essere il solo a fare la cosa giusta, sempre e comunque, a costo di mettersi contro il mondo intero, se necessario (altro paragone con il film DC già citato, ma qui espresso in maniera più chiara e coerente). Non è forse questo che contraddistingue il super-eroe? Non è questo che rende il Cap. ciò che è? Un simbolo.

Del resto è un nuovo, euforico e giovanissimo Peter Parker a ricordarci cosa dovrebbe spingere ogni eroe a essere tale: che da grandi poteri derivano grandi responsabilità; perchè succedono cose brutte quando non si fa attenzione a usare quei poteri. Qualcosa che Tony  Stark, alias Iron-Man, per quanto geniale, pareva non avere mai capito prima.

Lo scontro civile tra super-eroi rappresenta il momento di maggior azione del film e sicuramente l’attimo più atteso e scenografico. Piace, convince, avvince. Presentandoci uno Spider-man che presto tornerà e che, per quanto lontano in alcuni dettagli fondamentali dall’originale (ad es. la tuta e zia May), riprende lo spirito più puro del personaggio, confermando che la Marvel sa davvero come gestire i suoi eroi, come da decenni li gestisce. Al punto che troviamo uno spider-man spiritoso, intelligente e – diciamolo – quasi più forte di tutti gli altri personaggi sulla scena. Come dovrebbe essere.

Il film, in definitiva, è ottimo e ne suggerisco la visione soprattutto agli amanti del genere.

Attendo curioso i prossimi episodi dell’arrampicamuri e i capitoli di Infinity War in cui dovremmo rivedere uniti e in numero esteso, ancora una volta, i super-eroi più amati di sempre.

Marvel's Captain America: Civil War Spider-Man/Peter Parker (Tom Holland) Photo Credit: Film Frame © Marvel 2016
Marvel’s Captain America: Civil War
Spider-Man/Peter Parker (Tom Holland)
Photo Credit: Film Frame
© Marvel 2016

 

Nuovo riconoscimento al romanzo “Il Dio del dolore”
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Con immensa gioia comunico che la giura della Prima Edizione del Premio Nazionale di Letteratura “Le figure della parola” ha deciso di assegnare il primo premio sezione “ROMANZO FANTASY”
a FRANCESCO BRANDOLI (il sottoscritto) per il romanzo “Il Dio del dolore ”! Un nuovo riconoscimento al mio romanzo d’esordio!

Batman V Superman: Dawn of Justice – Recensione
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Il film è appena uscito nelle sale italiane il 23 marzo 2016, circa in contemporanea col resto del pianeta, è la critica è già lacerata tra amanti e detrattori.

Personalmente il risultato di questo film è positivo ed è esattamente ciò che mi aspettavo da questa pellicola.

Non so cosa si aspettasse il resto della gente, ma i trailer che gradualmente, nel corso degli ultimi due anni, hanno anticipato il film, ci hanno mostrato senza troppi limiti o maschere quello che era il prodotto finito: un classico film di Zack Snyder, in cui cioè la trama è semplice, ma accattivante; gli eroi sono massici gladiatori fanatici di body building estremo e le donne sono di classe e affascinanti.

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Soprattutto, come sempre in un film di Snyder, la trama e i dialoghi sono relativamente limitati e funzionali a un solo scopo: la spettacolarità di scontri sempre più estremi, in un parossismo in cui si giunga al punto del non-ritorno, laddove qualsiasi cosa esplode, qualsiasi corpo abbatte delle colonne o dei muri, e la pellicola cede il posto a effetti speciali in CG a livelli estremi.

Premesso tutto questo, che dovrebbe essere il bagaglio minimo di esperienza di chiunque conosca Snyder e abbia visto Man of Steel (oppure 300, Watchmen, Sucker punch…), ci troviamo in un film che riparte esattamente da dove proprio Man of Steel ci aveva lasciato. Riviviamo la distruzione di Metropolis durante il feroce duello Kal-El/Zod, guardandola dagli occhi di un impotente quanto nervoso Bruce Wayne. Un Bruce Wayne pronto ad affrontare Superman e sconfiggerlo, se necessario, in quanto potenziale minaccia per il genere umano: Batman è disilluso, dopo 20 anni di vita a Gotham ha visto chiunque cedere al lato oscuro e sa che potrebbe succedere anche al nostro caro Kryptoniano…

Questo Batman ha quindi pensieri che ci ricordano il Cavaliere Oscuro di Nolan più di quanto molta critica tenda a negare. È stato Nolan a trasformare il personaggio pop in un ninja: un personaggio dark, che si muove nell’ombra, con una voce contraffatta e cavernosa. Un pipistrello che fa di una coreografia dell’orrore il suo primo metodo di attacco: spaventando l’avversario che, di fronte a Batman, non sa capire se si trovi davanti un uomo o un demone. Metafora ribadita da Snyder e dal suo Bat-Affleck: un Batman enorme, massiccio, cattivo e duro come non si è mai visto. Un Batman tormentato da incubi che permettono al regista di divertire con scenari ipotetici e visionari (alla Bosch) di raro fascino.

Batman-V-Superman-Armored-Batsuit-Costume-Comic-Con

Senza cadere in spoiler, che si vogliono evitare, non concordo con chi estremizza l’analisi di questo film evidenziando i buchi di trama, le incongruenze o il forzato inserimento di altri personaggi DC, anche solo in un cammeo estemporaneo e brevissimo. Partiamo dal presupposto che sia un film di supereroi e la sospensione dell’incredulità è richiesta dal titolo: se non si può accettare la possibilità di un milionario ninja e di un alieno quasi divino, di certo non è possibile abbracciare la tesi di partenza del film. Ma una volta accettata quella tesi e quel mondo, simile al nostro, in cui esistono Metropolis e Gotham, ci si deve mantenere a quelle stesse regole per tutto il film affinché il tutto resti coerente e credibile. Ebbene, alcune scelte possono essere semplicistiche; altre possono essere forzate o stridere rispetto ad altri aspetti di personaggi che – in massima parte – sono fin troppo perfetti e potenti per essere umanizzati e indeboliti… Eppure, tutte queste scelte servono a elaborare una trama in cui uomini e dei devono essere snaturati per essere portati su un piano di gioco comune e interagire a livello emozionale tra loro (e con lo spettatore). Tutto questo ritengo che nel film sia realizzato: perché ogni scelta, per quanto opinabile, è coerente. Il film e la trama, nel complesso, reggono. Quello che Snyder voleva fare e ci aveva snudato e anticipato fin dal trailer è esattamente il prodotto finito e venduto. Nulla di più; nulla di meno.

Forse quello che non ci si attendeva era una Wonder Woman così potente da mettere quasi in ridicolo i maschietti del film (e questa critica non mi pare nessuno l’abbia mossa). Eppure Gal Gadot – che ringraziamo Snyder di aver trovato e offerto agghindata con degli abiti meravigliosi – diventa una vera e propria icona di suggestione e femminilità. Un personaggio perfetto, che sposa il meglio delle spie alla Bond o di Catwoman all’amazzone guerriera che ci attendevamo.

Batman V. Superman: Dawn Of Justice

Cavill è a suo agio, come sempre, nei panni di un Superman che ormai ha il suo aspetto: quel viso da bravo ragazzo, sempre pacato e raramente arrabbiato. Affleck lascia alle spalle il Davil della Marvel ricreando un Bruce Wayne e un Batman perfettamente consoni al personaggio e al film. Irons è un maggiordomo perfetto e fin troppo esperto di tutto (in questo ci riporta a un’immagine fumettistica di un certo Alfred che i film, specie con Nolan, avevano praticamente abbandonato).

Lex Luthor è interpretato magnificamente da Jesse Eisenberg: forse è un Luthor molto più psicopatico di quello a cui eravamo abituati. Ma ci sta. In questo film, nel mondo di Snyder, Luthor psicopatico è coerente. E l’interpretazione di Eisenberg è da Oscar. Ci ricorda (e fa rimpiangere) il Joker di Ledger. Personalmente è un cattivo che amo e adoro e penso resterà nel nostro immaginario con il suo tè alla pesca della nonna. Sicuramente è lui il vero cattivo del film, non certo il mostruoso Doomsday, graficamente uscito dal Signore degli Anelli senza apparente spiegazione (una sorta di Hulk contraffatto) tranne la sua funzione di distruttore, fondamentale per dare inizio alla spettacolare distruzione finale, con botte da orbi, senza cui Snyder non sta bene (e nemmeno noi, se siamo fan di Snyder)!

           Batman-v-Superman-Dawn-of-Justice-3   Batman-V-Superman-Movie-Doomsday-Trailer

Forse nel film c’è qualche morto di troppo? Sinceramente già Nolan aveva portato la guerra a Gotham… Ma in Snyder cosa vi aspettavate? Mentre una città esplode, disintegrata, chi è che si mette a contare i morti? Chi mai è andato a controllare l’esito dei traumi causati in uno scontro da Batman? Diciamola tutta: se c’è morte nel film di Snyder è perché c’è sempre nei suoi film, come c’è nella realtà.

Il film, infine, ci regala anche riflessioni sulla figura divina: un archetipo su cui l’uomo proietta molte sfumature che, in definitiva, il film suggerisce possano ridursi a una soltanto. Dio come colui che fa la cosa giusta. Sempre e comunque. Costi quello che costi.

Come già accadeva in Man of Steel, l’iconografia cristiana è ripetuta e assai presente, specie nella parte terminale del film in cui certe scene sembrano quasi riproporre graficamente, in una visione quasi blasfema, l’immagine del Dio cristiano. Un film quanto mai pasquale, dato il periodo…

Quanto all’accenno fatto ad altri super-eroi: insomma, il sottotitolo del film è Dawn of Justice. Sapevamo che non avrebbe parlato solo dello scontro tra Batman e Superman, ma che il film avrebbe gettato le basi per la nascita della Justice League, che sarà oggetto di almeno due prossimi film, sequel di questo. Io personalmente mi sarei aspettato anche una maggior presenza di altri personaggi, specie in occasioni in cui sarebbe stato scontato attenderli. Alcuni accenni potrebbero essere funzionali a future trame e colpi di scena che oggi possiamo solo ipotizzare (io credo che lo scontro tra Batman e Superman sia tutt’altro che esaurito). Vedremo i futuri capitoli e giudicheremo alla fine.

Intanto godiamoci questo film che, preso per quello che è, si offre come perfettamente godibile (quasi tre ore che passano veloci e in scioltezza, senza quasi rallentamenti o spreco di scene). Attendiamo la versione estesa e vietata ai minori per eventuali ulteriori dettagli, anche sui presunti buchi di trama. E se poi abbiamo sete di scontri tra eroi… Attendiamo la Civil War della Marvel che è proprio dietro l’angolo. O, per restare in tema DC comics, l’intervento della Suicide Squad da cui, invece, mi attendo molto poco, specie con il Joker di Leto che dubito saprà reggere il carisma di Ledger e di cattivi, come questo Luthor psicopatico, che sono sempre più solidi e centrali nelle trame dei film di Supereroi, includendo la Marvel con i più recenti film di Cap. America.

J.R.R. Tolkien – La storia di Kullervo – Recensione
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Recentemente uscita da Bompiani l’edizione italiana de “La storia di Kullervo”, nuovo inedito Tolkieniano ispirato dal Kalevala: «Il Kalevala è un poema epico composto da Elias Lönnrot nella metà dell’Ottocento, sulla base di poemi e canti popolari della Finlandia. Lönnrot assemblò e ricostruì la memoria storica delle genti finniche attraverso la massa dei canti prodotti dalla loro poesia tradizionale, riunendone in una sola opera la cosmogonia iniziale e il ciclo eroico/mitologico. La storia di Kullervo è strutturata in runi (capitoli), dal 31 al 36 del Kalevala» (Fonte Wikipedia).

Il volume di Bompiani, di circa 272 pagine (€ 19,00), presenta principalmente il testo della storia di Kullervo nella versione riscritta da Tolkien, purtroppo parzialmente incompleta (il finale è riassunto in pochi appunti mai sviluppati). Il testo è seguito da note e commenti, da un saggio (in duplice versione) dello stesso Tolkien sul Kalevala e da un saggio conclusivo su Tolkien, il Kalevala e la storia di Kullervo della curatrice del libro, la studiosa Verlyn Flieger. I soli testi di Tolkien, in questa edizione, sono presentati anche in versione originale, con testo inglese a fronte. L’immagine di copertina è un disegno originale sempre di Tolkien.

kullervo

La sinossi del libro Bompiani delinea brevemente, ma efficacemente, la trama: «Kullervo figlio di Kalervo è forse il personaggio più oscuro e tragico di Tolkien. “L’infelice Kullervo”, come lo definisce Tolkien stesso, è uno sfortunato orfano dotato di poteri sovrumani e avviato a un tragico destino. Cresciuto nella casa dell’oscuro mago Untamo, che ha ucciso suo padre, rapito sua madre e che per tre volte ha cercato di ucciderlo quando era ancora un bambino, Kullervo non ha nulla al mondo se non l’amore della sorella gemella, Wanona, e la protezione di Musti, un cane nero dai poteri magici. Quando viene venduto come schiavo, il ragazzo giura di vendicarsi del mago. Tolkien scrisse che La Storia di Kullervo era il suo tentativo di creare una leggenda originale, oltre che un nodo importante nelle vicende della Prima Era: Kullervo infatti è antenato di Túrin Turambar, l’eroe tragico e incestuoso del Silmarillion. Con la sua potenza narrativa autonoma, La Storia di Kullervo è un tassello fondamentale nella struttura del mondo creato da Tolkien, e viene qui pubblicata per la prima volta con annotazioni, saggi e altri materiali sull’opera che ha ispirato l’autore, il Kalevala.»

Innanzitutto la storia, come già accaduto per Sigurd o Arthur, è l’esperimento incompiuto di un giovane Tolkien di riscrivere (tra il 1912 e il 1916) un testo epico che lo aveva molto colpito e influenzato: erano i primi tentativi del futuro creatore di Arda di cimentarsi con la scrittura di componimenti epici e magici. Sono molti gli influssi che avrebbe poi sviluppato nella sua poetica, a partire dai nomi, che mutano spesso nel corso del testo, dimostrano l’evoluzione di personaggi che nascono tratti dal poema originale per sviluppare proprie peculiarità, al punto da reclamare un nome nuovo e autonomo. Sono evidenti le radici che avrebbero poi portato ai nomi di personaggi e dei dello stesso Tolkien e, forse, alcuni accenni si ricollegano proprio alla prima creazione della lingua elfica Quenya (nel libro scritto Qenya – che non ho chiaro se sia un errore di Bompiani, perchè ho sempre visto scritto Quenya).

Ancora, centrale, è il tema [segue SPOILER!] dell’incesto frutto di errore dovuto a magia o maledizione, che porta al tragico suicidio dei personaggi: verso la conclusione dell’opera il protagonista si unisce alla sorella, senza sapere chi sia, come poi accadrà anche nella storia di Túrin (sia nella recente versione autonoma, sia in quella raccolta nel Silmarillion o nei volumi della History).

La storia dovrebbe precedere brevemente il sorgere vero e proprio dell’amore tra Tolkien e sua moglie Edith Bratt e, forse, questo elemento è ben visibile nell’amore tra Kullervo e sua sorella, che nasce sostanzialmente come una violenza: mi viene da ipotizzare che in questa fase della sua vita Tolkien fosse ancora acerbo, pronto a descrivere personaggi “malvagi” e privo di certi lirismi romantici che, invece, avrebbero poi caratterizzato i grandi amori delle sue trame (e il suo matrimonio).

Kullervo ha i tratti del “pastore di lupi” della mitologia nordica e la sua figura costituisce sostanzialmente un Ulfhedinn/Berserk, il guerriero invincibile e invasato da Odino, costituendo ancora un antesignano del Beorn de Lo Hobbit.

Indubbiamente è il libro più amaro tra quelli letti del Professore. Kullervo è un anti-eroe: un personaggio rozzo, malvagio, crudele, rabbioso; deforme e brutto persino nell’aspetto (con accenni quasi razzisti). Il male che scatena e compie, con le sue magie, alla fine [segue SPOILER!] finisce per annientare tutti i personaggi della storia, compreso il meraviglioso cane Musti/Mauri, fino al suicidio dello stesso Kullervo. Sono rari i personaggi così oscuri tra gli eroi di Tolkien e, anzi, Kullervo è il primo e unico ad apparire in una versione così pura, ma al contempo sempre in bilico tra l’essere il buono o il malvagio della storia…

La prova letteraria, invece, è molto valida: mai, forse, come in questo testo, Tolkien riscrive l’epica con una forma che richiama, nel sapore, l’epica stessa originale, senza tuttavia rendere il testo eccessivamente pesante (la lettura scorre godibile). La traduzione è buona, contando che il testo a fronte è spesso ricco di arcaismi e parole di derivazione finnica. Nel testo sono presenti elementi di magia (dal sapore persino orientale, come i peli del cane Musti), canzoni/preghiere, figure poetiche rurali (quasi delle kenningar moderne).

Il libro costituisce un nuovo interessante tassello del panorama di questo grande Autore e ne consiglio la lettura sia agli amanti di Tolkien che a quelli dell’epica in generale.

Una piccola nota: attenzione perché, nonostante il libro sia uscito a marzo 2016, immediatamente sono state diffuse due edizioni: prima e seconda ristampa, entrambe del marzo 2016, che circolano allegramente assieme, sparse tra librerie e stores on-line. Se siete collezionisti di prime edizioni, controllate bene la pagina dei crediti e diritti.

 

L’idolo di Cthulhu – Statue
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Ph’nglui mglw’nafh Cthulhu R’lyeh wgah’nagl fhtagn.

“Nella sua casa a R’lyeh il morto Cthulhu attende sognando.”

Come forse molti di Voi sapranno, sono particolarmente appassionato dello scrittore Lovecraft e del mondo fanta-horror da lui creato. “Howard Phillips Lovecraft (Providence20 agosto 1890 – Providence15 marzo 1937) è stato uno scrittore statunitense del fantastico. Non molto apprezzato dai critici del suo tempo – che lo ritenevano troppo innovativo – non godette mai di buona fama se non dopo la sua morte. È oggi riconosciuto fra i maggiori scrittori di letteratura horror insieme ad Edgar Allan Poe, ed è considerato da molti uno dei precursori della fantascienza angloamericana.” [http://it.wikipedia.org/wiki/Howard_Phillips_Lovecraft].

Uno dei racconti più celebri di Lovecraft è “Il richiamo di Cthulhu” (The call of Cthulhu): talmente conosciuto e amato da essere diventato un po’ il simbolo dell’intera produzione letteraria dello scrittore statunitense (un po’ come Topolino per Disney).

La prima e più semplice descrizione di Cthulhu è così fornita da Lovecraft:

   “Non sarò infedele allo spirito dell’icona se dico che la mia immaginazione, a volte un po’ bizzarra, se la raffigurava contemporaneamente come una piovra, un drago e una caricatura umana. Una testa molle e tentacolata sormontava un corpo grottesco, scaglioso, con ali rudimentali; ma era l’aspetto complessivo che lo rendeva orribile. Alle spalle della figura s’intravvedeva una struttura ciclopica.”

Cthulhu fa parte di una progenie di demoni ancestrali ed extraterrestri che ha governato il mondo secoli prima dell’uomo e – un giorno – tornerà per regnare: questa è l’idea di fondo che caratterizza l’intera produzione letteraria di Lovecraft, e che si basa sulla figura de “i Grandi Antichi che erano vissuti molto prima della comparsa dell’uomo, e che erano giunti su questo giovane mondo dal cielo. Ora i Grandi Antichi erano scomparsi nel profondo della terra e sotto i mari, ma i loro cadaveri avevano rivelato ai primi uomini, in sogno, i segreti che bisognava conoscere. Da allora il culto non si era estinto.” Infatti, molti “avevano ammesso di farne parte, aggiungendo che esso era sempre esistito e avrebbe continuato a esistere nei deserti e nelle zone oscure del mondo, fino al giorno in cui il gran sacerdote Cthulhu, sorto dalla sua casa nell’immensa città sommersa di R’lyeh, avrebbe riconquistato la terra al suo potere. E quel giorno, quando le stelle fossero state pronte, egli avrebbe chiamato e i suoi adoratori lo avrebbero liberato. (…) Una cosa era certa: l’umanità non era la sola forma di vita dotata di coscienza su questa terra. Dal buio sorgevano Forme che visitavano i fedeli, e che tuttavia non erano quelle dei Grandi Antichi, perché nessun uomo li aveva mai visti.”

Si tratta di “una tradizione a confronto della quale le speculazioni dei teosofi impallidivano, e nel cui ambito l’uomo e il suo mondo sembravano cose effimere e apparse sulla scena solo di recente. Per interminabili ere altre Creature avevano dominato la terra, edificando possenti città. I Loro segni (…) si potevano ancora vedere nei megaliti che sorgevano sulle isole del Pacifico. Gli Antichi erano morti milioni d’anni prima che nascesse l’uomo, ma c’erano arti che li avrebbero resuscitati quando le stelle fossero tornate nella giusta posizione lungo il ciclo dell’eternità. Essi erano venuti dalle stelle, portando le Proprie immagini con Sé. I Grandi Antichi (…) non erano composti di carne e sangue. Avevano sì una forma corporea (…), ma non si trattava di una forma materiale. Quando le stelle assumevano la giusta posizione Essi potevano calarsi da un mondo all’altro del firmamento, ma quando la configurazione non era propizia Essi non potevano vivere. Sebbene fossero scomparsi da ère incalcolabili, non erano veramente morti: giacevano tutti in case di pietra nella vasta città di R’lyeh, e gli incantesimi del grande Cthulhu li conservavano per il giorno della gloriosa resurrezione, quando le stelle e la terra sarebbero state pronte di nuovo. Arrivato quel momento ci sarebbe voluta una forza esterna per liberare i Loro corpi, giacché l’incantesimo che Li conservava intatti impediva Loro di fare la prima mossa: dovevano limitarsi a giacere nel buio, svegli, mentre passavano milioni d’anni. Pensavano e sapevano tutto ciò che accadeva nell’universo, perché la Loro forma di comunicazione era la telepatia e anche ora parlavano nelle rispettive tombe. Quando, dopo infinite ère di caos, i primi uomini avevano fatto la loro comparsa sulla scena, i Grandi Antichi avevano comunicato con i più sensibili influenzandone i sogni. Solo così il Loro linguaggio poteva raggiungere le menti di carne dei mammiferi.”

I “primi adepti avevano fondato il culto intorno ai piccoli idoli esibiti dagli Antichi: idoli che provenivano da oscure regioni dello spazio e da stelle nere. Il culto non sarebbe scomparso finché gli astri non avessero occupato la giusta posizione, dopodiché i criptosacerdoti avrebbero sottratto il grande Cthulhu alla tomba ed Egli avrebbe risvegliato i Suoi sudditi e ripreso il dominio della terra. Sarebbe stato facile riconoscere quel tempo, poiché per allora l’umanità si sarebbe comportata come i Grandi Antichi: libera e senza freni, al di là del bene e del male, con leggi e morale gettate da parte, avrebbe passato il suo tempo a bestemmiare, uccidere e ad abbandonarsi al piacere. I Grandi Antichi, liberati, avrebbero insegnato all’uomo nuove bestemmie, nuovi modi di uccidere e di provare piacere, e tutta la terra sarebbe bruciata in un olocausto di estasi e di licenza. In attesa di quel giorno, e mediante una serie di riti appropriati, la setta doveva mantener vivo il ricordo degli antichi metodi e profetizzare il loro ritorno. Nei tempi dei tempi individui scelti avevano parlato, in sogno, con i Grandi Antichi nelle loro tombe: poi la grande città di R’lyeh si era inabissata con i suoi monoliti e i suoi sepolcri di pietra, e le acque, dense del mistero primordiale attraverso cui nemmeno il pensiero può filtrare, avevano impedito quella forma di comunicazione soprannaturale. Ma il ricordo non era scomparso e i sacerdoti dicevano che la città sarebbe riemersa quando le stelle avessero ripreso la vecchia configurazione. Nel frattempo erano dilagati dal profondo gli spiriti immondi della terra, corrotti e avvolti dall’ombra, carichi di notizie orribili raccolte nelle cavità dimenticate sotto il fondo del mare.”

 Un personaggio del racconto, l’Ispettore Legrasse, rinviene una statuetta di Cthulhu, da Lovecraft stesso definita coma “forgiata su altri mondi”: la statuetta è dettagliatamente descritta dall’Autore e, a sua volta, ci fornisce la più ampia raffigurazione del mostro Cthulhu.

 Il brano in questione è il seguente, che propongo – per la sua importanza – sia in lingua originale che in traduzione:

Inspector Legrasse was scarcely prepared for the sensation which his offering created. One sight of the thing had been enough to throw the assembled men of science into a state of tense excitement, and they lost no time in crowding around him to gaze at the diminutive figure whose utter strangeness and air of genuinely abysmal antiquity hinted so potently at unopened and archaic vistas. No recognised school of sculpture had animated this terrible object, yet centuries and even thousands of years seemed recorded in its dim and greenish surface of unplaceable stone. The figure, which was finally passed slowly from man to man for close and careful study, was between seven and eight inches in height, and of exquisitely artistic workmanship. It represented a monster of vaguely anthropoid outline, but with an octopus-like head whose face was a mass of feelers, a scaly, rubbery-looking body, prodigious claws on hind and fore feet, and long, narrow wings behind. This thing, which seemed instinct with a fearsome and unnatural malignancy, was of a somewhat bloated corpulence, and squatted evilly on a rectangular block or pedestal covered with undecipherable characters. The tips of the wings touched the back edge of the block, the seat occupied the centre, whilst the long, curved claws of the doubled-up, crouching hind legs gripped the front edge and extended a quarter of the way down toward the bottom of the pedestal. The cephalopod head was bent forward, so that the ends of the facial feelers brushed the backs of huge fore paws which clasped the croucher’s elevated knees. The aspect of the whole was abnormally life-like, and the more subtly fearful because its source was so totally unknown. Its vast, awesome, and incalculable age was unmistakable; yet not one link did it shew with any known type of art belonging to civilisation’s youth – or indeed to any other time. Totally separate and apart, its very material was a mystery; for the soapy, greenish-black stone with its golden or iridescent flecks and striations resembled nothing familiar to geology or mineralogy. The characters along the base were equally baffling; and no member present, despite a representation of half the world’s expert learning in this field, could form the least notion of even their remotest linguistic kinship. They, like the subject and material, belonged to something horribly remote and distinct from mankind as we know it. something frightfully suggestive of old and unhallowed cycles of life in which our world and our conceptions have no part.

“L’ispettore Legrasse non era preparato alla sensazione che la statuetta aveva provocato tra gli studiosi: ma era bastato il vederla perché l’assemblea piombasse in uno stato di anormale eccitazione e il poliziotto si trovasse letteralmente circondato da chi voleva osservarla meglio. Era così bizzarra, così abissalmente antica che suggeriva visioni arcaiche e portentose; non era frutto di nessuna scuola di scultura conosciuta, ma rimaneva la terribile testimonianza dei secoli, dei millenni trascorsi sulla superficie verdastra di pietra misteriosa. Gli scienziati si erano passata la statuetta di mano in mano: alta fra i quindici e i venti centimetri, era realizzata con una tecnica squisita e rappresentava un mostro dalla forma vagamente antropomorfa, ma con una testa di piovra il cui volto era costituito da una massa di tentacoli sensori. Il corpo era scaglioso e flaccido, le zampe anteriori e posteriori culminavano in artigli sorprendenti, dalla schiena spuntavano due ali lunghe e strette. La creatura, che sembrava imbevuta di una malvagità innaturale, era gonfia e corpulenta, e stava sinistramente acquattata su un blocco o piedestallo rettangolare coperto di caratteri indecifrabili. L’estremità delle ali toccava l’orlo posteriore del piedestallo, la schiena occupava il centro mentre gli artigli lunghi e curvi delle zampe anteriori si tenevano aggrappate al bordo del piedistallo, sporgendo per un quarto dalla base. La testa cefalopode era piegata in avanti, in modo che le estremità dei sensori facciali sfiorassero il retro delle zampe, quasi all’altezza delle ginocchia. L’aspetto complessivo era anormalmente vivo e tanto più spaventoso in quanto non si sapeva nulla della sua origine. L’età della statuetta era incalcolabile, ma certo enorme e tale da incutere un senso di timore reverenziale; non c’era un solo indizio che permettesse di accostarla a una qualsiasi forma d’arte degli albori della civiltà o di altre epoche. Separata da tutto e diversa da tutto, era lavorata in un materiale che a sua volta costituiva un mistero: pietra verde quasi nera, lucida e scivolosa, con venature d’oro; un enigma per la mineralogia. I caratteri alla base erano ugualmente misteriosi: nessun membro del convegno riuscì a farsi la minima idea sulla famiglia linguistica degli ideogrammi, anche se fra i presenti vi erano alcune delle massime autorità mondiali. Proprio come la statua e il materiale di cui era fatta, i simboli appartenevano a un’epoca incredibilmente remota e che non aveva nulla a che fare con la storia dell’umanità; un’èra che faceva pensare a esecrabili forme di vita, a esseri con cui il nostro mondo e le nostre idee non hanno nulla in comune.”

N.B. Tutti i brani della pagina sono tratti dall’Ed. Mondadori, a cura di G. Lippi.

 Di questo idolo, infine, Lovecraft ha lasciato alcuni schizzi di suo pugno, che ne abbozzano le fattezze (ve li propongo qua sotto), aggiungendo un dettaglio nuovo: la presenza di tre occhi, anziché uno, sul profilo.

                                        Fig. 24- Cthulhu by HPL         Fig. 25 - Cthulhu 2

 Ed eccoci giunti al punto della questione: negli anni, come detto, Cthulhu è diventato un’icona della letteratura fanta-horror e della produzione di Lovecraft ed ha ispirato moltissimi artisti a descriverlo e rappresentarlo.

 Molti si sono dedicati anche alla maniacale riproduzione della statuetta/idolo appena descritta: su internet è persino possibile acquistare tali riproduzioni.

 Ma quale scegliere fra le tante? L’idea di questa pagina è, appunto, indicare quali siano le migliori e permettere a chi, come me, apprezza Lovecraft, di potersi divertire nell’osservare le bizzarre idee che i vari artisti hanno prodotto e – perché no? – magari di comprare una propria replica…

 La prima in assoluto, ritengo possa essere quella dell’artista Joe Broers: inutile osservare che è la riproduzione esatta del disegno di Lovecraft! La trovate al sito: http://lovecraftzine.com/store/lovecrafts-cthulhu-statue/  Se poi vi piace l’artista, potete visitare la sua galleria al sito: http://zombiequadrille.deviantart.com/

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 Una versione molto simile, sempre realizzata sulla base del bozzetto originale di Lovecraft, è realizzata da un’artista italiana (bolognese come me): la bravissima Roberta Stella Martelli.

Ancora, un italiano, il bravissimo Andrea Bonazzi, con il suo splendido sito: http://web.tiscalinet.it/sculptus/

 Successivamente mi permetto di suggerire le opere dell’artista C.J. Cummings, al sito: http://www.raginggaijin.com/art.html Oppure al sito http://minipainting-guild.net/Reports/CJs_Cthulhu.html

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 Fra le versioni più famose e ricercate vi sono poi quella di Stephen Hickman (http://www.stephenhickman.com/)…

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 …E quella di Harold Arthur McNeill (http://www.arkham-studios.com/catalog/cthulhustatue.html).

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 Poi, un altro artista americano, che si sbizzarrisce in multiformi versioni di Cthulhu e spesso vende le opere su e-bay, lo trovate al sito: http://www.meatspider.com/MainMeat/scuptgallery001.htm

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 A relativo buon mercato si può trovare la statua di Richard Allen Poppe, in vendita sul sito http://www.arkhambazaar.com/, tuttavia priva di ali!

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 Bei colori presentano le statue del sito monotematico http://www.cthulhustatues.com/main.html, tuttavia meno nitide delle altre.

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 Molto famose – sebbene non di mio gusto – sono quelle inserite dalla H. P. Lovecraft Historical Society nel proprio film muto ispirato al racconto, e rintracciabili sul sito http://www.cthulhulives.org/toc.html. Un esempio:

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 Infine, potete rintracciare altre versioni della statua, di cui ognuno propone una variante. Molte sono ovviamente di artisti dilettanti e che non vendono la loro produzione (anche per ovvi motivi).

 A titolo paradigmatico, Vi propongo le versioni più affascinanti (le prime due tratte dal sito http://www.yog-sothoth.com/modules.php?name=Forums&file=viewtopic&t=10153, mentre la terza dal sito http://www.miskatonic.net/cthulhu/idol2.htm, dove ne potete visionare anche altre):

 In conclusione, ecco il tentativo – mal riuscito – che io stesso ho provato a realizzare e che, purtroppo, si è persino rotto (acquisendo, però, un fascino da antica reliquia che poche riproduzioni hanno):

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 For the images: © of the owners.

Excalibur – Breve storia della mitica spada di Re Artù
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Mitica spada di Re Artù, anche chiamata “Caliburn” o “Caliburno” o “Caledwlch”, forgiata sull’isola di Avalon. Erroneamente considerata la spada che Artù estrasse da un’incudine, posta sopra una roccia, e che mediante tale rituale lo avrebbe fatto incoronare e riconoscere quale monarca, è invece una spada che egli acquisì successivamente. Thomas Malory, infatti, nel suo “Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri”, racconta di come Artù fu quasi sconfitto, durante un viaggio in compagnia di Merlino, da un forte cavaliere presso una fonte: il cavaliere era un certo Pellinor, che in seguito sarebbe entrato al servizio di Artù come cavaliere della Tavola Rotonda. Dopo essersi curato presso un eremita, Artù si accorse di essere rimasto senza una spada. Preoccupato per l’improvviso disarmo, fu rincuorato da Merlino, che gli disse: «Non importa, non lontano da qui ce n’è una che vi apparterrà, e io so come farvela avere.» Si recarono, pertanto, presso un Lago “vasto e ameno”, dal quale emergeva un braccio rivestito di sciamito bianco e sorreggente una magnifica spada. In quel luogo, ad Artù si avvicinò Lile, la Dama del Lago, reale proprietaria della spada sorretta dal braccio. Artù chiese la spada alla Dama, la quale rispose: «Se mi concederete un dono allorquando ve lo chiederò, sarà vostra.» Dunque Artù, salito su una barchetta, raggiunse il braccio rivestito di sciamito bianco, afferrò la spada, nel suo fodero, e la fece propria, mentre il braccio si inabissava. In seguito, il cavaliere Balin, detto il Selvaggio, nonché Cavaliere delle due spade, estrasse un’altra magica spada, poi appartenuta anche al prode Galahad, da un fodero da cui nessuno riusciva a estrarla, liberandone una gentildonna – messaggera di Dama Lile – che la portava al fianco con suo grande disagio. Questa seconda spada apparteneva, anch’essa, alla Dama del Lago, la quale si recò presso Artù chiedendo quel dono pattuito alla consegna di Excalibur: in particolare, chiedeva la testa di Balin, assassino del di lei fratello, o la testa della messaggera, assassina del di lei padre; o, ancora meglio, la testa di entrambi. Artù non voleva concedere simili doni, che gli avrebbero arrecato disonore, e chiese di poter rendere qualunque altro servigio in alternativa. Mentre ancora temporeggiava con Dama Lile, sopraggiunse Balin, che recise il capo della donna, accusandola di aver compiuto falsità e incantesimi che – tra i tanti misfatti – avevano condotto la madre del cavaliere al rogo. Artù, disonorato dalla condotta di Balin, lo scacciò dal regno e provvide a seppellire Dama Lile con tutti gli onori: tuttavia, ne seppellì il corpo decapitato, poiché la testa fu inviata da Balin ai propri amici in Northumberland, per dimostrare la compiuta vendetta in memoria della madre.

In punto di morte, Artù domandò a Sir Bedivere di gettare Excalibur in mare: Bedivere acconsentì e si allontanò con la spada. Per strada si mise ad osservare “la nobile arma e le pietre preziose che ricoprivano il pomo e l’elsa” e pensò che il gettarla via ne avrebbe fatto derivare solo perdite e danno. Pertanto, la nascose sotto un albero e tornò dal re, che gli chiese cosa avesse visto nel gettarla via. Bedivere rispose: «nient’altro che onde e venti.» Artù capì che Bedivere mentiva e, dopo averlo redarguito, gli domandò nuovamente di gettare la spada in mare. Tuttavia, nuovamente Bedivere nascose la spada e tornò da Artù dicendo di aver visto null’altro che “flutti e ondate nere”. Artù nuovamente si adirò e lo ingiuriò dandogli del fedifrago e traditore e gli ordinò di gettare la spada: infatti, il re era preoccupato dall’avvicinarsi della morte e minacciò di uccidere Bedivere, se non avesse adempiuto all’ordine. Finalmente Bedivere, spaventato dalle minacce, andò a recuperare la spada, là dove l’aveva nascosta, e si recò in riva al mare: “avvolse la cintura intorno all’elsa e la scagliò più lontano che poté. Allora vide un braccio e una mano sorgere dall’acqua, afferrarla stretta, brandirla tre volte e poi inabissarsi con l’arma.” Quando tornò da Artù, per la terza volta, gli disse cosa realmente avesse visto e questi, soddisfatto, si fece aiutare a raggiungere l’imbarcazione che lo avrebbe portato sull’isola di Avalon. In questa storia è possibile riconoscere un parallelo simbolico con le tre negazioni mosse da Pietro a Gesù nella narrazione della Passione.

Excalibur, il cui nome (sostiene sempre Malory, per quanto l’etimo sia incerto) significherebbe “Taglia Acciaio”, sarebbe stata, secondo la leggenda, pressoché invincibile. Eppure, il vero punto di forza di quest’arma era il rispettivo fodero: infatti, chiunque lo cingesse al fianco, per quanto venisse ferito, non avrebbe sanguinato e sarebbe stato quindi invincibile. Infatti, spada e fodero uniti costituirebbero, per le loro prodigiose caratteristiche, sia un invincibile attacco che un’ottima difesa.

Goffredo di Monmouth, nel suo “Historia regum britanniae”, l’opera più celebre sull’Artù storico, menziona la spada Excalibur accanto ad altri due strumenti marziali incredibili, sempre posseduti dal monarca: la lancia Ron e lo scudo Prydwen. La lancia è descritta come «lunga e larga, adatta a fare strage di nemici.» Su detto scudo, invece, sarebbe stata rappresentata l’immagine della Vergine Maria: in tal modo Artù aveva sempre presente nella mente la figura della Madre di Cristo.

Per quanto riguarda l’altra spada di Artù, quella generalmente confusa con Excalibur ed estratta da un’incudine sopra una roccia, si può brevemente osservare come sia un probabile riferimento ad istituti giuridici di origine sassone. Era, infatti, usanza diffusa presso i popoli germanici (che, vale la pena ricordare, nei primi cinque secoli d.C. furono spesso alleati o rivali dei britanni, andando a costituire con essi quel popolo anglo-sassone cui, appunto, si deve parzialmente riferire il ciclo Arturiano) che il figlio di un nobile andasse a combattere, come soldato, nell’esercito di un altro nobile, presso cui così compiva il proprio addestramento senza alcun favoritismo. Successivamente, quando il ragazzo raggiungeva l’età adulta, poteva tornare presso la famiglia d’origine e prendere finalmente posto in essa, magari sostituendo il padre al comando. A tale istituto si aggiunga il cerimoniale delle spade (descritto persino nel “Gesta dei re e degli eroi danesi” da Saxo Grammaticus), consistente nel dissotterramento della celebre e avita spada paterna: è una prova cui il pretendente al trono era tenuto a cimentarsi per dimostrare la propria legittimità, simboleggiante il raggiungimento dell’età adulta e della forza necessaria a combattere con la spada, sia in difesa della stirpe, sia per comandare il popolo. Nelle antiche saghe le armi sono generalmente sepolte nei tumuli: l’estrazione della spada paterna da un’incudine o roccia, in cui era stata conficcata in precedenza, ne è probabilmente una variante. È narrato, a proposito, di come Artù fu educato da mago Merlino e allevato non dal padre, Uther Pendagron, bensì da un altro nobile, Sir Ector (o Hector), e dalla di lui moglie, insieme al figlio di quest’ultimo, fratello di latte per Artù. Il ragazzo in questione aveva nome Kay (o Kaio o Cai o Cei), e altri non è che il celebre Sir Kay, il Siniscalco, altro cavaliere della tavola Rotonda. Morto Uther Pendragon e rimasto senza monarca il regno d’Inghilterra, su consiglio di Merlino, tutti i nobili e gentiluomini d’armi del regno furono convocati, sotto pena di scomunica, dall’Arcivescovo di Canterbury a Londra nel giorno di Natale. Infatti, come Gesù, quella notte, era nato per essere Re del mondo, così il Padre avrebbe concesso il miracolo di far sorgere, quella stessa notte, il Re d’Inghilterra: colui che avrebbe estratto la celebre spada incastonata nell’incudine. Queste sono le parole con cui è descritto il luogo da Malory: “Nel camposanto dietro l’altare maggiore fu vista una grande roccia quadrangolare, simile a un blocco di marmo, che sorreggeva nel mezzo una sorta d’incudine d’acciaio alta un piede in cui era infitta una bella spada. Intorno all’arma una scritta in lettere d’oro diceva – colui che estrarrà questa spada dalla roccia e dall’incudine è il legittimo re di tutta l’inghilterra.” Ebbene, si narra che Artù, ancora giovane, accompagnasse al torneo di Capodanno il patrigno Ector e il fratellastro Kay: quest’ultimo da poco investito cavaliere, nel giorno di Ognissanti. Essendo rimasto senza spada, Kay chiese ad Artù di tornare a prenderla all’alloggio paterno. Giunto in loco, Artù lo trovò serrato e deserto. Per non lasciare senza spada il fratellastro, si recò a estrarre “con uno strappo deciso, ma senza sforzo” la spada al camposanto, lasciato incustodito dai guardiani, recatisi con tutti gli altri alle giostre. Sir Kay capì subito di quale spada si trattasse e provò a investirsi monarca innanzi al padre Ector: ma subito rivelò essere stato Artù a estrarre la spada. La spada fu reinserita nell’incudine: sia Ector che Kay tentarono più volte d’estrarla e nella stessa impresa si cimentarono moltissimi baroni, nobili e cavalieri, più volte, a distanza di giorni o settimane, tanto nel giorno dell’Epifania, quanto a Candelora, a Pasqua e a Pentecoste; l’unico, tuttavia, che riuscì sempre e solo a estrarre la spada senza fatica, tutte le volte che vi provò, fu Artù, che fu pertanto incoronato re d’Inghilterra, per acclamazione del popolo, nel giorno di Pentecoste.

Così, con l’addestramento fuori dalla propria famiglia e l’estrazione della spada per diventare monarca, il mito di Artù si ricollega proprio ai simboli e agli istituti giuridici della realtà di quell’epoca. Uno di quegli infiniti scambi tra mito e realtà così diffusi e cari al ciclo Arturiano.

(Copyrights: Francesco Brandoli)